La cultura del sound system è una delle espressioni più influenti della musica nera diasporica del XX secolo, ma anche una delle più sottovalutate quando si raccontano le origini della club culture contemporanea. Nata in Giamaica tra gli Anni '40 e '50, attorno a giganteschi impianti audio mobili montati per feste di quartiere all'aperto, ha contribuito a plasmare generi musicali, linguaggi, mode e forme di aggregazione che ancora oggi definiscono la musica elettronica, il reggae, l'hip hop, la scena dei rave.



Più che un semplice impianto audio, un sound system è una comunità, che tradizionalmente comprende, tra gli altri, chi possiede casse e amplificatori, i selezionatori musicali (selector), il deejay o toaster che parla e canta sui dischi, i tecnici, il pubblico che anima le dance. Agli albori, figure come Tom the Great Sebastian, Coxsone Dodd e Duke Reid iniziarono a organizzare feste itineranti nei quartieri popolari di Kingston: il volume era prestigioso e chi possedeva l'impianto più potente attirava il maggior numero di persone. Da questa competizione nacquero pratiche oggi comunissime: il remix, la versione strumentale, il dub, il DJing come performance autonoma e tante altre ancora.

La nascita dei sound system in Giamaica e il loro significato politico

Ma se si guarda alla storia della Giamaica – una che ci informa sui colonialismi europei e sui movimenti e le ideologie che puntano ad opporvisi – ci si rende conto anche della dimensione politica dei Sound System. Prima dell'arrivo degli europei nel Quattrocento, l'isola caraibica era abitata dai Taíno, popolazione indigena appartenente al gruppo degli Arawak, che vennero sterminati dalle violenze e dallo sfruttamento della Spagna, annientati dalle malattie. Nel 1655 l'isola passò sotto il controllo dell'Inghilterra, che la trasformò in una delle principali colonie zuccheriere dei Caraibi: per alimentare l'economia delle piantagioni furono deportati sull'isola centinaia di migliaia di africani ridotti in schiavitù, una vicenda che ha plasmato in modo decisivo la composizione demografica, la cultura e l'identità della Giamaica contemporanea. Nel corso del Novecento si svilupparono poi movimenti nazionalisti che chiedevano maggiore autonomia politica, mentre contemporaneamente nacquero importanti espressioni culturali e religiose come il movimento spirituale, culturale e politico afrocentrico Rastafari, che avrebbe influenzato profondamente la musica e l'identità del Paese.

Nei Forties e nei Fifties0, la Giamaica era ancora una colonia britannica – lo rimarrà fino all'Indipendenza del '62 –con forti disuguaglianze sociali. Gran parte della popolazione nera viveva in condizioni di povertà o aveva redditi molto bassi, soprattutto nei quartieri popolari di Kingston. Radio e giradischi erano beni d'importazione, costosi rispetto ai salari medi: possederne uno era un privilegio riservato alle famiglie più benestanti. Considerando anche la scarsa diffusione dell'elettricità nelle zone più rurali, i sound system permettevano alla strada di ascoltare le ultime uscite musicali, generando soluzioni collettive e nuovi modo di vivere la musica in condivisione. Una democratizzazione dell'ascolto che rendeva accessibile la musica registrata anche a chi non aveva i mezzi per acquistarne gli strumenti di riproduzione.

Come interpretano i cultural studies più condivisi sul tema, organizzare una dance di strada significava creare uno spazio autonomo, fuori dal controllo delle istituzioni culturali e dei locali riservati alle classi più abbienti: un modo di de-privatizzare la musica e restituirla al quartiere. I proprietari dei sound system non dipendevano dalle grandi case discografiche. Agli albori importavano dischi rhythm & blues dagli Stati Uniti, li selezionavano e se ne assicuravano l’esclusiva – spesso grattando via le etichette per nascondere i titoli ai sound rivali – costruendo attorno all'impianto un'intera economia locale di tecnici, selector, produttori e artisti. Un sistema creato dal basso, che generava lavoro e valore dentro le comunità popolari. Sul finire degli Anni '50, il flusso di R&B americano si fece meno generoso e gli operatori iniziarono a produrre musica propria, gettando le basi dell'industria discografica giamaicana. Da lì nacquero i generi dell'isola: lo ska, poi il rocksteady, infine il reggae, mautarando tra la fine dei Sixties e i primi Seventies, alcune invenzioni passate alla storia: la version strumentale sul lato B, il dub di King Tubby e Lee "Scratch" Perry, il dubplate come pezzo unico e irripetibile, il DJing – il toasting – come performance autonoma.

