Dopo il successo dei primi due capitoli, Enola Holmes è tornata con una nuova avventura period mystery e action romance. Nel terzo film della saga Netflix, la giovane detective interpretata da Millie Bobby Brown, sorella minore dell'immenso e inavvicinabile Sherlock (Henry Cavill), si trova ad affrontare il caso più complesso della sua carriera, in uno dei momenti più importanti e delicati della sua vita personale.



Se nei primi due film, Enola è una protagonista che si distingue per intelligenza, intraprendenza, intuito, ironia, curiosità e spirito anticonformista – è cresciuta lontano dalle convenzioni della società vittoriana sotto l'educazione ribelle della madre Eudoria, che dopotutto è Helena Bonham Carter –, nel volume 3 fa ulteriori passi avanti, dimostrando di essere una delle poche eroine contemporanee capaci di incarnare i valori in cui la Gen Z si riconosce: indipendenza, empatia, relazioni paritarie e senso di giustizia, pur vivendo in epoca vittoriana. E confermandosi uno dei personaggi femminili più interessanti del cinema mainstream contemporaneo. In grado di cogliere dettagli che sfuggono agli altri e di risolvere enigmi facendo affidamento più sull'empatia che sulla logica rigorosa, la detective non solo rappresenta e riconosce le esperienze e le proprietà dell'arguzia femminile – fino a qualche anno fa narrazioni riservate esclusivamente al maschile –, ma lo fa senza adeguarsi a questi modelli prestabiliti, spesso ruvidi e disfunzionali (di cui il simbolo è proprio il Sherlock Holmes, inadatto alle relazioni sociali e con cui spesso viene paragonata, soffrendo del confronto): piuttosto, si permette di inventarne dei nuovi, tutti suoi, che rispecchino lei stessa, i suoi sentimenti e che funzionino anche meglio.

Enola Holmes è lo Sherlock Holmes al femminile ma, nella somiglianza, non potrebbe essere più diversa da lui. Questo perché una Sherlock Holmes donna non può esistere allo stesso di uno uomo: la società ci costringe a vivere in determinati modi a seconda del genere che ci è stato assegnato alla nascita.

Enola Holmes evolve nell'eroina Gen Z di cui abbiamo bisogno, trama e recensione del terzo film

Nel terzo capitolo della saga, Enola Holmes è ormai una detective affermata e sta per sposare il suo migliore amico e amante Lord Tewkesbury (Louis Partridge) a Malta. I preparativi per il matrimonio vengono interrotti quando il fratello Sherlock scompare misteriosamente dopo essersi messo sulle tracce di un caso legato a un tesoro trafugato durante il colonialismo britannico. Convinta che il rapimento del fratello sia collegato a una cospirazione internazionale, Enola avvia un'indagine che la conduce tra Londra e Malta, dove scopre una rete di corruzione, traffici illeciti e segreti nascosti da decenni. Nel corso delle indagini ritornano anche Moriarty (Sharon Duncan-Brewster:), determinata a impossessarsi del tesoro, e la madre Eudoria, che si unisce ai due fratelli nella ricerca della verità. Tra inseguimenti, depistaggi e colpi di scena, Enola riesce a salvare Sherlock, a smascherare i responsabili e a riportare alla luce la vera storia del tesoro, scegliendo infine di sposare Tewkesbury senza rinunciare alla propria indipendenza e alla carriera da investigatrice.

