Red Rose non sarà la serie dell’anno. Forse non verrà nemmeno rivalutata negli anni avvenire. Eppure esiste una serie di motivi per cui andrebbe vista: arrivata per San Valentino su Netflix dopo un primo rodaggio sulla Bbc, racconta l’incontro tra un gruppo di adolescenti inglesi, di Boston, e un’app di stalking chiamata Red Rose.
La prima a scaricarla, cadendo nel tranello del messaggio “Apri questo link, credo possa piacerti”, è Rochelle (Isis Hainsworth). Roch è la main character di un gruppo di cinque ragazzi destinato ad allargarsi, nel tempo libero fa da baby-sitter alle sorelle dopo la scomparsa della madre e nel frattempo vive quel fragile momento in cui si sente attaccata da tutti, senza un posto nel mondo. Chiunque vi sia dietro a Red Rose questo lo sa bene. Inizia a scriverle, a mostrarsi a lei come un amico. Poi, arriva l’ossessione e la persecuzione. Si intrufola nei suoi messaggi e pubblica post sui suoi social, le mostra i fantasmi del suo passato – letteralmente – con l’obiettivo di vederla soffrire. Una volta finito con Roch, è il turno di Wren (Amelia Clarkson), la sua migliore amica.
Ufficialmente è definito un teen horror, e infatti la serie creata dai gemelli Michael e Paul Clarkson (The Haunting of Bly Manor) fa scorta di tensione e inquietudine per analizzare un altro aspetto del mondo adolescenziale di oggi: l’ossessione per il mondo digitale. E se le sfide online e le applicazioni che ti dicono cosa fare possono spaventare, i Clarkson aggiungono un altro tassello, quello dello stalking. Una volta scaricata Red Rose, l’amministratore ottiene il controllo totale dei dati dentro il telefono e di tutte le telecamere vicine. Gli si cede il controllo perfino dei social, quindi della propria vita. Il mondo teen improvvisamente diventa ancora più incasinato di quanto raccontato in serie come Skam, Sex Education o Euphoria.
Red Rose porta infatti a galla le sfide che da tempo sono comparse anche sulle pagine di cronaca. Dalla Blue Whale, che spingeva i ragazzini a sfidarsi fino alla morte, fino alla Choking Game che consisteva nell’auto-provocarsi uno svenimento per iperventilazione. Non sappiamo chi vi sia dietro a tutto questo, sappiamo solo che dovremmo avere paura. E su questo aspetto i Clarkson hanno fatto un buon lavoro. Prima delle riprese è stato consigliato agli attori di recuperare diversi horror psicologici, da The Ring al Cigno nero, fino a Scream, e non è un caso che i primi dieci minuti contengano tutti gli elementi. Il buio. La tecnologia che non risponde. Una presenza invisibile. Rimane una patina di inquietudine per tutto il tempo con qualche picco di tensione più marcato, ma nulla a che vedere con un horror.
Se qualche nota di demerito ha la serie, si trova nell'esigenza (ma perché?) di offrire una motivazione familaire-traumatica all'apatia dei ragazzi che ne sono protagonisti (c’è chi ha la madre alcolista e chi il padre in carcere per omicidio), con vissuti non approfonditi che restano lì quasi a spiegare perché l’applicazione maledetta abbia scelto proprio loro.
Arrivati al quinto episodio (su otto totali) la sinfonia cambia. La protagonista è Wren che, rivelato il mistero dell’app ai suoi amici, vuole scoprire chi la amministri e cosa sia successo davvero alla sua amica. La tensione si alza, scopriamo elementi nuovi, ci avviciniamo alla verità. La colonna sonora si fa più interessante, mescola hit Anni ’90 a ritornelli di TikTok riarrangiati in chiave classica (ho scoperto che Barbie Girl suonata al piano durante un funerale può essere inquietante). Alla fine, tutto trova una spiegazione, il cerchio si chiude e torna alla prima scena che ci eravamo persi per strada.
Il progetto dei Clarkson non è il primo titolo che racconta il lato oscuro delle applicazioni. Countdown nel 2019 mostrava le insidie di un’app in grado di rivelare la data della propria morte, svelando a una delle protagoniste che le restavano solo tre giorni di vita. Sempre in tema hacker invece, la serie messicana Control Z – arrivata alla terza stagione su Netflix – mette in luce la pericolosità delle piattaforme come Facebook e Instagram se utilizzate da persone vendicative, che i mostri e i fantasmi spaventano, ma anche un social usato male non scherza.












