C’è chi pensa che Il diavolo veste Prada sia solo un film per appassionati di moda. Non è del tutto falso, ma non è nemmeno tutto qui.

Non ho un momento preciso in cui ho iniziato a sognare di scrivere. So però che, crescendo — da ragazza millennial del Nord Italia — quell’ambizione si è sempre intrecciata a un immaginario molto specifico: riviste patinate, party esclusivi, celebrity lifestyle, una certa idea di notorietà. E sì, anche quella figura un po’ stereotipata di chi corre per New York con un laptop sotto braccio, un caffè caldo in mano e vestiti belli, non pensati per coprire ma per raccontare chi sei.



Perché Il diavolo veste Prada è molto più di un film sulla moda

Non è necessario amare la moda per voler scrivere, ma è difficile evitarla del tutto lungo il percorso. Soprattutto se sei cresciuta guardando in loop Sex and the City, Girls o il film del 2006 con Meryl Streep e Anne Hathaway.

Andy Sachs è sempre stata questo: una giovane ambiziosa, brillante, determinata — ma anche ingenua rispetto a tutto ciò che riguarda il gusto, l’estetica e il sistema in cui sta entrando. Ed è proprio per questo che Il diavolo veste Prada è diventato un riferimento così forte: perché parla di lavoro, identità e desiderio di affermarsi, prima ancora che di moda.

È l'archetipo meglio riuscito nella storia delle dramedy dei primi Anni Duemila, un film che riesce ad abbracciare i desideri di chi ama mettere in fila le lettere e le parole, di chi facendolo, riesce a dargli un senso e una sensibilità visiva e acustica, di chi ha l'esigenza di raccontare delle storie interessanti, e forse, ancora prima, di chi ha bisogno di esprimersi proprio attraverso questo medium, sempre più obsoleto: la scrittura.



Il sequel e il cambiamento dell’editoria

E forse è anche per questo che noi, ragazze che scriviamo, siamo così contente dell'uscita del suo sequel a vent'anni di distanza. Cresciute insieme alla protagonista, possiamo fare i conti con le versioni di noi stesse di quando eravamo solo bambine insicure che coloravano fogli a pennarello, teenager con tanto da dire, e pochi che ascoltavano, che non sapevano come e se mai ce l'avrebbero fatta; possiamo tirare le somme di come si siano evolute le nostre priorità e i nostri obiettivi, di come sia maturato il nostro modo di comunicare e di stare al mondo attraverso il testo scritto. In qualche modo, le ragazze che scrivono si rivedono nella Andy Sachs de Il diavolo veste Prada 2 per più di un motivo.

Ci sta che il primo film fosse più bello, forse più emotivo e coinvolgente, più autentico e meno costruito e studiato – ma se chiedete a me, il politically correct è praticamente sempre una buona notizia, anche se non mi piace chiamarlo così –, meno pieno di cameo monumentali (Donatella Versace sulla pellicola sembra quasi un'allucinazione), che fanno sembrare il tutto un'accozzaglia di cose messe insieme giusto perché si avevano i soldi per poterlo fare. Forse, in generale, risulta esserci poca armonia e poca coerenza narrativa, ma anche questo secondo capitolo, nelle sale internazionali dal 29 aprile 2026, ha trovato più di un modo di arrivarci e parlarci, di farci riflettere su chi siamo e su chi continueremo a voler essere, nonostante, circa parafrasando, quella storia di tutti i mali peggiori della società.


Rispetto al 2006, oggi Runway deve fare i conti con la crisi del settore editoriale. Non c'è budget, bisogna tagliare; la gente non legge più, e nemmeno chi scrive lo fa; lo spam di attenzione del lettore medio dura circa cinque secondi; consumiamo il giornalismo scrollando sui nostri smartphone mentre facciamo pipì. Quasi non ce n'è nemmeno più bisogno del giornalismo: gli unici contenuti che vengono cliccati sono quelli che pubblicizzano, invece di informare, quelli che ci spiegano come conformare i nostri corpi e il nostro aspetto, il nostro comportamento e il nostro stile di vita a dei canoni prestabiliti (che comunque non raggiungeremo mai, ma possiamo sempre comprare dei prodotti per provarci). "Come fare il peel-off di qualche cosa", a un certo punto del film si lamenta Andy di dover essere tenuta a scrivere, in mezzo a una serie di impegni del suo nuovo lavoro. «Una volta cercavo di scrivere storie che pensavo che la gente avesse bisogno di leggere; ora invece devo trovare quelle che le persone hanno voglia di cliccare», è (non so se alla lettera) una delle battute più evocative e decadenti delle sorti dell'editoria.


