Las Vegas ha sempre rappresentato nell’immaginario collettivo la rappresentazione perfetta dello sfarzo e dell’eccesso più sfrenato, ma c’è stato un tempo in cui divenne la culla dei più grandi spettacoli d’intrattenimento ispirati alle famose ballerine della Folies Bergère di Parigi. Nati nel 1869 nell’omonima music hall, situata in rue Richer 32, presero piede a Sin City verso la fine degli anni 50 allo Stardust Hotel con il nome di Lido de Paris. Gli spettacoli offrirono la massima esperienza nel campo dell’intrattenimento moderno: orchestre dal vivo, numeri di canzoni e danza, e soprattutto introdussero il ruolo della showgirl come vera paladina dell’intrattenimento di Las Vegas. «Questi spettacoli racchiudevano al proprio interno un fascino unico grazie allo sfarzo e al glamour che solo Las Vegas poteva offrire, tanto da radicarsi come parte integrante dell'esperienza cittadina», spiega Su Kim Chung, curatore di archivio presso UNLV (University Of Nevada, Las Vegas).

Ma oggi cosa rimane di tutto questo? The Last Showgirl, il nuovo film di Gia Coppola, concentra la propria narrazione nell’analizzare attraverso gli occhi mai disincantati di Shelley Gardner, ultima showgirl dello show La Razzle Dazzle, la fine di un’epoca gloriosa. Traendo ispirazione da spettacoli come Jubilee!, perfetta raffigurazione di quelli che furono gli sgargianti show che avevano dominato Las Vegas nella seconda metà del XX secolo, la Coppola insieme alla sceneggiatrice Kate Gersten delineano attraverso la sua protagonista, interpretata magistralmente da Pamela Anderson, il tentativo quasi ideologico di rimanere ancorati al proprio ruolo, ormai difficilmente replicabile nell’entertainment di Las Vegas. Il suo è un mondo legato all’epoca d’oro di Broadway, ai grandi spettacoli degli Anni '50 e il suo sguardo è sia nostalgico ma anche archetipo di un tempo ormai andato in cui Las Vegas diventa il vero sipario di una favola senza tempo.

«Come Gia, sono sempre stata affascinata dalle persone di Las Vegas», ammette Gersten, «guardare Jubilee! mi ha fatto nascere il desiderio di approfondire e capire come fosse la vita di queste persone». Per farlo, la Gersten ha cercato di raccogliere le storie del cast di Jubilee! e delle altre ballerine con cui ha lavorato, per conoscere le loro esperienze di artiste e la loro vita quotidiana a Las Vegas.

Nella sua conformazione di favola underground contemporanea anche la musica, composta da Andrew Wyatt, diventa una voce determinante nello scacchiere narrativo di Coppola. Il suo essere old fashion, fortemente legato alle orchestrazioni imponenti care ai chrooner che pullulavano la Las Vegas degli Anni '50, accresce ancor di più questo senso di straniamento di Shelley, ormai intrappolato in ricordi passati e non più raggiungibili. Una ballerina persa in un carillon ormai spento. Per approfondire ulteriormente ogni aspetto di uno dei film più interessanti del 2025 abbiamo avuto il piacere di incontrare Gia Coppola.

The Last Showgirl sembra esplorare la figura della ballerina come un’icona del passato e allo stesso tempo raccontare la storia di una donna persa in un sistema più grande di lei. Cosa ti ha affascinato di questa figura e come hai costruito il suo percorso narrativo?

«Sicuramente sono partita da una sceneggiatura veramente straordinaria, scritta da Kate Gersten, e soprattutto ho avuto la possibilità di poter collaborare con dei professionisti meravigliosi. Realizzare questo film in modo così intimo, circondata da persone a me vicine, è stato senz’altro un privilegio. Pamela (Anderson) così come tutti gli attori coinvolti in The Last Showgirl si sono messi in gioco totalmente, disposti a condividere ogni aspetto dei loro percorsi artistici, soprattutto in relazione a quelli che possono i limiti che la stessa professione ti impone, rendendo tutto il dialogo davvero collaborativo. E penso che questa dimensione emerga in modo naturale nel film. Il paesaggio di Las Vegas, dove l’immagine di Shelley si conforma nel proprio ruolo di showgirl e soprattutto nel suo rimanere ancorata ad un passato glorioso ormai svanito, diventa una perfetta metafora visiva della nostra cultura e di ciò che essa valorizza, in modo quasi trasparente e superficiale. Lo si percepisce nell’architettura, nel panorama stesso della città. Anche la scelta di girare in 16 mm anziché in digitale è stata un omaggio a un certo tipo di creatività del passato, a ciò che suscita nostalgia. E poi c’è la figura della showgirl, un’icona onnipresente a Las Vegas, nonostante quella tipologia di spettacoli non esista più. La nostra società ha smesso di attribuirgli valore: i costi di produzione sono troppo alti e oggi non diamo più importanza a quell’arte, a quei costumi, a quel tipo di messa in scena».