Quando si parla di Shonda Rhimes, tra le produttrici e sceneggiatrici più prolifiche dell'ultimo ventennio, si discute spesso del suo potere (immenso, a quanto pare), del suo patrimonio (240 milioni di dollari al 2023), dei suoi progetti in tv (sempre vincenti) e del fatto che non sbaglia mai un colpo. Rimane sullo sfondo, ma non dovrebbe, il grosso impatto che il suo lavoro ha avuto e ha ancora sulla cultura pop: ad esempio non tutti sanno che le "pick-me girl", trend mai sopito di TikTok, arrivano dal copione di uno dei suoi personaggi più celebri, Meredith Grey, la dottoressa più longeva della tv interpretata da Ellen Pompeo. E se Grey's Anatomy, oggi giunto alla ventunesima stagione e primo tra i successi segnati da Shonda, ha provato emotivamente milioni di persone con le sue storie drammatiche e i suoi amori tormentati, non si può dire che la produzione successiva di questa professionista dell'intrattenimento sia stata da meno. Giusto per elencare i suoi show più famosi: Private Practice, spin-off di Grey's Anatomy; How to get away with murder con Viola Davis; Scandal con la mitica Olivia Pope di Kerry Washington; e poi ovviamente Bridgerton (e lo spin-off La regina Carlotta), tra i più riusciti successi di Netflix e della sua Shondaland, la casa di produzione che ha fondato nel 2005.
In pochi sanno che dietro al successo senza tempo di Crossroads, film del 2002 con Britney Spears e del sequel di The Princess Diaries con Anne Hathaway c'è proprio lei: sono i primi lavori da sceneggiatrice della sua lunghissima carriera. Da quel momento in poi Rhimes, classe 1970, nata e cresciuta nei sobborghi di Chicago, in Illinois, una laurea alla Dartmouth University e un master alla scuola di cinema alla Southern California University, un'infanzia sofferta e caotica in una famiglia numerosa, ha capito che la sua strada doveva incrociarsi con quella di altre donne forti e risolute. Basti pensare agli intramontabili personaggi di Christina Yang (Sandra Oh) e della dottoressa Bailey (Chandra Wilson) di Grey's Anatomy o alla magnifica regina Carlotta dell'universo Bridgerton (interpretata da adulta da Golda Rosheuvel e da giovane da India Amarteifio). Una cosa è certa: Shonda sa come si fa. Lo sa sempre. In un'intervista rilasciata a El Paìs alla vigilia della serie La regina Carlotta aveva raccontato di tratteggiare solo profili di donne potenti «perché di deboli non ne conosco». E sulla presenza massiva di protagoniste afroamericane nei suoi show aveva specificato che non le piace creare cose in cui non riesce a vedere prima di tutto se stessa. «So che il mondo è pieno di persone diverse e io voglio mostrare questa varietà».
Far piangere e far sognare sono la sua specialità: sfidiamo chiunque stia leggendo questo articolo a non ricordare con una fitta di dolore, commozione, emozione, nostalgia una qualsiasi delle scene più romantiche di Bridgerton, stagione uno e due (giusto per citare il suo successo più recente): «Io brucio per te» e «Sei la rovina della mia esistenza e l'oggetto di tutti i miei desideri» sono versi già entrati nell'immaginario collettivo quasi come l'invocazione da pick me girl di Meredith Grey a Derek Shepard nella seconda stagione di Grey's Anatomy («Prendi ama, scegli me, ama me»). E i sentieri percorsi dai personaggi nati dalla penna di Shonda Rhimes e del suo team di autori sono sempre un'avventura: prima di raggiungere la cima bisogna cadere tante volte, soffrire, lacrimare, disperarsi addirittura, smettere di sognare e di credere nell'amore. La formula del successo di questa potentissima signora della tv è tutta qui: dà al pubblico quel tanto di sofferenza che basta per godersi meglio il traguardo finale. E anche un pizzico di tragedia, ché la vita può essere anche questo. In lei trionfa la migliore tradizione romance, con quel twist moderno che piace alle nuove generazioni e l'aura drammatica che invece fa parte del bagaglio emotivo dei Millennials. Ed è per questo che, oltre alle donne forti, Shonda non manca mai di inserire nelle sue ricette una buona dose di tormento: è il suo ingrediente segreto a prova di successo. Perché il lieto fine è una cosa, il viaggio che fai per ottenerlo è un'altra.












