All'apice della sua carriera, quando aveva appena 23 anni, una Coppa del Mondo di slalom lasciata a casa del papà e un futuro apparentemente già scritto, Lucas Pinheiro Braathen ha lasciato di stucco il mondo dello sci, con un solo semplice gesto: si è fermato. Ha annunciato il ritiro nel pieno della sua ascesa, spiegando di non sentirsi più libero di essere se stesso all'interno del sistema che lo aveva portato fino a lì. Nato in Norvegia da madre brasiliana e padre norvegese, Braathen ha sempre vissuto tra mondi diversi, diviso tra il rigore scandinavo e l'energia del Brasile, tra lo sci alpino e il calcio giocato per strada a San Paolo, tra la disciplina richiesta per diventare uno dei migliori sciatori del pianeta e una curiosità che lo ha sempre spinto ben oltre i confini dello sport.

Negli anni Lucas ha costruito un'immagine lontana da quella tradizionale dello sciatore. Ama la moda, il design e la creatività. Sfila nelle passerelle in giro per mondo, si mette lo smalto e da marzo ad agosto, mentre gli altri sciatori sono ancora tra i camp primaverili e i primi ritiri estivi, lui va a vedere la Formula 1 e gioca a calcio nelle spiagge di Rio. Perché non ha mai avuto paura di mettere in discussione le regole non scritte del suo ambiente. Il ritorno alle competizioni nel 2024, sotto la bandiera del Brasile, ha trasformato quella che sembrava la fine di una storia nell'inizio di un nuovo capitolo, quello che lo ha portato fino all'oro olimpico di Milano Cortina e che oggi lo vede inseguire altri obiettivi importanti, dalla Coppa del Mondo generale al titolo mondiale. Ma ridurre Lucas Pinheiro Braathen ai risultati è proprio il modo più sbagliato per raccontarlo. Perché, come mi ripete più volte quando lo raggiungo al telefono appena dopo il gp di Monaco, «le medaglie e i trofei sono soltanto una conseguenza». La vera conquista, dice, è aver trovato la libertà di essere se stesso.

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Qual è il tuo primo ricordo sugli sci?

«A dire il vero i miei primi ricordi sugli sci non sono molto belli perché da bambino odiavo sciare, che probabilmente non è la storia più comune per uno sciatore professionista. Mio padre amava lo sci, era appassionato di freeride, backcountry e di tutto ciò che ruota attorno alla montagna e, quando sono nato naturalmente voleva trasmettere questo amore a suo figlio. All'inizio non ha funzionato per niente. Eravamo sulle montagne vicino a Oslo e io continuavo a dirgli che avevo sangue brasiliano, che ero allergico a quelle temperature e che i miei piedi non erano fatti per gli scarponi da sci, ma per la sabbia o per le chuteiras, le scarpe da calcio. Alla fine sono stato così convincente che ha rinunciato. Sono tornato sugli sci soltanto a nove anni, dopo che avevo già iniziato un percorso sportivo con in calcio. I primi ricordi davvero belli in montagna sono arrivati più tardi, con le prime uscite nei ghiacciai norvegesi. È lì che ho iniziato a capire quanto fosse speciale questo stile di vita. Mi piaceva incontrare persone provenienti da culture ed esperienze diverse e, poco alla volta, ho trovato il mio posto in quel mondo».

Sei nato in Norvegia, ma hai sempre parlato con orgoglio delle tue radici brasiliane. Come si è evoluto nel tempo il tuo rapporto con la tua identità?

