«Lucky!», urla un agente dell'FBI a una ventenne skinny, con la pelle di porcellana, avvolta da un caschetto platino, dritto sopra al mento. «Lucky, stop!», ripete il federale impugnando adesso la pistola, ma la ragazza continua a correre, saltando dal tetto di un container all'altro senza curarsi delle ferite che accumula durante la fuga. Dai primi minuti della miniserie Apple TV diretta da Jonathan Tropper, che prende il titolo dal soprannome catchy ma anche ambiguo della sua sfuggente protagonista – Anya Taylor-Joy (personalmente penso stia meglio a lei che a un qualsiasi Golden Retriever) – si sviluppa la scena di inseguimento che costituisce l'intero thriller dell'estate 2026.
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Un progetto, quello basato sul bestseller di Marissa Stapley – uscito il 15 luglio e che ci accompagnerà di settimana in settimana ogni mercoledì fino alla fine di agosto – già riuscito a dividere critica e spettatori: se molti esperti concordano sulla natura altamente godibile dello show, pochi la considerano davvero memorabile, mentre su Rotten Tomatoes ha raggiunto l'85% di recensioni positive per la prima stagione.
Tutti, comunque, sembrano concordare su un aspetto: la parte migliore di Lucky (La ladra), dicono, è sicuramente il suo cast. E in modo particolare l'ex Regina Degli Scacchi. No avevamo davvero bisogno di altri motivi per convincerci del suo talento e del suo elegante carisma, ma è sempre un piacere da ritrovare sullo schermo, soprattutto mentre si scioglie la seconda metà di questa bollente stagione.
Lucky: trama e recensione della nuova serie tv con Anya Taylor-Joy
La trama di Lucky ruota attorno a Luciana "Lucky" Armstrong (Anya Taylor-Joy), una truffatrice cresciuta all'interno di una famiglia di criminali, che decide di lasciarsi alle spalle quel mondo dopo aver messo a segno un ultimo colpo. Insieme al marito Cary (Drew Starkey, già noto per il suo ruolo come uno dei Kook in Outer Banks), Lucky ruba dieci milioni di dollari durante una rapina che dovrebbe garantirle un nuovo inizio. Dopo aver festeggiato a Las Vegas, però, al suo risveglio scopre che Cary è scomparso con l'intero bottino. Da quel momento si ritrova senza denaro e ricercata contemporaneamente dall'FBI e dalla criminalità organizzata. Mentre attraversa gli Stati Uniti nel tentativo di recuperare il denaro e capire se il marito l'abbia davvero tradita, Lucky deve anche fare i conti con il proprio passato. A guidarla, seppur a distanza, è il padre John (Timothy Olyphant), un recidivo detenuto in carcere che le ha insegnato fin da bambina le regole della sopravvivenza e dell'inganno («read the room», «trust no one»).
Sulle sue tracce si mettono anche Priscilla Matheson (Annette Bening), potente boss della malavita e madre di Cary, determinata a recuperare i soldi, e l'agente dell'FBI Billie Rand (Aunjanue Ellis-Taylor), convinta di poter finalmente arrestare la protagonista. Quella che inizia come una fuga si trasforma così in un thriller ricco di inseguimenti, doppi giochi e tradimenti, in cui Lucky è costretta a capire di chi può davvero fidarsi. Parallelamente, la serie esplora il peso dell'eredità familiare e del racconto personale: la protagonista cerca infatti di spezzare il legame con il mondo criminale in cui è cresciuta e di costruirsi un'identità diversa, lontana dagli insegnamenti del padre e dalle dinamiche tossiche che hanno segnato tutta la sua vita.
Se Bening, Olyphant e Ellis-Taylor non mancano di ricevere i loro costanti apprezzamenti, a essere considerata il vero punto di forza della miniserie è senza dubbio Taylo-Joy. Qualcosa della sua sagacia, del suo smirk, il suo sorrisino beffardo, dell'intelligenza delle protagoniste che interpreta riesce sempre a suggerire che non c'è nessuno che lo fa meglio di lei, o almeno in quel modo così scaltro. Lo ripete in continuazione anche l'agente Billie Rand, Priscilla e John: lungo il corso dei sette episodi, non si ha mai l'impressione che sia davvero finita, anche se i colpi di scena, seppur deboli, costeggiano imperterriti la narrazione. L'attrice britannico-statunitense riesce a conferire fascino e profondità emotiva a una serie che per il resto non sembra allontanarsi troppo dal canone Anni '90 del genere. Come si legge su IndieWire, Taylor-Joy caratterizza il suo personaggio della confidence necessaria, pur trasmettendo la paura infantile e la vulnerabilità di chi si è sentito intrappolato per tutta la vita, per di più da un modello genitoriale. Lucky è disinvolta senza essere distaccata e vulnerabile senza essere vittima di nessuno; è allo stesso tempo tenero e affettuoso e forse sciocco il modo in cui ama il padre, mentre è umano e intenso come lo fa con il marito. Notevoli sono dunque il carisma e la capacità dell'interprete di rendere credibile una protagonista tanto scaltra quanto delicata.
Chi conosce le ragazze e come sono fatte non si sorprende tuttavia più di tanto della centralità di questa figura. Non è un caso che sia proprio una giovane donna, narrativamente e non, a trainare l'intrattenimento incuriosendo con abilità e astuzia. È solo sensato che finalmente se ne accorgano anche tutti gli altri. Se il titolo, come il soprannome, lasciano intendere che il modo in cui riesce a salvarsi ogni volta sia favorito dalla dea bendata, una riflessione più attenta potrebbe collegare questa scelta al grafico identitario di Lucky, uno che porta l'ingegno sulle ascisse e il cuore sulle ordinate; quello di una ragazza fortunata.











