Tutti conoscono Super Mario. Cappello rosso, salopette, e un baffo distintivo che oggi potrebbe rivaleggiare con quelli di Ted Lasso o Pedro Pascal, ma che non è mai sparito neppure quando gli chevron non andavano più di moda. Assieme a Pac-Man, Mario è di fatto sinonimo di videogame, anche per chi i videogiochi non li ha mai frequentati oppure è abituato ad assumerli in dosi omeopatiche. Super Mario rientra insomma nell’immaginario collettivo: è un personaggio che si spinge oltre i confini del gaming, tanto importante per il Giappone – il Paese di Nintendo, che l’ha inventato – che una sua statua accoglie i turisti che atterrano all’aeroporto di Tokyo.
Uno dei motivi dietro a questa notorietà è che in una certa misura Mario è refrattario ai cambiamenti. Fin da quando si è presentato sul mercato, nel 1985, è sempre rimasto fedele alle sue origini. Sebbene sia comparso in decine di videogiochi (fra cui tanti titoli sportivi, alcuni dedicati persino ai Giochi Olimpici), a intervalli regolari tornava nel contesto che l’aveva lanciato, ovvero quello dei platform. Con questo termine ci si riferisce ai giochi di piattaforme, in pratica quelli in cui l’azione principale è saltare, per raggiungere le varie aree dei livelli evitando nemici, ostacoli, baratri e insidie. Ecco: Mario è il Re dei giochi di piattaforme, non c’è nessuno che li possa rappresentare in maniera più distintiva.
Negli ultimi quarant’anni, attraverso i platform di Mario, Nintendo ha creato un’iconografia, ha inventato un mondo strano che molti di voi avranno adocchiato, anche solo di sfuggita: pieno di funghi, di tartarughe, di piante carnivore che sbucano all’improvviso dai grossi tubi verdi. Proprio la rassicurante stabilità di quel mondo, il fatto che fosse sempre possibile trovarlo lì, più o meno identico a sé stesso, ha fatto sì che finissero per conoscerlo (e riconoscerlo) sia i giocatori ormai attempati, che ancora ricordano l’epoca d’oro delle sale giochi, che le folle adoranti dei più piccoli.
Si può dire insomma che Nintendo conosca il valore della perseveranza. Ma per fortuna conosce anche quello del coraggio e dell’originalità. Con Super Mario Bros. Wonder, l’ultimo videogioco con protagonista il baffuto idraulico italiano, la software house ha deciso di cambiare quasi tutto, e anzi di smuovere le sue regole inamovibili e le convenzioni. Come il titolo lascia intendere (Wonderin inglese significa “meraviglia”) il gioco si basa proprio sulla sorpresa e sul senso di stupore. In ogni livello si trova un fiore colorato che, una volta raccolto, altera in qualche modo il funzionamento dello stage, lo distorce, cambia improvvisamente i comportamenti dei nemici. L’obiettivo dichiarato è quello di non lasciare mai il giocatore in balia di una sensazione di confortante familiarità, ma anzi di spingerlo a riscoprire la curiosità come motore principale del suo viaggio.
L’approccio di Nintendo è importante per molti motivi, se consideriamo quello che sta succedendo oggi nel mondo dell’entertainment. Videogiochi, film, e sempre più spesso anche gli artisti in ambito musicale preferiscono andare sul sicuro. Sembra che l’industria abbia paura di promuovere e diffondere il nuovo, di prendersi qualche rischio allontanandosi da sentieri già tracciati.
Forse il motivo è che gli investimenti di produzione e comunicazione per le grandi produzioni sono diventati così grandi che un flop può essere troppo pesante e oneroso anche per le aziende con le spalle larghe.
D’altro canto là fuori c’è una generazione che scalpita, che cerca elementi inediti: forme e proposte nuove in grado anche di rompere con il passato, e di usarne i frammenti per scrivere altre storie. È per questo motivo che lo sperimentalismo delle industrie indipendenti, ad esempio nel mondo del cinema, ha una presa sempre maggiore. Di sicuro Nintendo non ha sistemi produttivi e investimenti paragonabili a quelli del mondo indie, ma quest’ansia di rinnovamento deve averla in qualche modo intuita. Super Mario Bros. Wonder, tra l’altro, è l’esempio lampante di quanto ogni tanto sia importante anche osare: è stato il videogioco di Mario con il lancio migliore in Europa, un risultato eccezionale anche se si considera la crescita fisiologica del mercato.
Con le sue bizzarre creature e le sue regole impazzite, alla fine è proprio una delle mascotte più antiche del mondo dei videogiochi che ci ricorda, oggi, l’urgenza di rompere gli schemi, e quale sia il valore fondamentale in questi tempi ipercinetici: quello del cambiamento.













