Quando lo incontro alla sede Red Bull di Milano, Leonardo Fioravanti è appena rientrato in Italia dopo un tour de force tra Australia, Nuova Zelanda e Brasile. Sei tappe consecutive del Championship Tour che lo hanno portato dove nessun italiano era mai arrivato prima: al numero uno del ranking della World Surf League. Un traguardo storico per il surf azzurro, che consacra il 28enne romano come il più grande surfista italiano di sempre. Eppure, per lui la classifica sembra quasi un dettaglio: «Sta succedendo tutto così in fretta che non ci ho ancora pensato davvero», racconta. Il sorriso gli torna quando parla del ritorno a casa e della festa a sorpresa degli amici all'Ocean Surf, lo stabilimento dove ha preso le prime onde da bambino. Dietro il campione c'è ancora il ragazzo cresciuto sul litorale romano che vede nel mare il suo posto nel mondo. La sua strada, però, non è stata lineare. Considerato un enfant prodige del surf mondiale, nel 2015 a Pipeline nelle Hawaii subisce un terribile infortunio alla schiena che rischia di compromettere la sua carriera. Sarà solo il primo di una lunga serie di stop tra spalle e caviglie che però non lo hanno mai fermato, tanto che oggi è proprio lui a indossare la maglia gialla di leader del circuito.
Ciao Leo, come stai?
«Sto bene, sono felice di essere in Italia dopo sei gare di fila tra Australia, Nuova Zelanda, El Salvador e Brasile. È bellissimo tornare qui, mangiare un pasto nostro, stare con la famiglia e gli amici e ritrovare un po' il posto dove tutto è iniziato».
Come ci si sente a essere il numero uno al mondo?
«È un'emozione incredibile. Però devo dire che sta succedendo tutto talmente in fretta che non ho avuto ancora il tempo di realizzarlo davvero. Forse le persone intorno a me la vivono in modo diverso da me. La vittoria in El Salvador è stata un sogno realizzato, un momento unico nella mia carriera, poi il primo posto nel ranking è arrivato velocissimo. L'obiettivo, però, resta diventare campione del mondo a fine anno. È la prima volta che mi trovo a questo punto della mia carriera e non vedo l'ora di indossare la maglia gialla quando arriverò a Tahiti. Penso che lì realizzerò davvero di essere il numero uno al mondo».
Com'è stato il tuo rientro in Italia?
«È stato unico, non me lo aspettavo per niente. Dovevo fare solo un salto veloce a Roma: sono arrivato il pomeriggio e dovevo ripartire la mattina dopo presto. Pensavo di aver organizzato una cena tranquilla da mia zia Barbara con la famiglia e qualche amico. Invece sono venuti tutti all'aeroporto a farmi un tifo incredibile: amici, familiari e anche mia nonna Anna. È stato bellissimo. Pensavo che la serata sarebbe proseguita con una cena tranquilla, invece sono arrivato all'Ocean Surf, lo stabilimento balneare dove sono cresciuto con mio fratello e con i miei amici, e dove ho iniziato a surfare, e c'erano circa 500 persone ad aspettarmi, con un tifo incredibile. È stato come chiudere un cerchio. Solo noi italiani potevamo fare una cosa così: siamo pochi a surfare in Italia, ma un tifo così non ce l'ha nessuno».
A proposito di famiglia, hai iniziato a surfare per seguire tuo fratello Matteo, quanto ti ispira ancora?
«Mio fratello è una macchina che non si ferma mai, è una persona molto motivata nella vita e nel lavoro. Abbiamo vite completamente diverse, ma l'energia che riesce a mettere nella sua famiglia, nel suo lavoro e in tutto quello che fa continua a ispirarmi. Quando penso di essere stanco, penso a lui e mi dico: "Matteo oggi avrà già fatto diecimila cose più di me, quindi posso andare avanti"».
Hai passato anche momenti complicati nella tua carriera, tra l'infortunio a 17 anni e i problemi alla spalla. C'è stato un momento in cui hai pensato che questo sogno potesse non arrivare?
«No, perché io amo fare questo. Sono ormai otto o nove anni che sono nel circuito mondiale e, in realtà, ero già soddisfatto della mia carriera, ero già tra i migliori al mondo. Certo, volevo vincere e arrivare ancora più in alto, ma non pensavo che la mia vita sarebbe cambiata solo se fossi diventato il migliore al mondo. Ovviamente oggi è diverso, perché ho raggiunto un traguardo incredibile però io amo fare questo al cento per cento. Anche gli infortuni hanno fatto parte della mia carriera e mi hanno insegnato tantissimo. Se oggi sono arrivato a questo livello è anche grazie a quelle esperienze. Sono sicuro che oggi mi trovo nel momento migliore della mia carriera, ma so anche che arriveranno altri momenti difficili e so che, quando succederà, sarò pronto ad affrontarli grazie a quello che ho vissuto negli ultimi anni».