Il matrimonio secondo Enola Holmes: amare senza perdere la propria libertà

Ci sono diversi motivi per cui Enola Holmes può essere considerata un'eroina Gen Z, consapevole, attenta e matura; un elemento benefico alla società e al suo progresso etico, alla sua maturazione e guarigione. Il primo, non poi così sorprendente ma decisamente ancora necessario, è l'approccio che la protagonista adotta nei confronti del matrimonio. Spesso, nelle narrazioni moderne, una donna può essere indipendente solamente se sola, quando non acconsente a firmare quel contratto ufficiale per il quale, in termini disillusi, diventa a tutti gli effetti proprietà di un altro essere umano, il marito. Nell'epoca contemporanea non è sempre facile conciliare il desiderio di mantenere la propria indipendenza femminile e concedersi la possibilità di legarsi a qualcuno romanticamente, godendo anche dei privilegi che un unione riconosciuta pubblicamente comporta. Tutti meritiamo l'amore, ma sembra quasi che alle donne indipendenti non sia concessa la possibilità di essere amate, di giovare della cura altrui; è come se, sposandosi con un uomo, venissero automaticamente spogliate della propria agency e della propria volontà; corrotte, traditrici. Enola – che al contrario si legge "alone", quasi un destino che la madre avrebbe voluto imporle alla nascita, forse per salvare la sua personalità dal controllo e dal potere degli altri – , non subisce né un destino, né l'altro, ma riesce a trovare la chiave di lettura perfetta per essere chi vuole e stare con chi ama, agevolata dall'intelligenza di un compagno che la comprende e che desidera il suo bene.

Enola traccia quindi dei confini netti per se stessa – mantiene il suo cognome, la sua professione e la sua identità, discostandosi dalle aspettative sociali del suo tempo (la fine del Diciannovesimo secolo) e da quelle imposte dalla classe nobiliare della famiglia di Tewkesbury –, ma si concede, infine, anche la libertà di amare. Dimostrando, a lei e al fratello Sherlock, che le emozioni non rendono più deboli, ma al contrario, fortificano. Quando si dice il contrario, si è ancora probabilmente inseriti negli schemi di ragionamento del patriarcato. «All I evere wanted was for you to be you, and for me to be me», è la battuta che recita Bobby Brown, ancora tremendamente attuale, che ogni coppia del 2026 dovrebbe darsi la possibilità di scambiarsi a vicenda. Senza possesso, singoli, ma con il desiderio di crescere l'uno al fianco dell'altro.

Il colonialismo raccontato attraverso un mystery: il messaggio politico del film

Con Tewkesbury, che sul finale cambierà cognome rinunciando al titolo di lord per amore, Enola rappresenta la Gen Z anche in termini collettivi, non solo relazionali o individuali. I due, infatti, risolvendo il mistero, si trovano a confrontarsi con le violenze, passate e presenti del colonialismo imperialista, in questo caso su Malta (che è diventata indipendente dal Regno Unito nel 1964), ad assumersene in qualche modo la responsabilità e a cercare di ristabilire un certo ordine di giustizia, per quanto possano. Restituendo il tesoro rubato e denunciando i double standard e le discriminazioni su base etnica. Negli ultimi anni, dal 2020 e dal movimento Black Lives Matter, anche tra i giovani occidentali bianchi è cresciuto l'interesse per le conseguenze delle politiche espansionistiche europee, dalla restituzione dei beni culturali al modo in cui la storia è stata raccontata (a scuola insegnano ancora che Cristoforo Colombo abbia scoperto l'America e questo tipo di educazione ha ritorsioni culturali e sociali anche nelle relazioni interpersonali). Inserire questi temi in un blockbuster significa intercettare un dibattito ormai centrale nella cultura contemporanea, senza rinunciare all'intrattenimento («My name is Mikiel Mizzi of the Partito Anti-Riformista. We believe in a free Malta», è ogni battuta di Joe Azzopardi che rappresenta uno dei nodi più cruciali e interessanti della pellicola intera). Un contributo ancora minimo, ma un passo verso la restituzione di un ordine di giustizia sociale dovuto, sempre che non sia, come al solito, solo performativo. Perché il mondo migliori, l'Europa, così come l'Italia, ha ancora bisogno di fare i conti con il proprio passato da colonizzatori. Se l'avessimo fatto prima, forse tanti episodi recenti a sfondo razzista non starebbero già più succedendo. Se Enola Holmes aiuterà anche solo qualcuno ad aprire gli occhi davanti a queste tematiche, non sarà stato invano. Forse è proprio qui che Enola supera Sherlock.