Matteo Bocelli è nato nella musica e dalla musica. Suo padre è la star internazionale Andrea Bocelli: il cantante lirico lo cresce in mezzo a note, strumenti e canzoni, pentagrammi che impara a leggere fin da piccolo, con le dita sui tasti del pianoforte della loro casa in Toscana già all’età di sei anni. La musica è la sua quotidianità da sempre, ma è in adolescenza che scopre di non poterne fare a meno e di volere concentrare lì tutte le energie. Papà Bocelli non ne è entusiasta, ma lo appoggia, tanto da coinvolgerlo cinque anni fa nel brano “Fall on me”, che oltre a diventare la colonna sonora de Lo schiaccianoci e i quattro regni di Disney, con più di 300 milioni di stream, lo catapulta nell’universo dei grandi, tra show e palchi internazionali, come il Festival di Sanremo.
Il 22 settembre pubblicherà Matteo, il suo primo disco, frutto di un lavoro di anni di ricerca, di canzoni scritte o provate, di indagine alla ricerca di sé e di un racconto intimo della fase che sta vivendo. Dodici tracce, con canzoni sia in inglese che in italiano, tra cui “Chasing Stars” scritta da Ed Sheeran e il fratello Matthew. Anticipato dal singolo “For You”, l’album presenta non il figlio d’arte, non la star che suona in tutto il mondo con un tour annunciato di più di 30 date in dodici paesi, dall’Inghilterra agli Stati Uniti (sarà in Italia il 24 e 25 ottobre), ma il ragazzo di 25 anni, nato a Forte dei Marmi, che guarda alle persone importanti della sua vita, espone i suoi valori, mette al centro l’amore e le emozioni, provando a camminare da solo, per dimostrare che la fortuna va meritata e che quello che conta è come reagisci alle opportunità che la vita ti offre.
Matteo, un titolo molto chiaro.
«In un primo momento l’album avrebbe dovuto intitolarsi Fasi, per raccontare un periodo ben preciso della mia vita. La casa discografica americana ha però avuto paura che il titolo in italiano non venisse capito all’estero. Matteo era la mia seconda idea. Nel primo album credo sia importante rimarcare la propria identità. Anche per questo c’è una mia foto in copertina. È uno statement di chi sono».
Senza cognome?
«Sono orgoglioso di essere figlio di una persona che ha avuto un grande successo nel mondo, che è acclamato da tante persone, non trovo che il mio sia un cognome “pesante”, ma questo era il momento di camminare con le mie gambe, senza restare sotto l’ala protettrice di mio padre».
Ti ha fatto sentire protetto?
«Nel 2018, quando ho pubblicato la prima canzone della mia vita, per me è stato un salto nel vuoto, ma sapevo di essere spalleggiato. Passavo dal fare musica in casa, per gli amici e la famiglia, ai palcoscenici di tutto il mondo, le grandi tv. Il salto emotivo è stato grande. Inevitabilmente condividere tutto con mio padre, che è una persona che ha passato e vissuto tutto, per ma ha svolto un ruolo importantissimo in quello che è stato l’inizio della mia carriera. E nella vita in generale».
È difficile essere figlio d’arte?
«Non lo è. Quando si parla di musica però, se devo proprio trovare un punto negativo, è che non ti puoi permettere liberamente di sperimentare e sbagliare, come può fare chi inizia da zero. L’emergente può sbagliare senza critiche, io sento a volte di generare aspettative più alte, come se già dovessi essere al livello di mio padre. Ma non è così. È uno sviluppo continuo, vocale e artistico».
In che momento ti senti?
«Sento di aver tanto su cui lavorare e tanto da dare. È un primo step ben delineato della mia carriera e vita. Ho cercato di mettere le mie emozioni dentro a queste canzoni. Cerco la mia identità e non è facile, quando ci sono così tante aspettative. Parlo di amore, che non è per forza solo per una persona. C’è tanto amore per le persone che mi sono state vicino, che mi hanno cresciuto, che mi hanno aiutato a essere oggi l’artista e la persona che sono».
Come nascono le tue canzoni?
«Non mi piace entrare in studio e scrivere, senza conoscersi. Questo per me ammazza lo spirito del fare musica. Mi piace trovarmi con gli autori, parlare anche tutto il giorno. In un pezzo che nasce ci deve essere una storia vera e autentica tra chi lo scrive»
Uno dei brani è firmato da Ed Sheeran, con suo fratello Matthew.
«Sono sempre stato un suo grandissimo fan. Suo fratello aveva collaborato in "Perfect Symphony" con il mio babbo. La prima volta che ho visto Ed stava aprendo un concerto per Taylor Swift. Lo seguo da sempre, l’ho visto a Torino, a Milano. L’ho conosciuto e incontrato poi agli European Music Awards, dove ha potuto conoscere mio padre. Quando gli ha proposto di collaborare in "Perfect Symphony" mio papà mi ha chiesto cosa ne pensassi. Gli ho risposto, ci stai pure a pensare? È una persona incredibile, di un’umanità splendida che ti fa sentire sempre a tuo agio. Il brano “Chasing Stars” mi ha scioccato dal primo momento in cui l’ho ascoltato. Sembriamo simili».
