«Scusa se mi sono dilungata troppo, è solo che amo tantissimo parlare di arte e di Girlhood». Lily Bunney, artista classe 1997 con base a Londra, non ha idea di quanto tempo passerei ad ascoltare le sue take sulla femminilità moderna o a osservare le sue opere a puntini, quando cominciamo questa intervista. Siamo entrate in contatto nel 2024, quando su Dazed usciva un pezzo legato alla sua serie di successo, Girls Peeing on Cars, che riproduceva direttamente da Internet alcune immagini per me fin troppo familiari: quelle di ragazze scappate dall'ennesimo party, per evitare la fila nei bagni di un club, che si nascondono fra le macchine notturne per liberarsi dei liquidi assunti durante la serata, glitterata e umida. Le amiche a fare da palo. Da lì in poi non ho smesso di ossessionarmi dalla sua produzione.



«Mi affascinava l'immagine delle donne che fanno pipì accanto alle macchine perché richiama un'esperienza che conosco bene – mi spiega Bunney –. Ho un ricordo molto vivido di una sera, a ventidue anni: stavo attraversando un periodo difficile, avevo problemi di salute mentale e mi sentivo profondamente disconnessa dagli altri. Dovevo fare pipì e alcune amiche si sono messe a controllare che non arrivasse nessuno. Quel gesto, in quel momento, è stato importantissimo per me, perché significava concedermi di essere vulnerabile e fidarmi del fatto che qualcuno si prendesse cura di me, mi proteggesse, anche solo in una piccola circostanza come quella».

Si tratta, secondo l'artista, di una serie, giocosa, ma che allo stesso tempo riesce a prendere in giro l'idea di compostezza che viene richiesta alle donne nello spazio pubblico: «È un'esperienza specifica, che appartiene quasi esclusivamente all'essere una ragazza o una donna, ed è proprio questo che mi interessava. Credo che le protagoniste di questa serie siano contemporaneamente vulnerabili e ribelli. Sono fisicamente in una posizione di vulnerabilità e tutte queste immagini provengono da Internet: i loro momenti più esposti sono già stati catturati e sottratti al loro controllo ma, allo stesso tempo, stanno occupando lo spazio pubblico in maniera impropria. Tutto il mio lavoro cerca di mettere al centro lo sguardo femminile, il female gaze. Voglio che le mie opere offrano una prospettiva unica».

Non è da tutti riprodurre con la pittura tantissime cianfrusaglie per trasmettere l'idea di rifugiarsi in tutto ciò che è tenero e carino, come forma di evasione (I Never Understood Why People Loved Trinkets Until I Hated My Life, 2025) o realizzare un'opera per la Cattedrale di Norwich e sacralizzare la girlhood installando all'interno di una nicchia ad arco una tenda di perline di vetro raffigurante Hello Kitty riproducendo il gioco di luce delle vetrate colorate tipiche degli edifici religiosi (The Light Comes In From All Sides, 2026). Sarà che continuo a scrivere di cuteness o che il mio algoritmo di TikTok ha capito che deve propormi in continuazione le creator che personalizzano le finestre delle proprie camerette attraverso lunghi mosaici scintillanti e variopinti – "your sign to turn you extra beads into window decor" – ma non mi sembra di aver mai visto niente che possa sintetizzare meglio cosa si prova ad essere una ragazza nel 2026. Ognuno farà le sue interpretazioni del caso.

«C'è una forza nel prendere sul serio cose come Hello Kitty o le proprie amicizie, nel guardarle con reverenza. Tutti abbiano bisogno di qualcosa a cui poter tornare, che sia uno spazio religioso oppure un personaggio della propria infanzia. È così che costruiamo un senso di casa. La cultura della Girlhood accoglie la figura della fan devota come un vero e proprio archetipo. E trovo bellissimo che questa cultura non abbia paura di amare profondamente qualcosa, anche quando il resto del mondo la considera sciocca o insignificante. Alla fine sono sempre le persone capaci di amare a vincere».

La pratica di Bunney – il suo processo creativo e la sua cifra estetica sono fondamentali per comprenderne la ricerca –, indaga principalmente il modo in cui costruiamo e osserviamo le nostre storie in un'epoca caratterizzata da un'eccessiva abbondanza di narrazioni, concentrandosi in particolare sull'uso dei social media e della cultura pop. Secondo la sua bio di Instagram ha infatti una "lifelong osbsession" con i "laptops". Attraverso l'osservazione e la ri-presentazione delle immagini, l'artista accoglie la natura effimera dei contenuti digitali, interrogandosi al tempo stesso su come documentiamo e condividiamo le nostre esperienze. Il suo meticoloso linguaggio pittorico, ispirato alla storia intrecciata del computer e del telaio Jacquard, trasforma visioni apparentemente usa e getta in monumenti contemporanei: giocando sul confine tra analogico e digitale, i suoi disegni puntillisti sullo schermo appaiono quasi iper-digitali, mentre dal vivo rivelano una forte qualità tattile.

