È uscito il 20 marzo su Netflix The Immortal Man, capitolo conclusivo della fortunata e acclamata serie Peaky Blinders. Scritto da Steve Knight e diretto da Tom Harper, vede oltre all’immancabile Cillian Murphy (Thomas Shelby), Sophie Rundle (Ada Shelby), Rebecca Ferguson (Kaulo Chiriklo), Tim Roth (Jon Beckett) e Barry Keoghan, astro nascente del sistema contemporaneo, nei panni di Erasmus. A colpire è però unassenza vistosa per chi, come me, è stato fan della serie: Arthur, interpretato dal memorabile Paul Anderson. Fratello anagraficamente maggiore ma psichicamente più fragile, sempre alle prese con una dipendenza distruttiva.

Che fine ha fatto Arthur?

Si scopre fin da subito che si è ucciso gettandosi da un ponte (ma più avanti le cose si riveleranno diverse). Una morte che si aggiunge al grandi pesi che Thomas Shelby regge sulle sue possenti spalle. Il film si apre su una grande solitudine. Thomas Shelby è solo nella sua magione diroccata, in compagnia del fedele Johnny Dog. Scrive un libro di memorie “affinché dal male venga fuori qualcosa di buono”. E si spera che, oltre che gangster, sia anche un buon scrittore. Un evento tragico lo costringe però a indossare di nuovo letteralmente i panni. In una scena dal sentimentalismo pari a Beautiful del vecchio Thomas Shelby.

Il figlio avuto prima della Grande Guerra, Erasmus, guida una nuova generazione di Peaky Blinders senza onore né morale. È questa deriva a portare all’omicidio di Ada, sorella di Thomas, per mano di un sedicente nazista (Tim Roth), con cui si è alleato.

Un’impressione su The Immortal Man

Più che un pensiero, il film lascia una sensazione: come sono passate quasi due ore? I personaggi restano in scena pochi minuti, bloccati in pose stereotipate, per poi sparire. Se non fosse per la loro inconsistenza, e per quella della trama, verrebbe da chiamarla grazia. Ma grazia non è. Ed è impressionante come una sceneggiatura banale possa appiattire le qualità attoriali di grandi interpreti. Barry Keoghan è un grande attore, Il sacrificio del cervo sacro e Bird lo dimostrano (oltre Saltburn, naturalmente). Ma qui, oltre alla mascella “di famiglia”, non lascia traccia alcuna delle sue comprovata abilità interpretativa. Lo stesso vale per Tim Roth, ridotto nella sceneggiatura ad un funzionario nazista dai tratti appena abbozzati, con un sadismo quasi impercettibile giusto perché ormai i due termini sono diventati sinonimi nella narrativa cinematografica popolare.

Un cattivo lontanissimo dallispettore Campbell delle prime stagioni, davvero capace di mettere paura e ben stratificato nel suo sentimento di repulsione e attrazione verso il mondo d’illegalità rappresentato dai Peaky Blinders. E lo stesso vale per Ada e per i personaggi secondari: presenti ma svuotati, ridotti a mannequin che indossano un brand già noto.

La trama

Il centro è la famiglia. Come anche nelle precedenti stagioni della serie in cui a partire da questo nucleo drammatico venivano a svilupparsi i fatti che si intrecciavano nelle varie trame. Qui però tutto si riduce a uno schema elementare: buono contro cattivo. Da una parte Thomas, padre biologico in cerca di redenzione; dall’altra il personaggio di Tim Roth, padre putativo in cerca di distruzione. In mezzo Erasmus, chiamato a scegliere. Ma è una scelta privata di qualsiasi peso , quasi da derby: Milan o Inter.
Ed è una scelta scontata: Erasmus sceglie Thomas. Il bene, almeno in apparenza. Thomas come sanno bene i fruitori della serie e come il film non si stanca di ribadire non è innocente. Una scena in cui lui e il figlio lottano nel fango di un porcile lo ricorda bene. Entrambi si trovano a lottare nello stesso fango e nella stessa sporcizia.

E poi da parte del figlio resta la domanda: dov’eri quando avevo bisogno di te? Questo mosaico però traspare unicamente dalla trama ottenendo l’effetto un po’ stucchevole di una esposizione piatta, didascalica. La stessa tensione risulta impercettibile se ricercata ad un livello meno fattuale e più estetico (cioè quello che il film trasmette senza spiegarlo). Il fatto poi è che sarebbe potuto durare la metà del tempo. Oltre allo schematismo di cui prima restano i soliti cliché: la vestizione, la cavalcata (che rimanda ai primi minuti del primo episodio della prima puntata, il Garrison con la battuta “qualcuno gli dovrebbe spiegare chi sono” resasi ormai celebre dal trailer omonimo del film. Nostalgia per chi conosce la serie. Poco per gli altri. Anche l’estetica risulta troppo insistente: colori saturi, ritorni già visti (i tunnel su tutti). Per chi non lo sapesse, segni di una forma che sopravvive al contenuto. La cornice storica, infine, è fragile, quasi improvvisata.