In tutto questo i sound system furono anche uno strumento di emancipazione culturale. Fino ad allora la musica dominante arrivava da Stati Uniti e Regno Unito; con i sound, nel giro di pochi anni, la Giamaica si crea un'identità sonora propria, indipendente dai modelli coloniali e capace di conquistare il mondo. È in questa luce che molti ne hanno letto la portata politica: un ribaltamento dei rapporti di potere culturali, la strada trasformata in spazio pubblico di socialità, il protagonismo restituito alle comunità nere e popolari, un'economia costruita in autonomia. Il tutto proprio negli anni che precedettero e accompagnarono l’indipendenza del 1962. Non un programma militante dichiarato (chi montava le casse era prima di tutto un imprenditore in competizione feroce), ma una forma di resistenza esercitata nei fatti: nella musica, nell'autorganizzazione, nell'occupazione dello spazio urbano.

Le donne che hanno ridefinito la cultura dei sound system

Quando molti giamaicani emigrarono nel Regno Unito tra gli Anni '60 e '70, portarono con sé questa cultura. Nacquero così i sound system britannici che avrebbero influenzato profondamente la musica urbana europea: esperienze storiche come Jah Shaka Sound System, Saxon Sound e Channel One Sound System contribuirono alla nascita di sottoculture che vanno dal jungle al grime, passando per dubstep e bass music. Anche l'hip hop deve molto a questa tradizione: DJ Kool Herc, considerato uno dei padri del genere, trasferì dall'isola caraibica a New York molte delle tecniche apprese dai sound system di Kingston. Per lungo tempo, come accade spesso nei male dominated fields, il racconto del sound system è stato dominato da figure maschili. Eppure le donne sono sempre state presenti, sia come artiste sia come organizzatrici, selector, produttrici e proprietarie di sound system.

Se la cultura del sound system non riguarda soltanto la musica, ma anche l'autodeterminazione culturale che da voce a comunità marginalizzate, non si possono dimenticare tutte quelle donne per cui entrare in questo universo ha significato affrontare una sfida intrecciata su più fronti, dal razzismo al classismo, fino al sessismo. Occupare la consolle, il microfono o persino lo spazio fisico delle enormi torri di casse si configura come un modo di rivendicare la parità di genere. Oggi, mentre il revival dei sound system attraversa festival, club e spazi indipendenti in tutta Europa, cresce anche l'interesse per le protagoniste che hanno contribuito a costruirne la storia, che non può più essere ignorata. Dalle pioniere giamaicane alle selector contemporanee, le donne hanno sempre fatto parte del battito profondo che esce dalle casse monumentali. E queste ne sono le icone principali.

Sister Nancy


Tra le figure più iconiche c'è Sister Nancy, considerata la prima donna deejay a ottenere una vasta notorietà internazionale nella scena dancehall. Negli Anni '80 sfidò un ambiente fortemente maschile con uno stile diretto e sicuro. Il suo brano "Bam Bam" è diventato uno dei pezzi reggae più campionati della storia, infiltratosi sottoforma di sample anche nella discografia di artisti come Kanye West ("Famous" feat. Rihanna, The Life Of Pablo, 2016), ma anche Jay-Z e Lauryn Hill.

Lady Saw


Spesso definita la "Regina della Dancehall", Lady Saw (Marion Hall) ha superato i limiti con testi audaci e una presenza scenica impavida in un genere dominato dagli uomini. La sua influenza si può percepire in generazioni di artiste dancehall e rap. Ha anche partecipato al brano "Underneath It All" dei No Doubt, vincitore delGrammy Award per la migliore performance pop di un duo o gruppo con voce.

Sister Carol

Cantante, cantautrice, DJ e attrice nominata ai Grammy, Sister Carol ha fatto da ponte tra la cultura dei sound system giamaicani e la scena reggae di New York, contribuendo a portare la dancehall negli spazi musicali statunitensi e comparendo con la sua canzone "Wild Thing" nel film di Jonathan Demme "Something Wild" (1986). Assieme a Lady Saw,
dimostrò come il microfono del sound system non fosse un territorio esclusivamente maschile. Attraverso i loro testi affrontarono temi di autonomia, identità e rappresentazione femminile.

Lady Ann

Lady Ann è stata una delle prime DJ donne a farsi conoscere nelle competizioni di sound system giamaicane durante gli albori della dancehall. Il suo stile vocale incisivo ha contribuito a plasmare il ritmo che molti MC e rapper utilizzano ancora oggi.