Uno degli aspetti più problematici del cambiamento climatico, tra inquinamento e surriscaldamento globale, è dettato dai folli meccanismi iper-produttivi che da tempo regolano il funzionamento del fashion industry. Quello che in molti non sanno, però, è che nel 2021 sono stati compiuti alcuni passi avanti decisivi a proposito di recycling, diritti dei lavoratori e sustainability. Non sono mancati, nell'anno appena passato, alcuni segnali positivi per i diritti dei lavoratori. Sulla scia di un articolo di Sophie Benson, pubblicato su Dazed Digital e intitolato What fashion got right in 2021, partiamo da qui.

Quando, nel 2013, 1134 lavoratori persero la vita a causa del crollo di un complesso manifatturiero di Dacca, in Bangladesh, il mondo intero ne fu sconvolto. Dopo il disastro del Rana Plaza a cui è stato ispirato il documentario The True Cost, tra i marchi sportivi e i fast fashion coinvolti (che fino a quel momento avevano negato di essere responsabili del massacro) fu stipulato un patto per assicurare ai lavoratori tessili un luogo di lavoro sicuro, dal titolo Accord on Fire and Building Safety. Noto anche come The Bangladesh Accord, il contratto che ha identificato oltre 87mila problemi di incendi, guasti elettrici e possibili cedimenti degli edifici, eliminando il 90% degli stessi, sarebbe scaduto a maggio 2021.

Gli attivisti e le organizzazioni come Clean Clothes Campaign non si sono persi d’animo e, entro l’inizio dell’autunno, il contratto è stato rinominato Accord for Health and Safety in the Textile and Garment Industry: non solo è stato esteso a nuovi Paesi – si è parlato molto del bisogno in Pakistan, ma è stato ridefinito il suo stesso raggio d’azione, ampliando il piano con nuovi requisiti e obiettivi. Sempre sul finire dell’estate, in California i lavoratori hanno raggiunto un altro piccolo grande successo: l’SB62, il Garment Worker Protection Act, è stato approvato. Il risultato, ovvero il divieto dei pagamenti a cottimo (in base al materiale prodotto), è stato accolto come un traguardo leggendario dall’approccio etico, eco-friendly e sostenibile sotto ogni aspetto.

Un altro argomento prioritario, nel campo dei diritti umani nel fashion industry, è quello delle molestie sessuali. Nel 2021, si è parlato molto del caso Natchi Apparels: dopo l’omicidio di Natchi Jeyasre Kathiravel, la lavoratrice del fornitore di H&M che è stata violentata e uccisa dal suo supervisore, il Tamil Nadu Textile and Common Labour Union ha ricevuto decine di denunce. Il sindacato ha richiesto un’indagine, arrivando a ottenere un risarcimento per i genitori di Kathiravel e a raggiungere un accordo vincolante con Natchi Apparels e i brand per cui lavora mirato a porre fine ai maltrattamenti, ai soprusi e alla violenza di genere.

Lungo il percorso di un cambiamento necessario che riguarda l’intero sistema e che sta solo cominciando, le questioni ambientali procedono di pari passo. In particolare, il 2021 è stato l’anno di un nuovo approccio legislativo. A marzo l’Unione Europea ha annunciato un piano obbligatorio nato con lo scopo di garantire il rispetto dei diritti umani e dell’ambiente lungo lungo il corso dell’intera catena di approvvigionamento e valido per tutti gli enti che operano in campo europeo – quindi anche i fornitori asiatici dei brand europei. In accordo con tale Due Diligence Act, che dovrebbe essere approvato nel 2022, entrando in vigore dal 1° gennaio 2023, le aziende dovranno obbligatoriamente assumersi la responsabilità di prevenire il lavoro minorile, consentire la libertà di associazione e proteggere la biodiversità. Nel Regno Unito l’Autorità per la concorrenza e i mercati ha pubblicato a ottobre il Green Claims Code, basato su sei main concept e volto a combattere il greenwashing e regolamentare le dichiarazioni ambientali: il tempo delle capsule sostenibili «per non si sa quale motivo», delle informazioni insufficienti, ingannevoli o fuorvianti è ufficialmente finito.

Pensando alle immagini che hanno sconvolto tutti negli ultimi mesi, uno dei primi pensieri che vengono in mente è quello dell’enorme discarca di vestiti nel deserto di Acatama, in Cile. Il cumulo di jeans, T-shirt e magliette provenienti principalmente dai mercati occidentali è in costante (e repentino) aumento, e speriamo abbia dato l’allarme definitivo riguardo gli sprechi determinati dai meccanismi iper-produttivi – e in particolare dal problema dei resi. Nel 2021 alcuni brand si sono distinti per aver intrapreso nuovi progetti determinati a ridurre gli sprechi, vedi i multibrand leader nel settore del retail di lusso come NET-A-PORTER, che ha lanciato un vero e proprio servizio di resell.

O come Vestiaire Collective: con uno storytelling mirato, appealing e puntuale, VC ha collaborato con GANNI per una video-serie volta a promuovere re-use e second-hand (che entra di diritto nel nostro «best of» del 2021) e ha lanciato recentemente un’iniziativa Brand Approved con Alexander McQueen per rivendere i capi mai indossati. Anche ASOS ha fatto la sua parte, pubblicando una guida dal titolo Circular Design Guidebookinsieme a Center for Sustainable Fashion con l’obiettivo di supportare i giovani talenti a creare abiti che nascano con un’identità sostenibile e (già) affine alla circular economy.

L’innovazione è una parte fondamentale della moda circolare. A darne la dimostrazione è la ricerca finlandese e, nello specifico, la start-up Spinnova: l’azienda è riuscita a ottenere una fibra vegetale che migliora ogni volta che viene riciclata o ritrattata dalla pasta di legno. Puma, invece, ha creato una nuova versione delle classiche scarpe SUEDE in TPE biodegradabile e fibre di canapa, inserendola in un progetto speciale che ne prevede anche lo smaltimento. Al grido di «don’t breathe the pollution, wear it», il collettivo Pangaia ha svelato una speciale tecnologia che trasforma le polveri sottili dell’inquinamento atmosferico in inchiostro e subito dopo un'altra che riutilizza le bucce della frutta, mentre in Italia Diesel e Candiani hanno creato il primo denim compostabile in gomma naturale.

Il cambiamento si intravede anche ai piani alti (altissimi) del fashion industry, dove la maison Hermès ha presentato la borsa Victoria, realizzata con un materiale completamente nuovo composto da materiali biotech e derivato dai funghi. In generale, la COP26 del 2021 - il congresso Onu sui cambiamenti climatici, ha alzato l'asticella: il programma United Nation Climate Change ha dato vita a una nuova versione della Carta della Moda, secondo la quale le aziende e le organizzazioni di supporto, compresi i marchi stessi, devono impegnarsi a raggiungere le emissioni zero entro il 2050, dimezzandole entro il 2030 invece di ridurle del 30% come sarebbe dovuto accadere con il vecchio ordinamento.

Non c’è alcun dubbio che tutto questo sia troppo, troppo poco. Il cambiamento procede in modo troppo lento e, di questo passo, probabilmente non faremo in tempo a vedere il risultato perché sarà troppo tardi. Per accelerare il procedimento e dare un contribuito, il consiglio è di seguire i profili attivisti che operano sul proprio territorio. Allo stesso modo, per chiudere il 2021 vogliamo prendere il buono da quel poco, pochissimo, che è stato fatto nel corso di un anno straordinario.