Pubblicato il 10 gennaio, Tropico del Capricorno di Guè è schizzato immediatamente in cima alle classifiche, non solo italiane, ma addirittura globali. Il disco del rapper milanese è al primo posto nella Top Albums Debut Global (10-12 gennaio), la classifica di Spotify che rileva il numero di streaming ottenuti nelle prime 72 ore dall'uscita del disco a livello globale, esclusi gli Stati Uniti. Il caso Gué è solo il più recente di una lunghissima lista di album e singoli italiani che debuttano ai primi posti delle classifiche mondiali da cui però, puntualmente, spariscono nel giro di pochi giorni. Questo fenomeno vale anche per ciò a cui abbiamo assistito durante le ultime edizioni del Festival di Sanremo, con alcuni brani che dall'Ariston sono schizzati in cima alle Top Debut Songs, per poi ricadere nell'oblio.

La domanda che viene automatico porsi in questo momento è quindi: la musica italiana ha cominciato a contare nel panorama mondiale? La risposta - purtroppo - è no. O, almeno, il fatto che praticamente ogni album rap italiano arrivi in cima alle classifiche di Top Albums Debut Global parla più di come noi italiani consumiamo la musica, rispetto a come la musica italiana viene consumata all'estero. Del tema si è occupato a inizio 2023 Rolling Stone, raccogliendo i pareri di diversi addetti ai lavori ed esperti del settore. Una delle prime evidenze è che il pubblico italiano ascolta moltissima musica in streaming (l'app più usata è Spotify, seguita da Amazon Prime Music e Aplle Music), con un consumo che si è andato via via a intensificare, diciamo, dall'era post Covid a oggi.

Spiegava a inizio 2023 Enzo Mazza, consigliere delegato della Federazione Industria Musicale Italiana (FIMI), a Rolling Stone: «Il numero di stream complessivi in Italia ha superato il miliardo alla settimana. Da qualche mese siamo sopra il miliardo e mezzo. Significa che gli ascolti fatti dagli italiani in Italia sono decisamente superiori a quelli fatti in altri Paesi».

Gli utenti più affezionati di Spotify sono prevalentemente Gen Z (circa il 60% degli utenti ha tra i 16 e i 24 anni), con un'abitudine piuttosto compulsiva dedicata all'ascolto e riascolto continuo delle ultime uscite. In aggiunta, gli streaming degli utenti italiani su Spotify sono dedicati per oltre l’80% a musica italiana, a differenza degli altri Paesi dove le abitudini d'ascolto sono ben diverse e, tendenzialmente, si privilegia l'ascolto di musica estera. Combinando questi fattori, ecco che si comincia a comprendere come sia possibile che l'hip hop italiano risulti non solo il genere più ascoltato in Italia, ma arrivi a invadere le Top Albums Debut Global.

Le cose, come si suol dire, si fanno in due e questo ascolto compulsivo della novità non è tutta un'invenzione dei Gen Z, ma è frutto di un lavoro ben studiato dell'industria musicale, una strategia dell'hype che si associa volentieri all'etichetta (talvolta) spaccona del rap, alla celebrazione del successo. Ogni venerdì c'è una nuova uscita rap - in cui strategicamente è difficile che grossi nomi si accavallino nella stessa data - ogni settimana assistiamo alla celebrazione da parte delle case discografiche, dei media e dei social (da parte degli artisti stessi), dei numeri ottenuti, con il risultato di incentivare gli ascoltatori a premiare i propri cantanti preferiti facendoli accumulare streaming.

Tuttavia «dopo avere consumato per una settimana una decina di pezzi», spiega Mazza, «per gli ascoltatori italiani più giovani quel contenuto evapora e si passa ad altre canzoni», con il risultato che gli album italiani che hanno primeggiato in classifica non entrano effettivamente negli ascolti abituali, né degli italiani né degli stranieri. Salvo rare eccezioni, vedi alla voce Maneskin a livello globale, oppure Lazza o Geolier a livello italiano, si tratta di meteore figlie dell'hype che, per un breve ma meraviglioso istante, illuminano di luce riflessa gli artisti italiani su scala globale. Per poi tornare nell'ombra.