«Sono Chandler, faccio battute quando mi sento a disagio». A poche ore dalla scomparsa di Matthew Perry, celebre attore di Friends morto il 29 ottobre nella sua casa di Los Angeles, questa frase è diventata un manifesto non solo del personaggio di cui l'attore ha vestito i panni per dieci anni, ma anche di un certo modo di vedere e affrontare la vita, in cui l'onestà disarmante è l'unica difesa possibile contro i mali del mondo.

Il Chandler-pensiero, d'altronde, ha fatto scuola: le sue battute più geniali («Non sono bravo con i consigli. Posso farti un commento sarcastico invece?») e il suo modo di essere - il personaggio interpretato da Matthew Perry è inadatto alla vita sociale, bizzarro nelle relazioni, evidentemente provato da un'infanzia traumatica, protetto da solidi muri emotivi per non soffrire - sono diventati archetipo per decine di altri personaggi visti in tv negli ultimi 20 anni. Esempi più brillanti e recenti sono la Mercoledì Addams di Jenna Ortega e molti dei personaggi nati dalla penna di Zerocalcare, suoi alter-ego non solo letterari ma anche televisivi (su Netflix), dotati, proprio come Chandler, di un cinismo, di una capacità analitica, di uno spirito critico e di un black humour che, scena dopo scena, diventano l'unica modalità per sopportare le cose brutte del mondo, per esorcizzare paure e cattiverie, per analizzare storture e angosce.

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Chandler Bing

L'umore nero, un potere che salva

Come riportano parecchie ricerche in merito al potere e ai benefici del black humour e del cinismo, parlare di sé, degli altri e del mondo in termini caustici, stravolgendo il politically correct a favore di un lessico brutalmente onesto, è un modo per salvaguardarsi e per rispondere a eventi stressanti. Un'altra ricerca pubblicata su Cognitive Processing ha confermato che anche comprendere l'umor nero e il cinismo è una forma di intelligenza, perché implica la capacità di scindere le parole dalle intenzioni, che nel black humour non dovrebbero mai essere offensive ma solo rivelatorie.

Insomma, non sfoderiamo cinismo e black humour per fare del male agli altri, ma per fare del bene a noi stessi: se il senso dell'umorismo è già di per sé una delle tante forme in cui fiorisce l'intelligenza, la sua versione oscura, dissacrante e lapidaria non è considerata solo un'arte, ma anche un modo cognitivamente alto di parlare di dolore e sofferenza. Chandler o Mercoledì, quest'ultima, grazie alla serie Netflix, amatissima anche dalle nuove generazioni che l'hanno eletta a costume di Halloween e a mood della vita perenne, sono esempi lampanti di come il cinismo e black humour servano da scudo, non da arma, per guardare le cose del mondo. Di personaggi che si sono fatti portatori sani di questa attitudine e che abbiamo visto scorrere sullo schermo in questi anni ce ne sono decine, dal Dottor House di Hugh Laurie a Bojack Horseman fino al Luke Danes di Gilmore Girls.

Non è un caso che la stand up comedy, proprio come il piccolo schermo, da sempre si avvalga dei temi e dei canoni stilistici dell'umore nero per analizzare la cronaca ma anche le tragedie della vita da un punto di vista totalmente inedito e spregiudicato. Può ferire la sensibilità di chi ascolta (basta pensare a certi spettacoli di Ricky Gervais, si trovano su Netflix) ma, dopo un primo momento di smarrimento e rabbia, l'obiettivo del cinismo dovrebbe essere quello di diffondere consapevolezza, non di generare odio. Parlare in questi termini di morte, malattie e guerre non è un modo minimizzarle o deridere chi le teme, ma per distribuire equamente le paure che ciascuno di noi può provare, per proteggersi con le parole e per schivare i colpi della vita. Per questo personaggi come Chandler, Mercoledì, Bojack Horseman ci affascinano, perché sono esattamente come ci piacerebbe essere e sanno esattamente cosa dire quando devono elaborare un grande dolore.