Entri ancora in acqua con la spensieratezza di quando eri un ragazzino o il rapporto con il surf è cambiato?
«Sinceramente no, quando vado a surfare è sempre la stessa cosa. Per esempio, adesso che sono in Italia mi manca entrare in acqua. Stamattina è stata la prima cosa che ho pensato appena mi sono alzato: voglio andare a surfare. Per me il surf è fare la cosa che amo e ho la fortuna di farlo ogni giorno per lavoro, quindi quando entro in acqua l'energia è sempre la stessa. Ovviamente a volte sono più concentrato sugli allenamenti, sul migliorare, sull'aspetto mentale. Però il surf rimane il momento in cui lascio tutto sulla spiaggia: chiamate, messaggi, telefono. Vado in acqua e mi sento libero».
La tua maglia nelle competizioni ha il numero 46, quanto ti ha ispirato Valentino Rossi?
«Vale è sempre stato il mio idolo e il 46 l'ho scelto per lui. Prima di usarlo, anni fa, gli ho mandato un messaggio perché quel numero è il suo. Mi ha risposto subito dicendomi che per lui era un onore e da lì siamo sempre rimasti molto amici. Vale mi ha insegnato che non devi mai smettere di crederci e che ce la puoi fare. Quello che ha fatto nel suo sport è incredibile: è una leggenda non solo dello sport italiano, ma dello sport in generale. Mi ispira il modo in cui lo ha fatto, con il suo stile, il suo carisma e la sua energia unica. Si vede che Vale, durante tutta la sua carriera, nei momenti belli e in quelli difficili, è sempre stato felice ed è sempre rimasto Valentino Rossi. Questa è una cosa bellissima».
Guardiamo al futuro: Los Angeles 2028?
«Ho già avuto la fortuna di partecipare a due Olimpiadi, che però mi hanno lasciato un po' di amaro in bocca. È stata un'esperienza bellissima, ma a questo livello non vuoi solo partecipare, vuoi andare lì per il tuo Paese. Portare a casa una medaglia per l'Italia sarebbe un sogno incredibile, indescrivibile. Come è arrivata questa vittoria, continuo a crederci anche per Los Angeles. Oggi mi sento nella forma migliore della mia carriera e tra due anni voglio esserci ancora, sarà importante mantenere questo livello. Sono anche fortunato perché una delle tappe del Mondiale si disputa nella stessa location in cui si terranno le Olimpiadi, quindi la preparazione è già iniziata. Ovviamente qualificarmi sarà il primo passo. Poi andrò alla ricerca di quella medaglia, senza smettere mai di crederci».
Qual è il tuo posto preferito per gareggiare?
«Pipeline, alle Hawaii, dove si conclude la stagione. È il Wimbledon del surf: uno dei posti più spettacolari al mondo per surfare e gareggiare. Quando arrivi lì, con tutta la gente sulla spiaggia e quell'onda che fa paura ma è incredibile, sembra davvero di entrare in un Colosseo. È un posto unico».
Qual è il consiglio più importante che hai ricevuto nella tua carriera?
«È difficile sceglierne uno solo, però il concetto è sempre stato lo stesso: non smettere mai di crederci, divertiti e ricordarti che non devi dimostrare niente a nessuno. Faccio questo sport perché lo amo e perché lo faccio per me stesso. Se un giorno la motivazione dovesse finire, significherà semplicemente che è andata così. Ma oggi, dopo più di 15 anni di gare ad alto livello, amo questa vita più di qualsiasi altra cosa al mondo».
Ora al contrario. Che consiglio daresti a chi sogna di diventare campione nel surf?
«Direi la stessa cosa. Lo sport è bellissimo, ma deve piacerti davvero. Non è fatto per tutti: devi amarlo. Se vuoi iniziare a fare surf, fallo perché è uno sport bellissimo. Ma se vuoi rincorrere un sogno, nel surf o in qualsiasi altro sport, devi farlo perché è quello che vuoi tu. Non per i tuoi genitori, non per gli sponsor, non per altre persone. Devi farlo per te stesso. Questa è la cosa più importante, quella che ti aiuta ad andare oltre i tuoi limiti e a continuare a spingere».














