Un padre non è sempre un padre. C’è solo un modo, biologico, per diventarlo e al contrario tantissimi per esserlo in un’assenza o presenza che rappresenterà il primo incontro per una bambina con il genere maschile – per questo molte di noi passano la vita a rimettere insieme i pezzi e lo chiamano “rapporto padre-figlia”. Una responsabilità enorme, la costruzione o distruzione dell’uomo e di quello che rappresenterà nella sua vita da ragazza e donna, di quello che vorrà trovare o che cercherà di tenere maggiormente distante affidandosi al ricordo della persona che ha avuto, non avuto, amato, subìto, ritenuto colonna imprescindibile della propria esistenza. Per quanto assoluto, è solo uno dei temi che affronta il tenero e devastante Aftersun, primo lungometraggio della regista scozzese Charlotte Wells per il quale Paul Mescal (ex Connell di Normal People) ha appena ricevuto la nomination agli Oscar come Miglior attore protagonista: il duplice ritratto di una ragazza all'apice dell'adolescenza e di un giovane che si sente alla deriva nell'età adulta, in una riflessione magistrale multi-strutturata tra passato e presente sul senso del dolore e della memoria.

Ritenuto unanimemente sin dalla presentazione a Cannes 2022 a maggio e poi dall’uscita recente a gennaio (in Italia, su Mubi) uno dei film migliori dell’anno suscitando entusiasmo tra critica e pubblico (ha raccolto anche 16 nomination ai British Independent Film Awards), Aftersun racconta la storia velatamente autobiografica di un viaggio in una località turistica della costa turca alla fine degli anni Novanta, tra l’undicenne Sophie e suo padre, il quasi 31enne Calum su cui mai alcuna informazione ci viene esposta con chiarezza. Allo stesso modo, cioè senza certezza o trasparenza, ne indoviniamo la sorte quando al termine della vacanza Calum, la cui depressione è sempre solo suggerita e non dichiarata, saluta e si allontana da Sophie nella luce bianca e aggressiva dell’aeroporto.

Intervistata dal Guardian lo scorso dicembre, Charlotte Wells ha raccontato che le radici del suo film risiedono in un vecchio album che la ritraeva in vacanza mentre era una bambina, nell'essersi ritrovata sorpresa di quanto fosse giovane suo padre negli scatti e di quanto poco, si era resa conto, conoscesse in realtà quella figura che la stava crescendo. «C’era un'immagine di cui non ricordavo, ero seduta vicino a una piscina in Spagna, con una donna molto bella proprio dietro di me e mi sono chiesta chi fosse il vero soggetto della foto». È infatti nel tentativo di raccontare una storia più emotiva che lineare che Wells e il direttore della fotografia, Gregory Oke, hanno costruito composizioni che evocassero l’estetica dei video amatoriali (incorporati anche realmente, con filmati della videocamera girati proprio dalla prospettiva di Sophie e Calum) per fare del film una bobina di ricordi ambigui e di sensazioni, che mescola ai filmati della Sophie bambina, con le sue percezioni, la memoria della sua versione adulta mentre scorre probabilmente l'ultimo ricordo che ha di suo padre. Consegnandoci non solo l’affresco della natura vaga della relazione tra Calum e sua figlia, ma di quella che abbiamo avuto anche noi quando eravamo più piccole e volevamo l’indipendenza dai nostri genitori nonostante fossimo ancora tanto dipendenti dagli adulti nella nostra vita.

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Una scena da Aftersun

Chi ha criticato Aftersun lo ha fatto perché per 90 minuti non succede niente. Novanta minuti di languido abbandono a bordo piscina, di scene esteticamente piacevoli incentrate sulla figura del maschio-fragile (ruolo in cui Mescal è straordinario) la cui narrazione è diventata tanto urgente ed evidente negli ultimi tempi. Ed è proprio in questo pesante e dolorosissimo vuoto che risiede tutta la forza di Aftersun, che va a contorcerci in qualche nostra parte giù in fondo, che ci spinge a leggere nei suoi tanti piccoli momenti apparentemente banali che sono solo sussulti di disperazione, o nel silenzio che si incrina sotto una serie di osservazioni concise, «è bello che guardiamo sempre lo stesso cielo». Come ha scritto Mark Kermode sul Guardian, spesso «sembra che la vera storia si svolga ai bordi dell’inquadratura, danzando nell’ombra ai confini dello schermo».

Un padre non è sempre un padre, ma in qualsiasi circostanza, nella sua assenza o presenza, nel gesto che ci è rimasto impresso perché lo ha fatto o speravamo di vederlo e non l’abbiamo visto, le parole che non ci ha detto, le attenzioni che ha dato a qualcuno che non eravamo più noi o al contrario la sua natura statuaria con cui riusciamo ancora a vederlo, contribuirà sempre al modo con cui una figlia si rapporterà al mondo. E sulla realtà degli eventi vincerà il nostro schema di percezioni e stati d’animo – costruiamo palazzi incantati nell’intimo dei nostri ricordi in cui fossilizziamo un'immagine irrazionale e assurda dei nostri genitori dimenticandoci di come le loro vite contengano vasti regni invisibili – come accade per Sophie che con Calum litiga, non si capiscono, non si connettono, si danno sui nervi e poi si rilassano e si regolano sulle stesse onde in una tranquillità in cui non servono più le parole.

Ho una foto con mio padre che mi piace rivedere spesso. Siamo di schiena, ho 4 anni, lui è giovanissimo, mi aggrappo alla sua mano mentre guardiamo il mare e ci trovo lì ancora tutta la promessa di un futuro. Ci ho ripensato durante quella scena di Aftersun in cui Sophie sta dormendo e Calum, sul balcone senza interrompere il silenzio dei suoi sogni, balla fumando una sigaretta evidenziando la loro vita distante, quella di due individui, un padre e una figlia, in una dimensione a cui non abbiamo potuto accedere anche se ci siamo prese tutto quello che ci ha dato. I ricordi, i tratti del viso, la gioia e il dolore.