Andy Sachs è ancora il nostro punto di riferimento

Andrea è infatti tornata a Runway quando la sua testata precedente, apparentemente di spessore culturale più elevato, ha dovuto chiudere i battenti, lasciando a casa, senza lavoro e senza stipendio, tutti i suoi dipendenti. In questi anni di professionalismo applicato allo storytelling, alle notizie e alle inchieste, l'intraprendente donna ha raccolto un ampio consenso critico tra l'élite di intellettuali, riuscendo ad aggiudicarsi anche qualche premio come riconoscimento dell'ottimo lavoro svolto (non che nessuno, nemmeno la sua vecchia capa, avesse mai dubitato del suo talento). Chiamata di nuovo nella rivista-istituzione come firma strategica per sanarne la reputazione (compromessa dalla pubblicazione di un articolo promozionale su un marchio coinvolto nello sfruttamento del lavoro in fabbrica), Andy è determinata a far recuperare alla pubblicazione una certa credibilità. Ma Miranda, già in difficoltà nel gestire un panorama mediatico profondamente cambiato, la accoglie con ostilità.

Se inizialmente Andy si mostra riluttante all'idea di accettare quella posizione, man mano, con lo sciogliersi della trama e dell'intreccio, diventa chiaro che Runway, con le sue rubriche sulle sfilate, con le sue features su make-up, capelli e skincare, con tutti i suoi inserzionisti (e l'amica Emily Blunt/Charlton, che rappresenta quelli di Dior) è proprio il posto a cui appartiene. La casa in cui è convinta di voler stare e per cui lotterà con tutta se stessa per preservare. Il velo di snobismo che accompagna i primi momenti in redazione non ha motivo di durare. Se inizialmente il personaggio di Hathaway sembra credere ancora che un femminile non possa trattare argomenti alti, la sua situazione lavorativa, e forse anche un sesto senso interiore, la convincono comunque ad accettare la proposta (sulla questione etica, di piegare i propri valori alle richieste industriali, un po' chiunque è costretto a farlo – dopotutto viviamo in una società che ci chiede di guadagnare per sopravvivere). Il resto poi verrà da sé.

Andy Sachs, infatti, non si limita a svolgere un compito, a fare il proprio lavoro e poi tornare a casa (ed anche in questo è probabilmente molto millenial). Anche se la rivista fatica ad adattarsi all'era digitale, la donna tenta in tutti i modi di mantenere uno standard giornalistico elevato: "Qual è l'impatto climatico dei mercati tessili e di bellezza sulla salute ambientale?", suona più o meno così il taglio di uno dei suoi articoli che compare sullo schermo, nei documenti ripresi sul suo iPad. Se questo articoli ricevono in principio poca attenzione, il film non manca, sequenze più avanti di riconoscergli l'approvazione che si sono sempre meritati.

Scrivere (anche di moda) ha ancora valore

Con il capitolo numero 2 de Il diavolo veste Prada, la sua protagonista non solo ci conferma, una seconda volta e vent'anni dopo, che scrivere, a volte anche di moda, è il lavoro più bello del mondo, e che questo lavoro bellissimo lo stiamo facendo noi, ragazze che non sempre vengono ascoltate. Ma rivedendo i suoi ideali, vivendo e attraversando una realtà editoriale del genere, dimostra una volta per tutte che non c'è niente di basso nello scrivere per una rivista come Runway, che le sue pagine, online e stampate, non hanno niente da invidiare alle altre pubblicazioni, alto-borghesi e con la puzza sotto il naso; che il lavoro di tutte le ragazze che scrivono è importante e che, certamente, andrebbe valorizzato e ricompensato meglio dalla società, che invece lo sta affondando, giorno dopo giorno. E ci racconta ancora che, nonostante tutti i mali peggiori di questa società e nonostante sia forse un atteggiamento troppo naif e sicuramente troppo millenial, le stesse ragazze troveranno sempre la voglia di lavorare scrivendo, di cambiare il mondo facendolo, di mettere in ordine quelle lettere e quelle parole, una dietro l'altra, facendole suonare bene e apparire ancora meglio, per parlare a chiunque mai avrà bisogno di ascoltarle. Se così non fosse, Andy Sachs non avrebbe fatto di tutto per salvare Runway dal suo destino, che è purtroppo quello effettivo di tante realtà editoriali dove si respira la scrittura: un'altra rivista che chiude perché non ci sono più soldi. Infine, Tdwp 2 è un film che ci assicura che si può scrivere bene anche quando si è vestite benissimo.