Un album diverso, in controtendenza rispetto alle mode del momento, di cui Tommaso Paradiso sentiva il bisogno, dal giorno in cui ha lasciato la band che lo aveva portato al successo. Dopo l’addio ai Thegiornalisti, con un grande show al Circo Massimo nel 2019, il suo percorso era ricominciato da solo «Ma sono sempre io, non c’è nessuna differenza tra prima e ora, se non un cambio di nome. Scrivevo tutto da solo anche prima e producevo con le stesse persone con cui lavoro oggi», dice per ricordare che quel ragazzo che sognava l’America ma che ha i piedi ben ancorati nella tradizione italiana, è sempre lui.
Space Cowboy, questo il titolo del disco: undici tracce, nate in questi anni di pandemia, con tutte le riflessioni e stati d’animo vissuti, in uno scambio intimo con chi ascolta. Tra la paura per la solitudine, la ricerca di un nuovo equilibrio, qualche mostro. E la voglia di stare con gli amici, con la sua fidanzata Carolina Sansoni, guardando quelle stelle piene di sogni, parlando di cinema, bevendo vino, davanti al mare della Costiera Amalfitana, dove è stato registrato questo disco. Ha gli occhi provati dal cambiamento, le notizie che arrivano dal mondo in questi giorni non aiutano a festeggiare, ma Tommaso non ha paura di mostrare anche la sua fragilità, che in fondo è ciò che gli permette di scrivere le sue canzoni. Le porterà in tour dal 25 marzo. Il 26, 27 e 28 aprile invece uscirà nelle sale il suo primo film Sulle Nuvole. Ecco cosa ci ha raccontato.
Il disco
«Mi sono chiesto, che cosa mi piace nella musica? Volevo fare sentire la canzone nella sua essenza più pura. Per questo disco ho cambiato produttore e lavorato con Federico Nardelli, tranne “Tutte le notti” con Dario Faini. Volevo fare qualcosa che non sento, ma che vorrei sentire. Penso spesso che vorrei entrare in un negozio di dischi, anzi oggi si entra su Spotify, e trovare questo tipo di suono. Me lo sono fatto da solo. Volevo che si sentisse la purezza della musica pop».
I testi
«Questo disco rappresenta il manifesto di quello che sono in questo momento. “Space Cowboy” è il mio testamento. L’America è sempre stato il sogno, un punto di riferimento, conosco a memoria ogni film di Sergio Leone, su un’isola deserta porterei “Lo chiamavano trinità”. Ma sono fiero di essere nato nell’armonia italiana. Figlio di Lucio Dalla, guardando oltreoceano. Ci ho messo tanto mare. Il disco è stato registrato in costiera Amalfitana davanti a un mare stupendo. Alle 4 del mattino tenevamo gli amplificatori a palla, davanti a noi solo il mare. È il mio elemento di ispirazione».
La paura
«La prima traccia si chiama “Guardarti e andare via”. Avevo finito il tour più grande della mia vita, 36 date, il finale al Circo Massimo. Poi è finito tutto. Sono rimasto in camera da letto da solo, la magia dei concerti si era spenta. Mi sono sentito solo. Ho detto “aiuto”. Un attacco d’ansia enorme. Nella canzone chiedo di non lasciarmi da solo. La paura è una reazione spontanea e incontrollabile. La possiamo controllare, ma torna. Possiamo però provare frammenti di felicità e le canzoni mi aiutano a sconfiggere i demoni».
La felicità
«Se sviluppo un pensiero universale, come mi giro interiorizzo il dramma. Basta pensare a cosa sta succedendo a pochi chilometri da noi o quello che abbiamo passato negli ultimi due anni o alla sofferenza in generale. Però siccome dobbiamo vivere e lo abbiamo nell’imprinting di dover sopravvivere, mi adatto. Per me la felicità sono quelle cose che tutti noi consideriamo banali, ma che non lo sono. L’amore, l’amicizia, una cena, la famiglia, la chitarra, il pianoforte, lo sport. Abbiamo creato un sistema per cui vale la pena vivere ancora. Ed è a queste che mi aggrappo. Il mio quotidiano».
L’amicizia
«La canzone “Amico Vero” la canto con Franco126. Siamo due persone tecnologicamente disagiate, nessuno dei due ha un computer. Senza produttore siamo come due pezzi di carta. È venuto a casa mia, mi sono messo al pianoforte, abbiamo scritto una canzone immaginandoci su una macchina scappottata, per descrivere il nostro paese, ad agosto. Lui è un amico vero, nel brano mi chiama fratello. È proprio così. Altri amici colleghi sono Calcutta con il quale è da tempo che i nostri capi, editori, manager, produttori ci dicono che dovremmo collaborare e io uno stadio a Roma con lui lo farei. Ma anche Elisa, Jovanotti. Non dico che ci sentiamo tutti i giorni, ma almeno una volta a settimana sì».
Il dolore
«”È solo domenica” è ispirata una grandissima perdita di questi ultimi anni».
Il film
«Ho fatto Sulle Nuvole perché rendere la storia che avevo in testa si prestava a un film e non a una canzone. Erano cinque o sei anni che ci pensavo. Non poteva essere neanche un romanzo, ma proprio un film. Non vuol dire che la musica non mi basti più ma la sto arricchendo di cinema perché la mia vera passione è il cinema. Quello di cui sono matto e pazzo. Passo ore a parlare con sceneggiatori e registi. Però siccome dicono che so fare canzoni, metto quel mondo delle immagini nelle canzoni. Ho sempre voluto fare musica, ce l’ho dentro. È più forte di me e tra un Oscar e un tour sould out negli stadi, sceglierò sempre gli stadi. Ma questo film lo dedico alla memoria dei grandi maestri che hanno fatto le colonne sonore del cinema».
Sanremo
«Da concorrente non ci andrò mai. Non farò mai una gara canora. Bisogna stare attenti, spesso si valuta più l’interprete della canzone, e a volte perdiamo una canzone incredibile solo perché uno non ha troppa voce o si lascia fregare dall’emozione. Dovremmo votare la canzone, non l’interpretazione. Bob Dylan non aveva Instagram e non veniva massacrato. Oggi bisogna stare attenti, il costante giudizio della gente è un peso enorme sulle spalle».












