C'è un'altra narrazione, ben lontana dai fasti e dalle celebrazioni in atto in questi giorni di lutto per la morte della regina Elisabetta, che ci racconta le reazioni del popolo britannico e le conseguenze della scomparsa della sovrana a favore del figlio, re Carlo III. Il feretro, esposto a Westminster prima dei funerali di Stato del 19 settembre, sta attirando migliaia di persone desiderose di omaggiare la sovrana nonostante le ore di coda per accedere all'abbazia; per contro, una buona fetta di popolazione, non solo nel Regno Unito ma in tutti i paesi del mondo in cui il sovrano britannico è ancora capo di Stato, sta protestando contro la monarchia, appellandosi alla crudeltà del passato colonialista dell'impero, all'insensatezza dell'istituzione e, non ultime, alle tasse che i cittadini saranno costretti a pagare per sovvenzionare i cambiamenti necessari quando muore un sovrano (e se ne fa un altro): la ristampa di denaro e dei passaporti con l'effige del nuovo re, per esempio.
La protesta degli anti-colonialisti
Ha fatto discutere, e non poco, l'editoriale del Daily Beast intitolato The British Monarchy Should Die With the Queen ("La monarchia britannica dovrebbe morire con la regina"), pubblicato l'8 settembre, a poche ore dall'annuncio della morte della sovrana che ha aperto nuovi scenari per il futuro della famiglia reale britannica nell'era post-elisabettiana. L'articolo riassume i motivi per cui la monarchia non ha più senso di esistere dopo la morte di colei che l'ha tenuta in vita negli ultimi 70 anni con grazia e tenacia, senza mai mollare. I repubblicani, che insistono da decenni affinché la royal family ridimensioni il suo ruolo pubblico o addirittura venga destituita, hanno approfittato del momento storico per intensificare le proteste. In particolare, si è discusso molto del passato colonialista dell'impero britannico, che oggi, sotto il nome di Commonwealth, raccoglie ancora alcuni dei paesi un tempo conquistati con la violenza dai predecessori di Elisabetta.
Quel passato non si può dimenticare, soprattutto da chi l'ha vissuto. Già nei mesi scorsi, diversi stati tra cui Barbados avevano deciso di diventare una repubblica, di fatto sciogliendo il sovrano in carica dal ruolo di capo di Stato. Molti altri paesi dei Caraibi, dove l'oppressione e il colonialismo hanno falciato migliaia di famiglie, potrebbero a breve fare lo stesso. Si pensa che anche l'Australia, il Canada e gli altri grandi paesi che fanno ancora parte di questa organizzazione diplomatica fortemente voluta dal papà di Elisabetta, re Giorgio VI, andranno, nei prossimi anni, verso questa direzione, sfaldando il regno di re Carlo.
La questione delle tasse e del patrimonio reale
C'è aria di polemica anche per le questioni meramente economiche che intrecciano il lavoro della famiglia reale, sovvenzionato per buona parte dai cittadini britannici, alle tasse che questi dovranno pagare per agevolare il passaggio di sovrano. Si discute del fatto che re Carlo, che ha ereditato una fortuna da sua madre in termini di immobili, gioielli e patrimonio (così come il principe William e sua moglie), non è tenuto a pagare alcuna tassa di successione. Fortune ha fatto i conti in tasca alla sovrana per capire cosa ne sarà dei suoi ingenti possedimenti personali: 500 milioni di sterline, ha suggerito la rivista, sono ora in ballo (e in mano) degli eredi principali. Senza dimenticare le entrate in arrivo da The Crown Estate, ovvero tutte le residenze e i terreni che appartengono alla corona, che generano profitti per 19 miliardi di sterline all'anno. Nonostante questi numeri, però, saranno comunque i cittadini britannici a dover pagare parte delle spese per i funerali pubblici e per il grande apparato logistico che sta gestendo, in questi giorni di lutto pubblico, una congestionatissima Londra.
Il Telegraph, a questo proposito, ha pubblicato un articolo dal titolo "Tre modi in cui il cambio di sovrano influenzerà le vostre prossime vacanze": basti pensare ai costi per il cambio della moneta, su cui dovrà comparire il nuovo sovrano, o dei passaporti. Non è ancora chiaro quando questo passaggio avverrà, sarà senz'altro graduale, ma di certo impatterà non poco sulle tasche dei cittadini.
Re Carlo l'austero
Un'altra polemica di queste ore è relativa all'intenzione di re Carlo di licenziare il personale in eccesso nelle residenze che, da quando è diventato sovrano, non serviranno più come quartier generale ufficiale. Si pensa, ad esempio, che Clarence House, che fino a ora è stata la casa di Carlo e Camilla a Londra, verrà chiusa: intanto, ad aver fatto questa fine, è il profilo Instagram collegato, visto che ora i nuovi sovrani parleranno attraverso quello @theroyalfamily. Diversi cronisti hanno riportato dunque le voci di licenziamento dello staff di Clarence House, poi rettificate: una parte di personale seguirà Carlo nella residenza che sceglierà come centro nevralgico del suo lavoro (forse Buckingham Palace, oppure il castello di Windsor), gli altri, dove possibile, verranno riposizionati altrove.
Essendo The Firm, ovvero la Royal Household, una vera e propria azienda, al cambio di vertici si genereranno diversi cambiamenti, non tutti positivi, tra cui licenziamenti, rimpasti, cambi di ruolo: la regina Elisabetta aveva tutto un apparato di consiglieri, segretari e dignitari che potrebbero non essere adeguati a Carlo. Dal canto suo il nuovo re predica austerità e risparmio, e, nei prossimi anni, potrebbe tagliare ulteriormente le spese di gestione di questa mastodontica impresa, creando non poche controversie.












