Che cosa trasforma una semplice passione in una parte della propria identità? È la domanda che gira intorno al mondo dei fandom: comunità di persone che si formano attorno a un film, una serie tv, un libro, una band, un videogioco, una celebrità o qualsiasi altro prodotto culturale. I fan, però, non si limitano a consumare ciò che amano: lo discutono, lo reinterpretano e lo espandono, creando fanfiction, fan art, video, teorie, meme, cosplay e veri e propri rituali condivisi. Un fenomeno tutt'altro che di nicchia, dato che i fandom esistono almeno dai tempi degli appassionati di Sherlock Holmes, che alla fine dell'Ottocento protestarono contro Arthur Conan Doyle per la morte del detective, e oggi rappresentano una forza culturale, economica e persino politica capace di influenzare l'industria dell'intrattenimento.

A raccontare questo universo è Superfan, il nuovo podcast del Post, scritto e condotto dalla giornalista Viola Stefanello. Una superfan lei stessa, come mi dice, di Taylor Swift, di Harry Potter, di Tolkien, di Game of Thrones e di tante altre storie che, come racconta sorridendo, «per almeno un periodo sono diventate la mia personalità». Da anni si occupa, anche per Cosmopolitan, di sottoculture digitali e del modo in cui le persone costruiscono online comunità, linguaggi e legami attorno alle proprie passioni. L'ho incontrata davanti a una limonata, sedute al tavolino di un bar, per parlare di fandom, di internet e di come una passione condivisa possa diventare una comunità, un linguaggio comune e, a volte, perfino una forza capace di cambiare la cultura pop.

Com’è nata l’idea di un podcast interamente dedicato ai fandom e alla sottocultura digitale?

«È un tema di cui mi occupo, in un modo o nell’altro, da almeno dieci anni. Ho iniziato a scrivere di fandom quando collaboravo con il giornale dell’università e, in realtà, ne faccio parte da molto prima: praticamente dalle elementari, con momenti di vera e propria ossessione soprattutto alle medie e al liceo. Così come ho scritto molto del funzionamento dei social network e delle sottoculture online, il fatto di aver vissuto in prima persona l’esperienza dei fandom mi ha permesso di raccontarli in modo più umano rispetto a quanto si vede spesso. A me non interessa descrivere i fan come quelli che non hanno niente di meglio da fare. Quando ho iniziato a lavorare al Post, ogni volta che scrivevo un articolo sui fandom dovevo ripartire da zero spiegando cosa fossero. A un certo punto ho scritto una guida lunghissima, nel 2023, proprio per poterla linkare ogni volta. Mi sono resa conto che continuavo a citarla almeno una volta al mese e ho pensato: forse ho ancora parecchie cose da dire su questo argomento. Da lì è nato il podcast».

Hai detto di essere stata la prima fan. Quali sono stati i tuoi fandom?

«Sono cambiati tantissimo nel tempo. Per preparare il podcast sono andata a recuperare il mio vecchio Tumblr del liceo e ho ritrovato serie tv di cui ero completamente ossessionata e di cui oggi ricordo a malapena la trama. Per tantissimo tempo sono stata una grandissima fan di Harry Potter, sono una Serpeverde, anche se per anni mi sono sentita a metà con Corvonero. Con il tempo, e soprattutto con il mio rapporto sempre più complicato con J.K. Rowling, mi sono identificata sempre di più con Serpeverde, forse anche perché è la casa che lei ama meno. In una puntata futura parlerò proprio del mio rapporto con Rowling.

Poi ci sono stati Tolkien e Il Signore degli Anelli, Avril Lavigne – alle medie facevo persino dei fan video terribili su YouTube –, i Radiohead durante il liceo, Taylor Swift, che avevo seguito da ragazzina, poi abbandonato e riscoperto durante la pandemia. Ho avuto una fase molto intensa con Doctor Who, Supernatural e Game of Thrones. Ho sempre letto tantissimo fantasy e fantascienza. Mi considero anche una grande fan di ContraPoints, la youtuber, e di Hamilton, il musical. Sono passioni molto diverse tra loro, ma hanno tutte un senso nella mia storia personale».

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Mai caduta nel tunnel dei BTS o del K-pop?

«No, e in generale è una scelta quasi di autodifesa. So di essere una persona molto ossessiva: quando una cosa mi prende, diventa la mia personalità per mesi. Voglio sapere tutto, consumare tutto e diventare un’esperta. Questa caratteristica mi ha aiutata moltissimo nel giornalismo, perché il mio lavoro consiste anche nell’approfondire le cose. Però ci sono interi mondi che ho scelto consapevolmente di non esplorare troppo, proprio perché so che ne verrei risucchiata. Per esempio non so praticamente nulla di manga e anime, nonostante molti dei miei amici siano stati o siano ancora grandi appassionati. Ho sempre detto loro: "Ragazzi, purtroppo non posso condividere questa passione con voi, dovrei lasciare il lavoro". È come quando una persona si fidanza e sparisce dagli amici: semplicemente non avrei il tempo materiale. Poi mi sono resa conto che è anche una cosa di famiglia. Mia sorella oggi è completamente presa dal tennis e da Sinner. E perfino mia madre, che ascoltando il podcast mi ha detto: "Io queste cose non le capisco proprio", in realtà è ossessionata da Pokémon Go da sei anni. Quando ero al liceo teneva un foglio Excel con gli orari delle serie tv per registrarle e riguardarle mentre stirava. Se questa non è una fan activity, non so cosa lo sia».

