Al primo anno di Università, nel 2017, sono uscita con un ragazzo di nome Matthew. Lo avevo conosciuto su Bumble. Era un modello, il che mi attirava molto, perché anche io avevo appena iniziato la mia carriera nello stesso settore. All’epoca non avevo ancora fatto ufficialmente coming out: c’era qualcosa di eccitante nel non rivelare di essere trans sulle app e incontrare i miei date nelle vesti di una ragazza senza una complicata storia di transizione alle spalle, con il semplice desiderio di godermi la mia vita. Ho sempre avuto il privilegio di sembrare una donna cisgender, così mi ritrovavo a rivelare di essere trans solo quando la relazione si avvicinava all’intimità fisica. Sono perfettamente consapevole del fatto che questo mi dia un generale senso di sicurezza, condizione che non tocca a tutte le donne trans.

I primi due appuntamenti con Matthew erano stati divertenti. Al terzo siamo andati a mangiare in un ristorante cinese di lusso, con alcuni suoi colleghi modelli. Mi eccitava stare in mezzo a quei corpi perfetti coronati da volti bellissimi e simmetrici. Matthew stava sull’attenti e mi sembrava orgoglioso di avermi al suo fianco. Man mano che la serata proseguiva, ci siamo messi a parlare delle cose che più ci fanno paura. Qualcuno era terrorizzato da perdere i connotati del viso a causa di un attacco con gli acidi, altri di essere derubati nella propria casa. Io ho detto che il mio timore più grande era di morire. Poi Matthew ha pensato bene di dichiarare ai commensali che il suo terrore inizia con la lettera “T”. Le ipotesi più gettonate includevano tigri, terrorismo e tsunami. «Peggio», ha risposto. «Transgender!». Mi aspettavo qualcuno dicesse qualcosa. E invece niente. Mentre il cuore mi scivolava nello stomaco, il resto del tavolo non reagiva. Anzi, qualcuno dei modelli uomini ha persino annuito. Nessuna parola in difesa della comunità di cui non avevano idea che facessi parte.

All’improvviso provai il terrore che mi scoprissero. Fui inondata di dubbi e rabbia. Come cavolo ero potuta arrivare al terzo appuntamento con un transfobico? Ho finto un’emergenza, mi sono scusata e me ne sono andata. Sulla strada verso casa, scrissi un’infinità di messaggi furiosi ai miei amici: mai come in quel momento, ho avuto bisogno di sostegno e comprensione. Tornata nel mio appartamento, ho bloccato il numero di Matthew. Subito dopo ho preso la decisione di inserire un indicatore di genere nei miei profili sulle app di incontri: donna trans.

Due anni dopo mi sono impegnata in una nuova relazione amorosa, questa volta reciprocamente transgender. Ero davvero innamorata. Fu allora che feci un ulteriore passo avanti. Per la prima volta, ispirata dall’apertura mentale del mio ragazzo di allora, mi dichiarai pubblicamente sui miei profili social. Postai un video su YouTube intitolato “Sono TRANSGENDER” e rivolto agli oltre 100.000 iscritti del mio canale. Ero certa che Internet avrebbe fatto una magia e portato attraverso l’algoritmo il mio video di coming out a chiunque, così da non dovermi mai più dichiarare in futuro.

Mi ero illusa che il mio dovere fosse finito. Ma, spoiler, non è andata affatto così. Man mano che sono cresciuta, ho capito che non si finisce mai di impegnarsi in questa fatica. Non importa chi incontrerò, l’onere rimarrà quasi interamente a mio carico. Per colpa (o per merito?) di questo momento storico, durante il quale si lascia che voci di odio e discriminazione siano più spesso amplificate che limitate, ho dovuto sviluppare un’abilità di selezione estremamente accurata, attraverso ricerche approfondite, una lettura critica dei social media, e un controllo capillare delle fonti. Con la decisione di Mark Zuckerberg di eliminare il fact checking su Meta, dovrò diventare ancora più brava a proteggermi da contenuti transfobici e fake news sul tema.

Nel frattempo però, nella vita reale, nonostante la mia identità di genere sia dichiarata su Internet e sulle app, mi trovo in continuazione ad avere a che fare con uomini che non hanno idea di cosa significhi neanche lontanamente uscire con una donna trans. Così, mi capita di continuo di vivere momenti complicati e imbarazzanti. Questo mi ha fatto male, ma mi ha anche inculcato una mentalità aperta e flessibile. Non mi offendo più se mi trovo davanti una persona impreparata sull’argomento, purché si dimostri rispettosa e desiderosa di scoprire mondi nuovi. Ho imparato che può essere una situazione reciprocamente eccitante, oltre che un’ottima opportunità di crescita.

Nel tempo ho capito anche come parlare del mio sesso con più disinvoltura. Non è più qualcosa di cui mi preoccupo: fa semplicemente parte di ciò che sono. E in una società che vuole che le persone come me siano invisibili, proclamare a gran voce la mia identità mi protegge e al contempo costringe gli altri a riconoscere la mia esistenza. Se un ragazzo sembra non sapere come reagire, gli chiedo semplicemente: «Sei mai stato con una donna trans prima d’ora? Sapevi che lo sono?». Meno semplice da accettare è la consapevolezza che non c’è nulla che io possa fare per assicurarmi che i miei date capiscano che sono trans prima di incontrarci. Purtroppo, molti uomini cis sono pigri (o troppo privilegiati) per controllare in anticipo questo genere di informazioni. E questo significa che devo rimanere vigile. Reduce dall’incidente di Matthew e da molte altre storie dell’orrore, il mio istinto è costantemente in stato di allerta.

Prima ancora di uscire con qualcuno, pianifico un eventuale piano di fuga. Arrivo in anticipo per conoscere il personale del ristorante, in modo che sappiano chi sono e che ho un appuntamento a cena con un ragazzo. Quando la conversazione si sposta sulla transessualità, mantengo il contatto visivo, osservando le espressioni facciali del mio interlocutore. Sono diventata una maga nel rilevare qualsiasi vibrazione di paura o di odio. Se percepisco che le labbra si arricciano, le braccia o le gambe si incrociano, se c’è un allontanamento fisico anche minimo, o un cambio nel tono di voce: posso letteralmente sentire anche la più flebile serena d’allarme. Quando mi è capitato di dover scappare, le ho provate tutte, ho pure finto un improvviso attacco di diarrea. D’altra parte, sicurezza batte dignità. Tutto questo mi fa piacere? Ovviamente no. Ma amo pensare che, condividendo la mia storia, stia aiutando altre persone a evitare le situazioni di disagio che ho vissuto io.

A proposito, Matthew si è ripreso dopo il mio coming out pubblico. Non con delle scuse, però. Ha superato la sua “paura più grande” per chiedermi un consiglio su come far crescere il suo engagement su TikTok. L’ho bloccato di nuovo.