L'hashtag #MahsaAmini da giorni continua a venire ripreso, twittato, postato su Instagram e abbinato a foto e disegni. Nell'ultima settimana il nome della ventiduenne uccisa perché, secondo la polizia morale, non indossava correttamente l'hijab è diventato il grido di battaglia dei manifestanti in Iran. Le proteste sono cominciate dalle donne, nel Rojhelat, il Kurdistan iraniano da dove veniva Amini, e si sono diffuse in tutto il Paese: si lotta per la libertà, per i diritti, contro il regime ultra conservatore del presidente Ebrahim Raisi. Eppure, come stanno facendo notare alcuni giornalisti in queste ore, finora abbiamo chiamato la ragazza simbolo delle proteste con il nome sbagliato. «L’ironia è che il suo nome era Jina. È stata privata del suo nome di battesimo, un nome curdo, in base a leggi pensate per oscurare l’esistenza del suo popolo, i curdi», ha scritto su Twitter la giornalista Rasha Al Aqeedi, «Mahsa era il nome persiano sul suo passaporto, ma il suo vero nome era Jina». «Say her name», ha aggiunto la giornalista, «Jina Amini».
A partire dalla rivoluzione islamica del 1979, che trasformò il Paese in una repubblica islamica sciita, in Iran i genitori devono scegliere i nomi da dare ai loro figli sulla base di una lista approvata. Si tratta di uno dei tanti mezzi con cui il governo impone una certa linea culturale e religiosa e di uno dei simboli più chiari dell'oppressione del popolo iraniano che assume molteplici sfaccettature. In questo caso, la ragazza che conosciamo come Masha, in realtà veniva chiamata da amici e familiari "Jina", con un nome curdo proibito perché inserito dalle autorità tra quei nomi "stranieri", non islamici o che richiamano il cosiddetto "nazionalismo etnico". Jina veniva da Saqqez, nel Kurdistan iraniano, ad ovest del Paese, dove risiedono molti membri della minoranza curda.
I curdi, come fa notare Reuters, sono la quarta etnia più grande del Medio Oriente, principalmente musulmani sunniti anche se al loro interno c'è molta varietà ed è difficile generalizzare. Anche se da decenni lottano per uno Stato indipendente, oggi sono distribuiti principalmente in cinque Paesi: Iraq (dove hanno ottenuto una regione autonoma), Siria, Turchia, Iran e Armenia. I curdi iraniani sono a lungo stati oppressi dalla leadership di stampo sciita del Paese e, ora, le proteste di questi giorni stanno aumentando le tensioni, risvegliando le aspirazioni di indipendenza e la repressione del governo. «I curdi in Iran hanno da tempo subito una discriminazione profondamente radicata», spiega un report di Amnesty International. «I loro diritti sociali, politici e culturali sono stati repressi, così come le loro aspirazioni economiche», per questo, secondo molti attivisti e giornalisti curdi, è importante ricordare il vero nome di Jina Amini, che in curdo significa "vita", perché racconta un pezzo della sua identità e della vicenda di un popolo che, altrimenti, rischia di venire dimenticato anche in questo frangente.












