Tra gli eventi e le novità che la Milano Design Week 2025 (dal 7 al 13 aprile) porterà in città, c'è un progetto su cui vale la pena di tenere gli occhi ben aperti. È The Glitch Camp, il primo campeggio urbano gratuito per gli studenti di tutto il mondo a Milano, progettato dall’Istituto Europeo di Design (IED), e che si rinnova per la seconda edizione durante la Design Week 2025.

Se lo scorso anno The Glitch Camp ha ospitato 300 studenti provenienti da 19 università straniere e da 31 paesi di origine differenti, per questa edizione raddoppia il numero dei posti a disposizione (se siete studenti tra i 18 e i 30 anni è possibile iscriversi fino al 31 marzo) negli spazi del Centro Sportivo Enrico Cappelli e si espande anche grazie alla partnership con BASE Milano, sulla cui terrazza ci sarà uno spin off dove verranno accolti altri giovani designer. Ma c'è di più, il calendario di The Glitch Camp si amplia e include un Public Program, aperto non solo a chi vi soggiorna ma a tutti, e intitolato Designing Togetherness. Proposto dalla Fondazione Francesco Morelli e progettato dagli studenti IED dei Bienni specialistici (DASL) in collaborazione con BASE Milano, vedrà workshop, attività di sport e benessere, di convivialità e culturali.

Per farci raccontare più nello specifico la storia di The Glitch Camp e la necessità di una Milano che sia più accessibile ai giovani nella Settimana del Design (e sempre), abbiamo parlato con Riccardo Balbo, Chief Academic Officer e Direttore Accademico del Gruppo IED.

Come è nata l'idea di The Glitch Camp?

«Diciamo che è arrivata come una specie di esigenza autoimposta e indotta, perché alla Design Week, da sempre, le scuole di design si devono e si vogliono esporre. Due anni fa ci siamo fatti una domanda: la Design Week è una super occasione per la città, per gli studenti, per il design, per l'Italia, ma i giovani hanno davvero la possibilità economica e infrastrutturale di accedervi?

Se provi a guardare quanto costano gli affitti a Milano, i prezzi degli affitti brevi e degli alberghi durante la Design Week, sono il doppio o il triplo di quanto costano normalmente a Milano, che è il doppio o il triplo di quanto costano in un'altra città italiana. Quindi ci siamo detti: siamo una scuola di design che dovrebbe fare in modo di avvicinare il design ai giovani. Dato che una scuola non è che esaurisce il suo mandato dentro l'aula, forse noi dovremmo domandarci come fare in modo che i giovani possano vedere la Design Week.

Quindi abbiamo completamente cambiato la rotta e anziché mostrare anche noi quanto siamo bravi, abbiamo deciso di mettere il nostro investimento e la nostra energia per progettare un campeggio gratuito per tutti i giovani che studiano design e che probabilmente non avrebbero potuto venire a vedere la Design Week perché sarebbe costato troppo.

La Design Week ha una dimensione tale e un numero di spettatori infinito, quindi la nostra è anche un po' una goccia nel mare, ma è stata un'idea, se vuoi, coraggiosa e quando hai un'idea coraggiosa spesso trovi qualcuno che ti segue. Infatti l'anno scorso i due partner principali di questa operazione ci hanno aiutato a realizzare l'infrastruttura principale del campo, cioè la casetta: la tenda di Ferrino e l'interno ammobiliato da Ikea».

Quali sono le soluzioni sostenibili che avete adottato da un punto di vista di design?

«Nel Glitch Camp, ma anche in generale nella nostra esistenza come scuola, la sostenibilità non è solo ambientale ma economica, culturale e sociale. Da un punto di vista di design, i nostri partner hanno un'attenzione concreta nelle loro scelte di prodotto rispetto al tema della sostenibilità. Ad esempio, le tende di Ferrino vengono poi riutilizzate dal brand, anche in termini di upcycle, così come i materiali forniti da Ikea l'anno scorso sono stati destinati ad alcune associazioni che si occupano di persone in difficoltà economica e quest'anno seguiremo la stessa strada. Ci sarà anche Bosch che sarà nostro premium partner e che fornirà una serie di lampade. Questi sono dettagli, ma è anche in questo che si sposa il concetto di sostenibilità del campeggio».

