Le bellezze che arricchiscono la Sardegna sono note a tutti. Rinomata soprattutto per le sue spiagge immense e le calette nascoste, l’isola regala luoghi naturali incredibili perfetti per chi punta a trascorrere del tempo tra quiete e ritmi lenti. Se siete già stati in zona e avete mangiato le delizie isolane, avrete sicuramente scoperto come non sia così atipico fare uno spuntino pomeridiano con l’inimitabile pane guttiau, che il vino rosso è tanto bevuto quanto quello bianco e che, nonostante si tratti di un’isola, i menù dei ristoranti sono molto più popolati dalla carne anziché dal pesce.

La regina indiscussa del capoluogo: la Fregola

Regina indiscussa dei primi piatti tipici sardi e, nello specifico della cucina cagliaritana, è la fregola. Pasta secca a base di semola di grano duro, si presenta sottoforma di chicchi grossi e tondi e viene spesso accompagnata da arselle dando così origine alla ben nota “Fregula cun Cocciula”.

Il piatto affonda le sue radici nella tradizione agro-pastorale dell’isola e nasce dall’idea di alcune donne di Cagliari al fine di assaporare le vongole presenti nello stagno di Santa Gilla, una delle aree più conosciute della città. Pare che la sua storia antichissima risalga a più di mille anni fa e nel corso del tempo i sapori non hanno fatto altro che mescolarsi al meglio e rimarcare la bontà del piatto. Dato l’aspetto simile, la fregola viene spesso paragonata al cous-cous ma ciò che li contraddistingue emerge in fase di cottura: il tipico piatto nord-africano viene cotto a vapore a differenza della fregola che viene solitamente cotta tramite bollitura. La superficie ruvida e la consistenza della fregola la rendono adatta per sughi e preparazioni che in Sardegna variano di zona in zona e lasciano ampia libertà e creatività in cucina.

La preparazione tradizionale è molto semplice e richiede una prima pulizia e cottura delle arselle da un lato e un semplice soffritto con aglio, prezzemolo e salsa di pomodoro (dove viene successivamente aggiunta la fregola) dall’altro. Ottenuta la giusta cottura della fregola, unite le arselle e mescolate il tutto tenendo a mente che la consistenza da raggiungere deve essere tendenzialmente morbida e non del tutto asciutta.

Il “Porceddu”, maialino sardo simbolo culinario dell’isola

Il simbolo culinario per eccellenza è senza dubbio il “Porceddu”. Anche se ci troviamo su un’isola, la Sardegna vanta un territorio in prevalenza montuoso per cui non c’è da stupirsi se il secondo tipico sardo sia una proposta a base di carne. Il maialetto sardo è il piatto più conosciuto dell’isola, una proposta culinaria caratterizzata da forte identità e senso di appartenenza che non manca in occasione delle feste.

Il maialino da latte viene cotto intero allo spiedo a fuoco lento, su braci di ulivo e ginepro, per un tempo che si aggira sulle quattro ore complessive. L’aggiunta del sale a metà cottura e quella di erbe mediterranee come mirto, timo e finocchietto selvatico alla fine, contribuiscono a rendere il gusto complessivo davvero unico.

La modalità di preparazione, tramandata di generazione in generazione, segue la ricetta autoctona alla quale tutti i sardi restano fedeli. Margine di scelta si ha nel momento in cui il piatto viene consumato perché lo si può mangiare caldo o tiepido: nel primo caso viene tagliato ancora rovente appena tolto dal fuoco e servito subito a tavola, nel secondo caso lo si adagia su un letto di foglie di mirto e lo si ricopre con le medesime, in attesa che si raffreddi e che si aromatizzi.

Fu l’influenza spagnola, che per diversi secoli ha dominato la Sardegna, a divulgare la tradizione e il consumo del maialetto, oggi prodotto molto apprezzato anche in Spagna.

Il tocco dolce a base di formaggio e miele: la seada

Per concludere il dolcezza non potevamo non menzionare la seada, il dolce tipico sardo. La ricetta tradizionale ha una storia antica e le sue origini contadine lasciano immaginare come questo dolce sia frutto di una cucina povera. Oggi lo si mangia a fine pasto come dessert ma in passato le seadas altro non erano che un secondo piatto che faceva parte dell’economia pastorale.

La seada ha le sembianze di un raviolo e all’interno della sua forma tondeggiante si nasconde un ripieno di formaggio leggermente acidulo e filante. Per un contrasto di sapori, sull’involucro viene aggiunta una spennellata di miele che il vostro palato saprà sicuramente apprezzare.
La ricetta subisce delle leggere varianti secondo la zona isolana in cui viene preparata ma il procedimento resta comunque semplice: impastate la pasta di semola di grano duro con lo strutto, unite acqua e un pizzico di sale e amalgamate fino ad ottenere una consistenza omogenea e morbida che dev’essere lasciata successivamente a riposo per almeno un paio d’ore.

Per il ripieno, grattuggiate il pecorino sardo con della scorza di limone e modellate delle palline. Quindi tirate la pasta in sfoglie sottili, tagliatela a strisce e (proprio come se stesse preparando dei ravioli) adagiate le palline di formaggio a distanza regolare. Coprite con altre strisce, pressate bene intorno al ripieno fino a chiudere e ritagliate la pasta intorno. Friggete in olio di semi fino ad ottenere un colore dorato e aggiungete il tocco di miele finale.