Quand’ero piccola ero convinta che a 18 anni sarei andata fuori casa, avrei avuto una casa simile a “La Casa dei Sogni di Barbie” insieme ad un lavoro fighissimo ed una macchina decappottabile con cui avrei scarrozzato in giro tutte le mie amiche per andare alle feste. Purtroppo, o per fortuna, sono cresciuta ed ho dovuto fare i conti con la realtà. Mi sono trasferita a Milano per lavorare e da lì posso dire di essere entrata ufficialmente nel mondo degli adulti. Ricordo i primi tempi quando non conoscevo ancora nessuno in città e cercavo una stanza in affitto nei classici siti immobiliari. Mi sembrava un’impresa impossibile e mi ritrovavo, il più delle volte, ad essere demoralizzata e stressata dall’ennesimo buco nell’acqua. Quando qualche anno fa, mentre stavo facendo il mio solito rituale di scrolling su TikTok prima di andare a dormire, mi sono imbattuta in un video di @mangiapregasbatty ho pensato: “Finalmente qualcuno è riuscito a dare voce ai miei pensieri e ha avuto il coraggio di dirlo a tutti senza filtri”. Noemi Mariani, meglio nota appunto sui social come @mangiapregasbatty, è una giovane autrice, copywriter e content creator italiana che, quasi per scherzo, ha creato nei social il format ormai viralissimo “Case da incubo”. Noemi ha iniziato a condividere dei video online dove commentava apertamente in modo ironico, irriverente e, soprattutto, genuino e vero, le soluzioni abitative che i siti immobiliari proponevano in affitto. È così quindi che ha iniziato a condannare quel “Grazioso monolocale dotato di tutti i comfort” che sembrava più una cantina umida, con un materasso per terra come letto e una piastra elettrica sopra il comodino come “cucina attrezzatissima”. O anche quella stanza definita come “ampia camera da letto in zona centralissima ad un prezzo imperdibile” che era a tutti gli effetti invece una camera condivisa con un altro coinquilino, in una zona fuori Milano, con una brandina che ricordava vagamente un letto, affittata alla modica cifra di 700 euro. In questo modo, attraverso i suoi post, Noemi è riuscita a parlare in modo semplice, coinvolgente e divertente delle difficoltà del vivere da giovani adulti in Italia, con particolare attenzione alla situazione abitativa nelle grandi città come Milano. Noi della redazione abbiamo avuto modo di incontrarla a casa sua, in una giornata umida ed uggiosa di settembre. Una di quelle giornate che ti chiedi “ma io perché sono venuta a vivere a Milano?”. Una volta entrati a casa sua però l’atmosfera cambia. Noemi ci dà il benvenuto nel suo appartamento in zona Giambellino. L’ambiente è piccolo ma al contempo estremamente delizioso ed accogliente, con un mix unico di pezzi di design mixati ad oggetti insoliti, spesso recuperati in qualche mercatino vintage. Ogni stanza rappresenta perfettamente l’animo artistico ed eclettico di Noemi, alla quale abbiamo potuto chiedere qualche consiglio e conoscere le sue riflessioni rispetto all’attuale situazione lavorativa e abitativa di un giovane trentenne italiano.
Cosa consiglieresti a chi è appena arrivato a Milano e deve cercare un appartamento o una stanza in affitto?
«Purtroppo, la mia carriera in ambito “affitti” non brilla per successi ed esperienze positive. Vedo però che esistono agenzie immobiliari e/o agenzie intermediarie che a fronte del pagamento di una fee, “aiutano” a trovare casa, limitandosi ad inoltrare annunci che si possono trovare autonomamente sulle principali piattaforme di riferimento. Suggerisco ovviamente di evitare questo tipo di aiuto, che aiuto non è. Il mio consiglio è di chiedere ad amici e agli amici degli amici. Il passaparola spesso si rivela essere la strategia migliore. In aggiunta, una volta individuato il quartiere nel quale si vorrebbe vivere, entrate nelle portinerie a chiedere se sanno di appartamenti liberi».
Situazione trentenni e case impossibili da comprare: qual è il tuo suggerimento?
«Anche qui vorrei avere dei consigli da dispensare e poter essere veramente d’aiuto ma temo di non avere questo potere. Il mio format “Case da incubo” è iniziato proprio così: dalla consapevolezza che da sola, senza l’aiuto dei miei genitori, non sarei mai riuscita a comprare casa. Probabilmente io mi sono arresa anche abbastanza in fretta, avrei potuto rivolgermi a più banche, ma comunque resto una partita iva agli occhi dello stato. “Chi vuol esser lieto sia, di doman non c’è certezza” cit. Con ben poche cose di cui allietarsi, questo è diventato il mio motto».
Tu lavori nella comunicazione, pro e contro che si dovrebbero sapere di questo lavoro?