Dopo il successo della prima edizione, quali sono le principali novità di The Glitch Camp 2025?

«Quest'anno la Fondazione Francesco Morelli, che è proprietaria di IED, ha finanziato e promosso un programma di attività aperte alla città quindi a tutti, anche a chi non sta nel camp. Lo chiamiamo Public Program ed è declinato secondo il tema Designing Togetherness, che è uno dei motivi per cui noi abbiamo fatto questo The Glithc Cap: da un lato il tema nodale è la capacità di accogliere giovani durante la Design Week, dall'altro c'è il tema dell'isolamento. La scia del grande trauma della pandemia su questa generazione di studenti è ancora visibile, quindi con questo programma abbiamo voluto rispondere alla necessità di far ritrovare i giovani a stretto contatto, non solo digitalmente. Non è un caso che comprenda la parola Togetherness: è tutto organizzato secondo il grande tema del che cosa vuol dire essere un soggetto sociale».

Come sarà il palinsesto del Public Program Designing Togetherness?

«Il programma - consultabile online e prenotabile tramite un sistema di iscrizione - è organizzato in diverse macro tipologie. Una parte è composta dai workshop: insieme a Davide Longoni ci sarà un rito sulla panificazione, che comprende valori pazzeschi con la sua dimensione della liturgia, del ritorno alla materia, l'atto della nutrizione collettiva.

C'è invece un altro workshop sullo sport, non di progettazione di oggetti sportivi, bensì di design dello sport, che significa progettazione e riprogettazione dei giochi. C'è poi un workshop sull'upcycling fatto con Ferrino, poi un altro workshop che è un contest letterario: su un ring si sfidano squadre di studenti, in una nuova modalità della scrittura creativa collettiva.

Presso il BASE Milano invece ci sono i nostri studenti di sound design che intrattengono con delle serate in musica, ma c'è anche molto altro: c'è il Little Fun Palace, ci sono incontri, relazioni sul design, uno spazio dedicato alle biciclette, uno al cibo. C'è la qualunque, apparentemente, ma in realtà c'è un filo rosso molto preciso che sono tappe, esperimenti, modi diversi di osservare lo stare insieme e come lo spazio reagisce o deve agire per stare insieme».

Come questo progetto può influenzare il dibattito sull’accessibilità degli eventi culturali?

«Per capire come lo influenzerà ci vorrebbe la sfera di cristallo, ma intanto ti posso dire due cose: che stiamo facendo la seconda edizione del The Glitch Camp e la città di Milano è nostra partner, così come si sono riconfermati i partner istituzionali che fanno la Design Week. Il supporto al progetto c'è e cresce quindi, evidentemente, il nostro pensiero critico viene compreso e accolto. Il secondo fatto è la partecipazione degli studenti. L'insieme di questi due fattori mostra come l'istanza da cui siamo partiti sia reale e riconosciuta sia da chi vive la necessità di una Milano più accessibile, sia da chi in un certo senso lo crea quel bisogno. Ora occorrerebbe un terzo passaggio: trovare delle risposte.

The Glitch Camp è sostanzialmente un progetto di mobilitazione sociale e quindi un progetto di mobilitazione politica che solo le scuole possono fare in maniera apartitica. Quello di The Glitch Camp è uno statement molto chiaro, però noi non siamo dei policy makers, noi siamo dei cultural makers perciò, di fatto, possiamo provare a creare una riflessione collettiva. Mi immagino una Design Week con tutti i designer giovani che arrivano e si piazzano ovunque con le loro tende e dicono: 'ragazzi non troviamo case, quindi ci riappropriamo così dello spazio'. È una bellissima istanza sociale, pacifica e culturalmente di livello».