Con il nuovo album di Adele che si chiama "30" in arrivo, la nostra sete di musica struggente e momenti di alto pathos verrà senz'altro saziata. Lacrime e magone sono già spuntati fuori all'ascolto del suo primo singolo, Easy on me. Eppure, ben consapevoli che certe canzoni e certi artisti ci fanno scoppiare il cuore di emozioni, continuiamo ad ascoltarli e amarli. Adele ovviamente è solo un esempio, la vera domanda è: perché ascoltiamo la musica triste, soprattutto nei momenti in cui ci sentiamo giù?

Ci sono diversi studi che hanno cercato di svelare perché cerchiamo parole tristi, musiche strazianti e melodie strappacuore quando il nostro umore è in down. Una delle spiegazioni plausibili è che, da esseri umani, tendiamo a tirar fuori le emozioni anche quando queste rimangono sotto la superficie e, dunque, siamo portati a esternarle piangendo mentre ascoltiamo, per esempio, una canzone di Ed Sheeran.

Secondo questa ricerca che ha cercato di creare l'identikit di chi ascolta musica triste (e perché lo fa), il fatto che si evochi un'emozione negativa come la tristezza ascoltando canzoni non proprio felici è legato a determinate tipologie di carattere e di situazioni emotive che possono cambiare nel tempo. I risultati di diversi sondaggi, somministrati con diversi generi di musica (non solo pop ma anche classica, ad esempio) ha svelato che le risposte emozionali alla musica triste non sono percepite come "cattive" ma anzi, sono strettamente correlate ad empatia, pace e fiducia.

Adele che canta la sua disperazione per aver perso l'uomo della sua vita in Someone Like You, giusto per fare un esempio davvero strappalacrime, ci fa sentire compresi e amati, ma anche un po' dissociati da ciò che stiamo ascoltando perché in fondo è vero che le parole di Adele potrebbero essere quelle di qualunque persona che si sente sola ma semplicemente... quella persona non siamo noi. In questo senso, oltre alle emozioni di nostalgia e malinconia, si crea anche una diffusa emozione di sollievo che ci fa pure stare meglio.

Un'altra risposta valida e scientifica si ritrova nel rilascio di prolattina che uomini e donne producono in momenti di profonda tristezza, di lutto o di mancato benessere psicofisico e funge da analgesico naturale. Quando ascoltiamo musica triste è come se il cervello si preparasse - anzi, no, stesse vivendo - un momento di pura tristezza. Anche se questo non è reale, non ci vede protagonisti e sono solo le parole di una canzone o una sequenza di note. Così il rilascio della prolattina, che gli scienziati hanno verificato essere in circolo anche durante l'ascolto di una canzone triste, contribuisce alla fine a creare questo stato di benessere, questo momento di pure connessione con l'interprete e con il suo vissuto.

Secondo quest'altra ricerca dell'Ohio University, il potere di un buon pianto liberatorio ci attrae e ci solleva da tutte le emozioni negative che, invece, non riusciamo a tirar fuori quando siamo troppo lucidi rispetto al nostro dolore. In realtà lo stiamo facendo, solo che è una canzone malinconica a tirarcele fuori. Male non fa, mai.

E così, quando qualcuno ci chiederà perché siamo così masochisti da mettere in loop una playlist che si chiama "Tristezza" nel momento più basso del nostro umore, noi potremo finalmente dire che lo facciamo per stare meglio, non per stare male. E lo dicono la scienza, gli ormoni, la psicologia.