«Lavoro come copywriter dal 2015 e come content creator dal 2022. Posso dire che ho visto questi settori evolvere, cambiare, mutare. I contro, oggi, superano i pro, per quanto mi riguarda. La comunicazione è il settore che, più degli altri, subisce i contraccolpi di ciò che accade nel mondo. Arriva un nuovo social, tutti a capire come sfruttarlo. Scoppia una guerra, il primo settore che percepisce la crisi è quello dell’adv perché, in tempi di crisi, non tutte le aziende investono in pubblicità. In più il mondo dell’influencer marketing, (e non scendo in ulteriori specifiche ma mi limito a chiamarlo anche io così), è relativamente nuovo e ancora poco governato da regole. Ho spesso la sensazione che sia un oceano sempre più pieno di pesci in cui tutti vogliono stare perché c’è una narrazione non sempre onesta e molto patinata di quello che è il mondo dei social. Chi vuole entrare in questo settore deve sapere che è molto complicato, frustrante e che la frase con la quale ci si deve sempre più spesso relazionare è “non abbiamo budget”».
Se tornassi indietro nel tempo, alla Noemi che sta per aprire Partita IVA che cosa diresti e consiglieresti?
«Comunque le direi “go for it”. Non sono ancora nella fase del rimorso (almeno per ora “lol”). Come dico sempre, per me la Partita IVA è un’esigenza dell’anima. Io non sono molto brava a stare in contesti con più persone perché il rischio è quello di subire troppo le dinamiche interpersonali. O ancora, faccio fatica a rispettare delle regole di formalità, in cui devo stare attenta all’ordine in cui inserisco le persone in cc perché il rischio è di offendere qualcuno. Il modo in cui viviamo mi sembra sempre più privo di senso e non penso di aver bisogno di complicarlo con inutili sovrastrutture che vanno semplicemente a confermare il potere di qualcuno. Alla Noemi che sta per aprire Partita IVA ricorderei che sarà difficile ma questo è il prezzo da pagare per essere “liberi” (o fintamente liberi). Una libertà super responsabile che spinge ad agire per fare qualcosa di giusto e buono, non senza sforzi. Quando non siamo liberi, infatti, si dice che siamo in “cattività”. Per me è fondamentale che chi decide di aprire la partita iva abbia questa bussola interiore».
Nei tuoi video parli spesso anche di “false Partite IVA”. Spiega brevemente cosa sono e come possiamo riconoscerle.
Inoltre, cosa possiamo fare se ci rendiamo conto di essere in una situazione da “falsa Partita IVA”?
«Se fossi in uno dei miei video su Instagram userei una parola volgare, ma al contempo molto diretta, che renderebbe bene il concetto ma, per descriverle qui, mi limito a dire che sono delle vere e proprie fregature. Riconoscerle è molto facile: non avete tempo per coltivare altri clienti. Cinque giorni a settimana per lo stesso datore di lavoro, con magari l’obbligo di presenza. Ci provano. Chi ha Partita Iva almeno una volta nella vita si è trovato in una situazione simile. Bisogna avere la fermezza di ritagliarsi almeno due giorni liberi per poter fare tutto quello che occorre per riuscire a fatturare o fare progetti personali di self branding. In alternativa, fatevi pagare 6k al mese, che sono il prezzo che chiedereste a giornata, per ogni giorno di lavoro. Spoiler: nessuno vi dirà di sì. Ovvio che, dal lato suo, anche il datore di lavoro non viene invogliato ad assumere considerando le tasse che deve pagare. Però non si può aprire la Partita IVA per lavorare come se si fosse assunti senza i benefit dell’assunzione».
Risparmiare è possibile in una città come Milano? Se sì, come?
«No. (ride) Purtroppo, Milano oltre ad avere dei costi vivi più alti rispetto ad altri posti, è anche la città della socialità. Anche se l’aperitivo è morto, qui si deve uscire. Le case sono sempre più piccole, anche questo non invoglia a restare a casa o a cucinare. Bisogna continuamente spingersi oltre i confini delle varie “circonvalle” per provare l’ultimo ristorante, l’ultima caffetteria diventata cool grazie a TikTok. Milano è la città in cui il peccato più grave che puoi commettere è non seguire il trend. In quanto città è anche fatta di bisogni superflui e finte necessità. Il discorso è molto complesso. Comunque penso non sia possibile. Io ho pochissimi vizi, non fumo, non bevo ma su 10 persone chi è che non si fa almeno 2-3 gin tonic il sabato sera? Dall’osservazione di quello che vedo da tutta la mia vita, sono quasi sempre l’unica».
Qual è la casa più assurda che hai visto a Milano nei tuoi giri di visite?
«Una mansarda definita “attico” di 10 mq a circa 900 euro mensili, con “cesso-pedana” illuminata en plein air e con cucina ancora da installare e senza che ci sia il posto per farlo. Io penso che neanche l’intelligenza artificiale sarebbe riuscita a pensare una “casa” come questa. Eppure, esiste».