«Oggi mi sento privilegiato e mi considero fortunato ad appartenere a due culture quasi opposte e a essere cresciuto in una famiglia multiculturale. Per molto tempo, però, non l’ho vissuta così. L’identità è stata una delle sfide più grandi della mia vita: per anni ho percepito questa doppia appartenenza come qualcosa che mi rendeva diverso e che mi impediva di sentirmi davvero parte di un luogo. Ci sono voluti tempo, maturità e crescita personale per capire che, in realtà, era il regalo più grande che avessi ricevuto. Mi permette di osservare il mondo da due prospettive completamente diverse e di affrontare ogni situazione con uno sguardo più ampio. Quello che un tempo mi faceva sentire fuori posto è diventato una delle mie più grandi risorse, mi ha aiutato a essere più sicuro di me stesso, più aperto e più capace di adattarmi. Credo che questo sia legato anche alla vita che facciamo noi sciatori, sempre in viaggio tra culture e Paesi diversi. A un certo punto ho capito che la mia identità non era qualcosa da risolvere, ma qualcosa da accettare e valorizzare».

Quando hai annunciato il ritiro nel 2023 eri all’apice della tua carriera. Come è stato allontanarti dallo sci per proteggere la tua identità e la tua felicità?

«Penso che questa domanda sia profondamente legata al tema dell’identità. Per molti atleti è facile identificarsi completamente con i risultati, i trofei e le statistiche. Per me, invece, tutte queste cose sono sempre state una conseguenza di qualcosa di più importante. Il mio obiettivo è sempre stato essere me stesso e, attraverso questo, ispirare altre persone a fare lo stesso. Lo sport era il luogo in cui mi sentivo libero, il primo spazio in cui riuscivo a essere davvero me stesso ma, paradossalmente, dopo essere diventato professionista e campione, quell’ambiente ha iniziato a trasformarsi nell’unico posto in cui non mi sentivo più a mio agio. Per anni ho cercato di cambiare le cose dall’interno, di creare più apertura, più accettazione e più spazio per la diversità ma un certo punto ho capito che, per restare fedele al mio scopo, dovevo andarmene. Molte persone hanno pensato che fossi pazzo, ma, dal mio punto di vista, sarebbe stato folle continuare in una situazione che non mi permetteva più di essere libero. Oggi mi sento incredibilmente grato perché ho trovato il modo di tornare a sciare alle mie condizioni, mi diverto più di prima, sono un atleta migliore e ho raggiunto risultati ancora più importanti».

Chi è Lucas Braathen lontano dalle piste?

«Direi una persona estremamente curiosa, proprio per la mia storia personale, per il fatto di essere cresciuto tra culture e ambienti diversi. Mi interessano tanti ambiti veramente distanti tra loro, dal design al cibo, ma anche la musica, l’arte, stare a contatto con persone e gli altri sport. Ad esempio, una cosa che sorprende molti è che, una volta terminata la stagione, non torno immediatamente sugli sci. Dopo le finali di Coppa del Mondo – che sono di solito a marzo – spesso non scio fino ad agosto. È una scelta intenzionale, perché ho bisogno di tempo per vivere altre esperienze e coltivare altri interessi. Quando poi torno ad allenarmi porto tutto ciò che ho imparato con me e cerco di trasformarlo in qualcosa che possa aiutarmi anche come atleta e penso che questo approccio mi abbia reso uno sciatore migliore».

Hai contribuito a cambiare la percezione di ciò che può essere uno sciatore moderno. Senti la responsabilità di rappresentare una generazione diversa di atleti?

«No, sento soltanto la responsabilità di rappresentare me stesso. Nessuno mi ha obbligato a diventare uno sciatore professionista, nessuno mi ha costretto a fare i sacrifici necessari per inseguire i miei sogni. Sono state tutte scelte mie. Poi credo che l’ispirazione nasca dall’autenticità. Nel momento in cui smetti di essere autentico e inizi a interpretare un ruolo, le persone smettono di percepire qualcosa di vero. Questa è l’unica responsabilità che sento davvero».

Dopo la medaglia d’oro olimpica a Milano Cortina, come sei stato accolto in Brasile?