In cosa?
«Dal punto di vista padre-figlio, la mia infanzia assomiglia alla sua. Anche suo padre è sempre stato appassionato alla musica. L'amore per la musica classica arriva dalla sua famiglia, da piccolo suonava il violoncello. Mi sono ritrovato nel suo testo. E mai avrei pensato di poter cantare una sua canzone. Puoi essere il figlio di un grande artista ma non è automatico che Ed Sheeran ti dia un suo brano. È una persona speciale».
Che infanzia è stata la tua?
«Babbo era sempre in casa, se non stava ascoltando musica cantava, si allenava. In famiglia il primo che ha iniziato a suonare il pianoforte è stato mio fratello e quante volte capita che il fratello minore segua il maggiore in tutto quello che fa. Siamo cresciuti con papà che desiderava avessimo una conoscenza del mondo il più ampia possibile. Dovevamo andare bene a scuola, ma era per lui importante che conoscessimo la musica, che era stata così importante per la sua carriera. Il pianoforte non è mai stato la mia grande aspirazione, ma mi divertivo a suonare. Magari più Celentano che Bach. E poi ho scoperto che mi piaceva cantare».
Quando hai capito che volevi fosse il tuo futuro?
«Suonavo il piano, ma a casa di mamma cantavo. Lì eravamo solo io, lei e mio fratello. A casa di babbo c’erano sempre troppe persone in giro. Io ero un bambino un po’ timido. Mi sentivo meno libero. Verso i dodici anni chiedevo al maestro di piano di poter cantare. Attorno ai quattordici ho iniziato a chiamare Pier Paolo Guerrini, l’ingegnere del suono di babbo, per poter registrare in studio. Papà me lo permetteva, voleva vedere quanto mi interessasse davvero farlo».
Sognava un futuro nella musica per i suoi figli?
«Assolutamente no. Voleva solo che la conoscessimo. E oggi lo ringrazio perché saper leggere uno spartito è importante. Non fondamentale, neanche Pavarotti conosceva la musica, ma sono felice di aver studiato. Quando ha capito che mi avrebbe reso felice mi ha indirizzato. Ma con molta preoccupazione. Conosce tutte le difficoltà di in una carriera artistica, avrebbe preferito mi occupassi dell’azienda vinicola probabilmente!».
Invece giri il mondo.
«Ogni volta che lascio il nostro territorio penso a quanto siamo forutnati. Io continuo a vivere in Italia e ogni mattina mi alzo e ringrazio il Signore per la salute e per essere italiano. Ne vado fierissimo. Viaggiare è bello per tornare a casa e valorizzare il luogo in cui vivi. Mi piacerebbe che la mia musica arrivasse anche nel mio paese. Nell’album ci sono quattro tracce in italiano. Vedremo, le cose non vanno forzate. Ma se l’Italia mi aprirà le braccia sarò felice».
In passato hai lavorato anche come modello, la fisicità conta?
«Oggigiorno tutto conta. Ci sono i social, c’è tutto il contorno. La fisicità sicuramente un po’ può aiutare, ma non porta al successo».
In quali valori credi?
«Spero di essere una persona di buoni valori, ne ho molti, ma l’onestà per me è un valore importantissimo. Nel disco c’è la traccia “Honesty” che chiude la tracklist. Volevo darle valore. Sono cresciuto in un ambiente fatto di persone che mi hanno amato e voluto bene, ma è stato difficilissimo riconoscerle»
In che senso?
«Tante persone si avvicinavano per il cognome, per quello che avevi e non per la persona che effettivamente eri o sei tuttora. Per questo forse l’onestà per me conta così tanto. Se incontri una persona chiara e limpida con te, che ti ama per chi sei, vuol dire tanto. È un tema delicato, te lo fanno notare, anche con le ragazze. Nella mia crescita sono state importanti quelle persone che mi hanno aiutato a essere la persona che sono oggi. Non contano gli aiuti per la carriera, per me valgono molto di più le cose importanti della vita».
Quali sono?
«I valori, l’umiltà, l’umanità. Mi fanno i complimenti perché, nonostante la fama sono una persona umile. Non è un merito essere così, ma se oggi ho mantenuto i piedi per terra è grazie alle persone che mi aiutano a tornare giù, quando torno a casa. Mi fanno riconoscere la realtà, che non è quella in cui sono cresciuto io. La mia famiglia si risente quando lo dico, ma il mondo in cui viviamo, per quanto io possa rimanere semplice, non è il mondo reale. Salire su è giù da un aereo all’altro, girare il mondo, andare in tv, avere la possibilità di conoscere le più grandi personalità mondiali, è un privilegio, ma non è la realtà».
Quindi?
«Quindi quando torno a casa scappo da tutto questo e mi rifugio a Lajatico, nel mio paesino toscano, e mi riconcilio con l’amico meccanico, il pompiere… che mi danno qualcosa di importante nella giornata. L’affetto del pubblico per me è fondamentale e importante, ma poi si vive con le persone, giù dal palco. E sono loro che devono aiutarti a vivere in maniera semplice e sincera. Io sono grato a loro».