Laureata Belle Arti presso il Central Saint Martins, le sue opere sono già state esposte in numerose mostre e gallerie internazionali, dalla Saatchi Gallery di Londra a Eigen Art+Lab di Berlino, come a segnalare, se ce ne fosse ancora bisogno, quanto il discorso sulla autorappresentazione femminile, sui modi attraverso cui le ragazze scelgono di raccontare la propria narrazione, appartenga a tutti gli effetti al settore più alto della cultura e delle arti visive. È su questo che il nostro dialogo si concentra maggiormente: oggi, in una società ancora dominata dal male gaze, quali sono i modi in cui le ragazze scelgono di raccontarsi? Che cosa implicano questi loro processi di autonarrazione? A cosa servono? Cosa ci comunica sul nostro tempo una femminilità che si muove tra computer, emozioni, oggetti cute, pressioni, vulnerabilità e performance?

Sulle donne che raccontano se stesse: l'intervista a Lily Bunney, artista e pittrice affermata

Da bambina, chi eri? Cosa penserebbe quella bambina della donna che sei diventata?

«Ero piuttosto timida. Sono cresciuta in campagna e il mio sogno era trasferirmi a Londra e diventare un'artista. Ed è esattamente quello che ho fatto. L'idea che avevo da bambina di cosa significasse vivere da artista era decisamente sbagliata, ma la persona che ero allora penserebbe che tutti i suoi desideri più profondi si siano avverati».

La tua pratica artistica sembra interessarsi al modo in cui osserviamo e raccontiamo noi stesse. Pensi che oggi le giovani donne siano consapevoli di vivere all'interno di una narrazione continua del sé? E che ruolo ha, secondo te, la performance della femminilità, sia online sia nella vita quotidiana?

«Credo che l'autonarrazione e la messa in scena di sé siano pratiche che le donne e altri gruppi marginalizzati portano avanti da molto tempo. Essere consapevoli di come si viene percepite e usare questa consapevolezza per influenzare il modo in cui gli altri interagiscono con noi è un modo per acquisire potere quando altre forme di potere sono limitate. Ciò che distingue il presente è la possibilità di monetizzare questo racconto e questa performance attraverso Internet. Oggi esistono molti modi in cui le donne performano la femminilità per cercare di ottenere un risultato positivo: da attività che possono portare a un guadagno economico, come fare l'influencer, fino all'acquisto di un determinato capo d'abbigliamento o di un oggetto per entrare a far parte di una comunità di persone con gusti simili».

Che cos'è, per te, la vulnerabilità in rapporto con la performance?

«Per me la vulnerabilità consiste nel mostrare qualcosa di sé che si teme possa risultare repellente o sgradevole agli altri. È una forma di autorappresentazione che esiste nonostante lo sguardo esterno. Nell'arte questo può tradursi anche in una questione di gusto: realizzare opere che abbracciano estetiche tradizionalmente considerate "di basso livello". Oppure condividere idee a cui si tiene profondamente, pur pensando che possano sembrare noiose agli altri. C'è anche una dimensione emotiva: esistono molti copioni sociali che stabiliscono cosa dovremmo provare in un determinato momento, soprattutto per le donne nelle relazioni sentimentali. C'è qualcosa di profondamente vulnerabile nell'essere la persona che ama incondizionatamente e apertamente, ma esiste anche una dimensione in cui credo che sia anche qualcosa di molto bello».

Quanto ti interessa il rapporto tra autorappresentazione e sguardo esterno nella costruzione dell'identità femminile?

«Mi incuriosisce la diffusione del manifesting, che vedo praticato molto più spesso dalle donne online che dagli uomini. È più facile controllare se stesse e il modo in cui si viene percepite che controllare il mondo in cui si vive. Credo che molte donne sentano che l'autorappresentazione sia il principale strumento attraverso cui esercitare una forma di agency sulla propria vita. Storicamente, conformarsi allo sguardo maschile era un modo per ottenere potere attraverso la prossimità agli uomini. Penso che gran parte del dibattito contemporaneo sull'identità femminile stia cercando proprio di decostruire quel rapporto».

Il tuo lavoro ruota spesso attorno all'osservazione. Esiste una differenza tra il modo in cui guardiamo le immagini di donne online e quello in cui osserviamo quelle stesse immagini all'interno di una galleria d'arte?