«Per rispondere a questa domanda devo spiegare bene una cosa: senza il Brasile non so se sarei mai diventato un atleta determinato a essere il migliore al mondo. Mi sono innamorato dello sport giocando a calcio per le strade di São Paulo, con i miei cugini e i miei amici, ed è lì che è nato tutto. La passione che i brasiliani hanno per lo sport è difficile da descrivere, è una parte intrinseca della cultura e della vita quotidiana. E la cosa straordinaria è che, se c’è un brasiliano che compete ai massimi livelli, il Paese lo sostiene indipendentemente dallo sport che pratica. Ho sempre sentito questo affetto, ma viverlo dopo le Olimpiadi ha superato qualsiasi aspettativa, per me quell’oro è stato come chiudere un cerchio. È stato il modo di restituire al Brasile una parte di ciò che il Brasile aveva dato a me. Sono cresciuto ascoltando l’inno brasiliano prima delle partite della Seleção (la nazionale di calcio maschile brasiliana, nda) e sentirlo risuonare ai Giochi Olimpici di Milano - Cortina 2026 è un momento che non dimenticherò mai».

Se potessi tornare indietro e parlare al Lucas quindicenne che sognava di diventare campione, cosa gli diresti?

«Gli direi semplicemente di essere se stesso e che, alla fine, tutto andrà bene se avrà il coraggio di restare fedele a ciò che è davvero. Nient’altro».

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Nel corso della tua carriera hai parlato spesso di equilibrio, benessere e crescita personale, temi che ritornano anche nel progetto Octo Skincare, di cui sei co-founder. C'è stato un momento in cui hai capito che per un atleta prendersi cura di sé significava molto più che allenarsi e vincere?

«Come atleti, spesso diventiamo dipendenti dai risultati per sentirci realizzati e per molto tempo ho pensato che il successo fosse qualcosa che veniva dall'esterno. Con il tempo, invece, ho capito che il vero successo è il benessere perché le medaglie olimpiche, i trofei e le vittorie sono obiettivi, ma non sono il fine ultimo. Octo rappresenta esattamente questa filosofia, è il risultato di tutte le scelte che ho preso nel corso degli anni e della consapevolezza che, alla fine, faccio tutto quello che faccio perché voglio essere felice. È un progetto che cerca di ispirare le persone ad adottare una visione più olistica del benessere, a guardare tutto come parte di un insieme e non come elementi separati».

La tua carriera sembra divisa in due capitoli: prima del Brasile e dopo il Brasile. Ma come è stato il momento in mezzo?

«Quando ho annunciato il ritiro non avevo alcun piano, non avevo una laurea, non avevo una seconda carriera pronta ad aspettarmi e tutta la mia identità – e i miei guadagni – erano legati all’essere uno sciatore professionista. All'epoca ho comprato un biglietto di sola andata per il Brasile e sono andato a Ilhabela, sulla costa di San Paolo, senza sapere cosa sarebbe successo. Ma la realtà è che quello che molti chiamano periodo di transizione, per me è stato un periodo di esplorazione. Ho sfilato alla Copenhagen Fashion Week, ho lavorato a progetti creativi, ho collaborato con marchi diversi e ho sperimentato mondi che non avevo mai conosciuto e, solo alla fine ho scoperto che potevo tornare allo sci rappresentando il Brasile alle mie condizioni».

Guardando al futuro, quali sono gli obiettivi che continuano a motivarti?

«Ho sempre detto che nella vita avrei voluto raggiungere cinque risultati: un oro olimpico, un oro mondiale, un titolo di specialità sia in slalom sia in gigante e poi la Coppa del Mondo generale. Quindi mi restano un oro mondiale e la Coppa generale. Stiamo lavorando in quella direzione, ampliando il mio programma e investendo di più anche nel Super-G, perché per competere per la classifica generale bisogna gareggiare in almeno tre discipline. Quindi sì, ci sono ancora sogni molto concreti».

Guardando indietro a questo percorso, qual è la lezione più importante che hai imparato su te stesso?

«Che la vera indipendenza nasce dall’essere se stessi e che quando trovi il coraggio di seguire il tuo istinto e il tuo cuore invece delle aspettative degli altri, inizi a scoprire il tuo vero potenziale. Tutto quello che mi è arrivato – l’oro olimpico e tutte le vittorie – è semplicemente una conseguenza di questo. La conquista più importante della mia carriera non è un trofeo, è aver trovato la libertà di essere me stesso».