È sacrosanto dire che all'odio non si risponde con l'odio, ma la prima reazione umanissima che si prova a seguire sullo schermo la storia di Hunter Moore è proprio questa: indicibile disprezzo e profondissima rabbia. Il trigger warning, prima della visione del documentario in streaming su Netflix dal 27 luglio dal titolo L'uomo più odiato di Internet, è necessario: si parla di revenge porn e i tre episodi da cui è composto possono fare molto, molto male. Il titolo del documentario si rifà al celebre articolo del 2012 pubblicato su Rolling Stones, in cui Moore veniva "profilato".
Al centro della scena di questo nuovo true crime di Netflix ci sono principalmente le vittime, le persone che le hanno aiutate a farsi giustizia e un ragazzo, Moore, appunto che, intorno al 2010, ha lanciato un sito, Is Anyone Up?, che non solo si faceva contenitore di immagini private inviate da ex fidanzati vendicativi, amici in vena di goliardia distruttiva o persino hackerate dai pc di ragazzi ignare, ma fomentava anche l'odio per chi finiva sulle pagine del portale, generando ondate di slut, fat e victim shaming di cui, oggi, è anche solo difficile essere testimoni via schermo televisivo.
La storia di Hunter Moore che - iniziamo dalla fine, giusto per alimentare ancora di più quella rabbia citata all'inizio della recensione - attualmente è libero e si diverte a twittare messaggi inquietanti dal suo profilo (da Facebook, invece, ha avuto il ban a vita) inizia quando il portale che si era inventato per pubblicare foto di nudi rubati è diventato un fenomeno globale. Moore, che si è spesso definito con orgoglio un «rovinatore di vite seriale», all'apice del successo (ma anche dopo), non ha mai rinnegato i terribili riverberi che la pubblicazione delle foto avevano sui diretti interessati, addossando la colpa in particolare alle ragazze che, scattandosi foto intime, «dovevano vergognarsi e accettare di essere sputt**te perché se l'erano cercata». La colpa, nella narrazione tossica di Moore, era sempre della vittima: peccato che, come scoperto da un'indagine portata avanti dall'FBI e, privatamente, da Charlotte Laws , dopo che la figlia era finita sul portale con tanto di dettagli sensibili come numero di telefono, indirizzi e collegamento diretto al profilo Facebook , molte di queste foto venissero rubate dai pc e dalle caselle email senza consenso.
Dal punto di vista legale, Moore si sentiva perfettamente al sicuro rispetto al revenge porn, per cui non esisteva legge o tutela: il suo sito si faceva contenitore di foto inviati da terzi e, in quanto tale, non ne era responsabile. Ma il reato di hackeraggio era invece perseguibile per legge. E, tra le altre cose, anche con questa accusa, circa 18 mesi dopo il lancio del sito, Moore è stato condannato, per poi essere rilasciato nel 2017. Il momento migliore è quando Anonymous se l'è presa con lui: è decisamente la parte più godibile del documentario.
Il documentario di Netflix non ha alcuna pietà di Moore, che viene dipinto come il bullo arrogante e fomentatore di folle quale è. Su Is Anyone Up? l'attività preferita dei seguaci del suo fondatore, che si definivano La famiglia (in stile Charles Manson, grande ispirazione di Moore), era umiliare le vittime, scatenando una shitstorm di commenti offensivi, violenti, pieni di odio per il puro gusto di rovinare vite. Tra le ragazze reperite nel corso delle indagini di Charlotte Laws, ce ne sono alcune che hanno tentato il suicidio per via delle ripercussioni sulla vita pubblica e privata del post comparso sul portale.
Fa male guardare L'uomo più odiato di Internet? Tantissimo. Ma, proprio come altri documentari - tra tutti The Tinder Swindler, sul truffatore seriale Simon Leviev - questo lavoro serve per sensibilizzare su temi spesso poco conosciuti, minimizzati o, peggio, orientati alla persecuzione della vittima. Conoscere la storia di Hunter Moore e le conseguenze sulle sue vittime, visto che di persone come lui purtroppo ne è pieno il mondo e il web pullula di gruppi e community simili alla sua, è dunque dolorosamente necessario.