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Secondo te qual è il fandom peggio raccontato dai media?

«Per preservare la mia salute mentale leggo pochissimi commenti e pochi articoli sui fandom, perché altrimenti mi arrabbierei troppo. Ho un quantitativo limitato di energia e di indignazione ogni giorno. Detto questo, credo che i fandom delle popstar frequentati soprattutto da ragazze siano ancora quelli raccontati peggio. Penso a Taylor Swift, ai BTS, agli One Direction, perfino a Glee. Tutto ciò che è percepito come femminile viene spesso liquidato come frivolo o privo di valore culturale. Prendiamo Taylor Swift: è stata rivalutata dalla critica mainstream soprattutto quando ha pubblicato i dischi insieme a Bon Iver e ai National. Non credo sia stato casuale. Per anni, finché era amata principalmente dalle ragazze, veniva guardata con sufficienza; quando ha collaborato con artisti considerati autorevoli dall’indie, improvvisamente molti hanno pensato: "Forse allora è davvero brava". È un meccanismo che dice molto di come vengano giudicati gli interessi femminili».

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Quanto è cambiato lo stereotipo del nerd?

«Moltissimo. Per anni il nerd è stato marginalizzato, ma in modo diverso rispetto alle ragazze fan. Era visto come il ragazzino disadattato, quello appassionato di fantasy, fantascienza, videogiochi e Dungeons & Dragons. Poi, tra il 2012 e il 2014, con l’esplosione dei film Marvel, di The Big Bang Theory e di Game of Thrones, tutto è cambiato e improvvisamente ciò che era considerato da nerd è diventato cultura pop. Basta guardare gli anni Ottanta o anche Stranger Things: i ragazzi che giocano a Dungeons & Dragons vengono trattati come degli sfigati. Oggi invece i nerd sono diventati il mainstream. Le persone più ricche del mondo erano nerd da bambini. Insomma, qualcosa è cambiato».

Qual è il fandom che ti sorprende di più?

«La cosa che continua a stupirmi è che esiste sempre qualcuno disposto a diventare fan di qualunque cosa, anche della più improbabile. Il mio esempio preferito è Goncharov. Qualche anno fa, su Tumblr, qualcuno ha inventato dal nulla l’esistenza di un fantomatico film perduto di Martin Scorsese chiamato appunto Goncharov. Tutto è partito da una foto di un presunto gadget del film. Nel giro di una settimana centinaia di persone hanno costruito un fandom attorno a un film che non esisteva. Hanno creato fan art, fanfiction, teorie, soundtrack e casting immaginari. Era il massimo esempio della creatività dei fan: riuscire a costruire un universo narrativo partendo letteralmente dal nulla».

Se potessi intervistare un personaggio famoso che è anche un superfan di qualcosa, chi sceglieresti?

«In realtà ce ne sono parecchi, nella seconda puntata del podcast, per esempio, cito Walt Whitman, che era un grandissimo fan dei concerti di musica classica. Ci era arrivato inizialmente per lavoro, perché faceva il giornalista musicale, ma poi ci rimase talmente sotto da scrivere poesie sul rapporto quasi erotico che aveva con quella musica. Ma anche l'ex presidente del Cile, Gabriel Boric, che è un enorme fan di Taylor Swift. Si è presentato anche a eventi pubblici con la sua maglietta, cosa che trovo meravigliosa. In realtà una persona che avrei già voluto intervistare l'ho intervistata davvero: ContraPoints, la youtuber. Sono una sua grandissima fan e penso abbia fatto alcune delle analisi culturali e psicologiche più intelligenti sui fandom contemporanei. Quando ci siamo incontrate abbiamo parlato soprattutto della sua carriera, ma potrei tranquillamente passare quindici ore a discutere di fandom con lei».

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Oggi usiamo la parola “fan” un po’ per tutto. Ha ancora un significato preciso?

«Sì, ed è una delle cose che chiarisco nella prima puntata. Oggi diciamo “sono fan di questa limonata“ semplicemente per dire che ci piace molto, ma questo non significa che tornando a casa scriveremo una fanfiction sulla limonata. Nel podcast, invece, parlo di un tipo di partecipazione molto più codificato: comunità organizzate, pratiche condivise, gerarchie e linguaggi comuni. Puoi andare a un concerto di Taylor Swift, divertirti moltissimo e non essere una superfan. Mia sorella, per esempio, conosce parecchie canzoni e si è divertita tantissimo al concerto di San Siro, ma la sua vera ossessione è Jannik Sinner, tanto che ha mandato degli amici a Torino per comprarle una maglietta in edizione limitata. Ecco, quella è una cosa da superfan. Nell’industria dell’intrattenimento, infatti, un superfan è una persona che interagisce con l’opera che ama in almeno cinque modi diversi. Credo che questo allargamento del significato dipenda anche dal fatto che internet è sempre stato abitato dai fandom. Prima c’erano i forum e Usenet, poi sono arrivati i social network e quelle pratiche sono diventate patrimonio comune. Oggi praticamente chiunque può avere un fandom: politici, creator, influencer. Nell’ultima puntata del podcast parlo proprio dei fandom politici, di persone che vivono il rapporto con i leader come se fossero popstar. In fondo i social funzionano costruendo rapporti parasociali, se una volta succedeva solo con gli attori o con i musicisti; oggi può succedere con chiunque pubblichi video online. È cambiato il mezzo, ma il meccanismo emotivo è lo stesso».