I film gangster nell’era del neoliberismo

Ma veniamo ora all’aspetto più interessante del film. The immortal man può essere iscritto a tutti gli effetti nel genere del gangster movie. E, sperando di non attirare le ire di improbabili divinità cinematografiche, ne citerò altri quattro a titolo d’esempio: Il padrino di Francis Ford Coppola del 1972 , Cera una volta in America di Sergio Leone del 1984, Good Fellas di Martin Scorsese del 1990 e Heat - La sfida di Michael Mann del 1995. I quattro titoli scomodano i pesi massimi della cinematografia, ma danno anche conto di un’evoluzione in seno al concetto di famiglia che, come ho detto, è fondante nella saga di Peaky Blinders. Evoluzione, o involuzione, piuttosto “lineare” se teniamo conto del loro avvicendarsi cronologico. Ne Il Padrino il concetto di famiglia è strutturantee vi sono connessi schemi morali ben precisi che almeno formalmente sono cari a cosa nostra. Nel film di Sergio Leone, smantellata la famiglia canonica ovvero biologica, se ne sostituisce una putativa che combacia poi con l’organizzazione - organismo criminale di cui i protagonisti fanno parte. Nel caso di Heat invece il nucleo familiare viene completamente disgregato. A fare da collante tra gli individui che compongono la gang del protagonista Neil McCaulay (interpretato da un grande De Niro) non c’è più nessun legame affettivo o pseudo tale ma solo una serie di obbiettivi da perseguire con efficenza (perlustrazioni, rapine, omicidi se necessario). La gang” da famiglia si è mutata in azienda.

The immortal man, pur essendo all’estremo di questa linea cronologica, sembrerebbe dar conto di un ritorno della famiglia per i motivi che si è detto. Ma è un ritorno solo apparente. Perché il film presenta nell’ordine: un fratricidio, un parricidio (sulla cui simbologia è inutile sprecare parole) e, per interposta persona, l’omicidio di una zia. È quindi una famiglia impossibile che si autodistrugge proprio nel momento in cui il suo ultimo discendente (Erasmus, Barry Kehogahn) ne sente e ne avrebbe più bisogno.

E a dar conto di questa duplice tensione, il bisogno di una famiglia e la sua impossibilità costitutiva (brutalmente e maldestramente semplificata nel film, è bene ricordarlo) ci aveva già pensato Mark Fisher quando scriveva nel suo capitale, si scusi il gioco di parole, Realismo capitalista che i valori su cui la famiglia si regge sono gli stessi che il capitalismo ritiene obsoleti, eppure la famiglia sempre più è sentita come un rifugio dalle pressioni di un modo costantemente instabile. Il parricidio con cui il film si conclude e che smentisce radicalmente il titolo, the immortal man, non fa altro che riproporre con forza questo adagio: abbiamo bisogno di legami e di luoghi sentimentali in cui radicarci eppure non facciamo altro che distruggerli con le nostre mani, vuoi per l’illusione di fare e farci del bene, vuoi per le conseguenze inevitabili che le nostre stesse azioni hanno innescato.

I manoscritti non bruciano, gli eroi non muoiono

In questo genere di film l’immedesimazione con il personaggio protagonista è un meccanismo chiave. E di fatti questo accade a chiunque lo guardi abbassando appena la guardia di un minimo distacco critico. E la domanda che sorge spontanea, banale, scontata e stupida quanto si vuole ma ugualmente inevitabile è: “Perché non sono come Thomas Shelby?”La riposta banale e più semplice sarebbe “perché è un personaggio di finzione”. Ma risulta, sotto molti punti di vista, insoddisfacente. E così pare utile cambiare la domanda approfondendola: “perché vorremmo essere come Thomas Shelby?”.

Lasciamo da parte la Natura che con Cilian Murphy è stata, impossibile non riconoscerlo, piuttosto generosa. Lasciamo da parte anche le sue doti da eccelso combattente, che potrebbero in ogni caso tornare utili. Limitiamoci al “dato” caratteriale. Chiediamoci qual’è la qualità più grande di Thomas Shelby, quella che gli permette di venire fuori dalle situazioni più complesse e disperate, quella che gli ha permesso di costruirsi la sua fortuna che cresce lungo il corso delle cinque stagioni. L’intelligenza, certo; l’intuito, anche; ma sopratutto la freddezza. La sua imperturbabilità. Qualità che si addensa intorno agli occhi azzurro ghiaccio perfetti e, volutamente, sempre inespressivi di Cillian Murphy. E che, questo va detto, trapassano lo schermo con una certa disinvoltura. Nel film, anche se la situazione iniziale lo mostra in una veste inedita, questa caratteristica sostanziale non viene meno anzi, risulta accentuata dal confronto con il figlio. Erasmus è tutto fuorché glaciale. A più riprese lo vediamo esitare e, cosa disdicevole, anche piangere mentre Thomas non lo fa mai, né esitare né tantomeno piangere; nemmeno quando muore l’amata sorella Ada, nemmeno quando ricorda Arthur. Insomma il più umano dei due è il figlio ma tutta la nostra volontà emulativa è riservata a lui, all’uomo immortale che sebbene morto fisicamente, nella pellicole rimane il nostro grande mirabile irraggiungibile sogno ad occhi aperti.