C'è una canzone di Robbie Williams, forse tra le meno note in Italia, in cui la popstar invoca Dio e gli dice di stare facendo il possibile per «essere un uomo migliore» (si chiama "Better Man" ed è una traccia del suo terzo album Sing when you're Winning). Oggi, guardando scorrere sullo schermo le immagini di Robbie Williams, docuserie di Netflix in quattro episodi in streaming dall'8 novembre, quelle parole e quelle note risuonano in modo completamente diverso, quasi profetico: mentre Robbie cantava sul palco quelle parole infiammando centinaia di migliaia di fan - era il 2001 - dentro, ora lo sappiamo, la popstar stava lentamente consumandosi, sperduto in baratro di droga e alcol, insoddisfazione, depressione e fragilità. Dello spavaldo ragazzino membro dei Take That - boy band cui si era unito quando aveva appena 16 anni - di quel sex-symbol mondiale di cui milioni di persone avevano un poster sul muro della propria cameretta, non rimane niente. Nella docuserie Netflix c'è solo un uomo posto davanti ai suoi momenti più oscuri.

Dopo aver visto le docuserie all-access (quelle, cioè, in cui sono le stesse celebrità a fornire il biglietto per un viaggio esclusivo nella propria vita, parlando in camera o ripercorrendo la propria carriera con filmati e foto inedite) su David Beckham e Harry&Meghan (entrambe Netflix) - giusto per citarne due recenti e di grande successo - pensavamo di esserci stufati di questi progetti che sembrano ruotare sempre intorno agli stessi temi, ovvero le difficoltà della fama e l'umanizzazione della celebrità. Con Robbie William ci siamo dovuti ricredere, perché l'artista, che nella docuserie si mette completamente e sinceramente a nudo, sprofonda in un abisso di dolore e ricordi in cui è difficile non lasciarsi trascinare.

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Netflix
Una scena del dietro le quinte di Robbie Williams

Le insicurezze di una popstar

Nei quattro episodi della docuserie Robbie viene chiamato a guardare per la prima volta ore e ore di filmati di repertorio sulla sua carriera, a partire dai backstage dei concerti con i Take That che avrebbe poi lasciato nel 1995 in pieno contrasto con il leader Gary Barlow fino a quelli vissuti da solista, di cui proprio quest'anno festeggia i 25 anni di carriera.

«State per vedere un uomo in preda a una crisi di nervi», dirà a un certo punto alla troupe che per mesi ha stazionato nella casa di Londra dove vive con la moglie Ayda Field e i quattro figli avuti nel corso della loro lunga relazione. Robbie non ha mai visto quei filmati, li osserva per la prima volta proprio come facciamo noi spettatori. In molte occasioni lo vedremo abbassare lo schermo del pc in preda all'imbarazzo, al disagio di riguardarsi cadere in un'oscurità in cui è rimasto avvolto a fasi alterne per decenni tra entrate e uscite dalla rehab, attacchi di panico e crisi depressive, critiche feroci dei tabloid britannici, assalti dei fan e un successo troppo grande per poter essere gestito in pieno equilibrio, soprattutto se in preda all'alcol e alle droghe (di cui ha ammesso di fare uso per sfuggire alla depressione). E questa genuinità, questo riguardarsi da fuori, è la vera forza del documentario: non è solo un tuffo nel passato, è una vera e propria seduta di terapia.

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Netflix
Un frame della docuserie su Robbie Williams

C'è il ricordo degli amori di gioventù (il più noto con Nicole Appleton delle All Saints), delle relazioni sbagliate (con Geri Halliwell delle Spice Girls, che Robbie ammette di aver lasciato in preda al sospetto che fosse lei a manovrare i paparazzi sempre in agguato per fotografarli), c'è la rinascita vissuta grazie alla moglie. La parte più bella dello show però rimane quella in cui la popstar si riguarda cadere e rialzarsi, vittima di una sindrome dell'impostore che spesso, in questi 25 anni di carriera, gli ha fatto rimettere in discussione il suo lavoro e il suo talento.

Robbie Williams è uno show che commuove. C'è poca musica (forse l'unica pecca) e tante riflessioni su cosa vuol dire mostrarsi felice mentre intorno tutto crolla. C'è tanta auto-coscienza, tanta consapevolezza conquistata con dolore. Nei filmati ritroviamo Robbie giovanissimo e nel pieno del successo mondiale mentre, nel retropalco di uno spettacolo da centinaia di migliaia di spettatori urlanti, pare pronto ad andare in pezzi. E anche il ragazzo che sembrava non avere paura di niente, turbolento e insolente, che dentro si ripete il mantra "You think I'm strong, you're wrong", "Pensi che sia forte, ti sbagli". E infine il Robbie di oggi padre, marito e uomo forse finalmente compiuto, che torna indietro nel tempo anche a costo di rivivere quella sofferenza. Oltre il dio della musica c'è la vulnerabilità dell'uomo, che merita di essere scoperta, apprezzata, accolta. Nel panorama delle docuserie sulle celebrità spesso ridondanti e auto celebrative, il progetto televisivo su Robbie Williams è un piccolo gioiello di onestà e malinconia.