«Credo di sì. L'anno scorso ho letto un libro intitolato Venus in Exile, in cui l'autrice affronta il tema dell'oggettificazione delle donne nell'arte. Si riferisce in particolare al nudo, ma penso che il discorso possa essere esteso. La maggior parte dei nudi femminili appartenenti al canone della storia dell'arte è stata realizzata da uomini, e la donna rappresentata incarna qualcosa di divino – la natura, la nascita – oppure viene interpretata in termini puramente formali: non importa chi sia quella donna, conta solo il modo in cui il suo corpo è stato dipinto. Credo che ancora oggi non guardiamo un dipinto raffigurante una donna chiedendoci: "Chi è quella donna?". Di recente ho partecipato a una presentazione con Teaspoons Projects al Basel Social Club, il cui tema era l'ufficio. Il mio dipinto raffigurava Monica Lewinsky e mi sono resa conto che, se il pubblico non leggeva il titolo, non capiva di cosa parlasse l'opera, e il suo impatto andava perso. Non siamo educati a chiederci chi siano le persone ritratte in un dipinto. Online è diverso. L'identità delle donne è molto più visibile, ma viene affrontata con molta meno generosità. Allo stesso tempo, però, un dipinto viene preso più sul serio di una fotografia pubblicata sui social. L'esistenza stessa di un dipinto sembra giustificarsi da sé. Se dipingessi un selfie, sarebbe un autoritratto, inserito nella lunga tradizione degli artisti che rappresentano loro stessi. Se invece pubblicassi quel selfie online, verrebbe percepito come qualcosa di frivolo e usa e getta».

Oggi le giovani donne sono spesso incoraggiate a costruire online un'identità fortemente estetizzata e narrativizzata. Il tuo lavoro celebra questo fenomeno oppure lo critica?

«C'è qualcosa di profondamente umano nel desiderio di essere visti e apprezzati da qualcosa di più grande di noi. Oggi, per molte giovani donne, il sistema culturale attraverso cui questo desiderio può realizzarsi è proprio la loro identità online. C'è molto da guadagnare, ma anche molto da perdere, nell'estetizzare e trasformare la propria vita in un racconto sui social. Penso che il mio lavoro preferisca lasciare al pubblico la libertà di decidere se considerare questo fenomeno positivo o negativo».

Qual è la storia dietro la tua tecnica puntinista? Come l'hai sviluppata e cosa ti affascina di più?

«Lavoravo in una scuola per adolescenti espulsi dal sistema scolastico tradizionale e insegnavo diverse materie, tra cui matematica. Avevo quindi molti quaderni di esercizi di matematica. In quel periodo leggevo molto e mi capitò tra le mani Zeros and Ones di Sadie Plant, che racconta come i primi strumenti per la programmazione informatica fossero stati progettati prendendo ispirazione diretta dal telaio Jacquard. Facevo anche molto uncinetto, quindi avevo un'idea di come fossero fatti i motivi dei telai. Lo stile puntinista è nato proprio come una reinterpretazione di quel linguaggio visivo. Mi piaceva il fatto che producesse un'estetica digitale direttamente collegata all'artigianato, che viene spesso trascurato come luogo di innovazione tecnologica, probabilmente a causa della sua associazione con il lavoro delle donne della classe operaia. Quanto alla tecnica, direi che continuo ancora oggi a perfezionarla, cercando di ampliare sempre di più il mio linguaggio visivo».

Il tuo lavoro richiede un processo lento e meticoloso. È una forma di resistenza alla velocità con cui oggi consumiamo le immagini, soprattutto quelle legate alla cultura della girlhood?

«Sì. Mi affascinava molto l'idea di trascorrere mesi a ricreare un'immagine fugace proveniente dal mondo online, quasi per rallentarla e renderle omaggio, attribuendo valore a qualcosa che normalmente viene consumato e dimenticato in fretta: ci tengo davvero che la mia arte prenda sul serio le emozioni. C'era anche una componente legata alla salute mentale. Quando ho iniziato a lavorare con questo stile avevo un impiego estremamente logorante dal punto di vista emotivo, perché comportava una grande responsabilità di cura e la gestione delle emozioni di persone vulnerabili, un'esperienza in cui molte donne si riconoscono. Lo spazio mentale che riuscivo a dedicare all'arte era cambiato, e desideravo trovare un'attività che mi permettesse di disconnettermi da me stessa. In generale, quando realizzo dipinti che parlano di girlhood, il mio intento è creare uno spazio per qualcosa che, a mio avviso, nella nostra cultura riceve ancora troppo poca attenzione».