Basta scorrere TikTok o le playlist in tendenza su Spotify per notarlo: la musica che ci accompagna ogni giorno parla una lingua sempre più rivolta verso l'ego. Da "Flowers" di Miley Cyrus a sfoghi d'indipendenza alla "Vampire" di Olivia Rodrigo, i brani pop della Gen Z sembrano bastare a se stessi. Nel 1970 George Harrison scriveva con i Beatles "I Me Mine" ("Io, me, mio") per ironizzare sull'egoismo dei suoi contemporanei. Cinquantasei anni dopo, uno studio pubblicato sulla rivista scientifica PLOS One dimostra che la satira del celebre gruppo inglese era in realtà una profezia super contemporanea. Analizzando i testi delle hit più popolari dal 1970 al 2019 in quattro diverse regioni del pianeta (Stati Uniti, Germania, Giappone e Hong Kong), i ricercatori hanno confermato che la musica pop occidentale ha vissuto una vera e propria invasione del pronome «Io».



La playlist con cui cresciamo racconta anche chi diventiamo

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Per gli psicologi, la frequenza dei pronomi in prima persona singolare (io, me, mio) nei testi non è un dettaglio stilistico, ma l'indicatore scientifico più affidabile dell'aumento dei tratti narcisistici all'interno di una società. Già nel 2011 un'analisi sulla classifica americana Billboard Hot 100 focalizzata sul periodo 1980-2007 aveva evidenziato un'impennata dell'Io. I nuovi dati estesi su mezzo secolo confermano che il fenomeno non si è arrestato, raggiungendo il picco proprio con le abitudini d'ascolto delle generazioni attuali. In Occidente i giovani ascoltano musica in media per 20,7 ore alla settimana, usandola come strumento per costruire la propria identità o gestire lo stress quotidiano (e qualche volta, diciamocelo, per superare una rottura emotiva). A questo si aggiunge un secondo studio condotto su tre decenni (1970-2020) e oltre 350mila brani, che analizza struttura ed emozioni dei testi. Il risultato conferma ciò che molti intuiscono: le hit moderne sono diventate non solo più egocentriche, ma anche più brevi, ripetitive, sintatticamente semplici e con una sottile malinconia. Insomma, più parliamo solo di noi stessi e più il nostro vocabolario emotivo si rimpicciolisce.

L'Asia protegge la comunità con il "noi"

La vera rivelazione dell'indagine di PLOS One, però, mostra che l'individualismo non è un dettaglio possibile da trascurare oggi. Esaminando cinquant'anni di classifiche in Giappone e ad Hong Kong, i ricercatori hanno scoperto un panorama del tutto opposto: In realtà la presenza del pronome "io" nei testi asiatici è rimasta stabile nel tempo, senza subire impennate narcisistiche. Nonostante i decenni di forte globalizzazione e l'avvento così rapido dei social network, il pop asiatico si è rifiutato di piegarsi all'egocentrismo. Dal K-Pop al J-Pop, la musica orientale ha continuato a narrare le relazioni e la capacità di superare le difficoltà insieme. Rivendicare la propria voce e difendere la propria salute mentale è stato un passo avanti.

Forse la vera domanda non è se il pop sia diventato troppo individualista, ma quanto spazio lasci ancora alle storie condivise. Perché se la musica continua a essere lo specchio della società, capire quante volte dice "io" e quante "noi" significa anche capire in che direzione stiamo andando.