Lavorare da una spiaggia, guardando il tramonto. Rifugiarsi in un baita, chiudendo gli ultimi progetti della giornata vista neve che scende fuori dalla finestra. E poi ancora trasferirsi per un po' di tempo in una capitale europea e farne dimora e ufficio, in quella che viene definita workation: lavoro dai luoghi di vacanza.
Se c'è una cosa per cui dobbiamo ringraziare la pandemia - sembra impossibile vedere il bicchiere mezzo pieno, ma sforziamoci - è l'aver cambiato radicalmente l'approccio globale al mondo del lavoro. Ci dimettiamo di più, perché non ci basta solo avere uno stipendio o un posto fisso, vogliamo il benessere (mentale e fisico); abbiamo rivalutato i luoghi d'origine lasciando le grandi città, generando il fenomeno del south working soprattutto nella prima fase pandemica; abbiamo capito che lo smartworking ha tutte le potenzialità per essere non solo un ricollocamento spaziale che trasferisce l'ufficio a casa, ma una modalità fluida con grandi effetti sulla felicità di chi il lavoro lo fa e sull'organizzazione di chi il lavoro lo dà. Il 2022 avvia un nuovo stile di vita applicato ai flussi lavorativi: il lavoro ibrido. Persino l'English Oxford Dictionary lo ha inserito recentemente tra le sue pagine come parola chiave del prossimo decennio. E nel lavoro ibrido si innestano tantissime altre declinazioni per coloro che desiderano trasferire la scrivania su quella famosa spiaggia, nella baita di montagna, a Londra o a Parigi. Essere un nomade digitale oppure fare smartworking all'estero oggi sono opportunità realistiche per molte persone in più rispetto a due anni fa. Ora che i confini si stanno schiudendo e le restrizioni allentando, ora che la voglia di mangiarsi il mondo sta riaffiorando, un mese di lavoro all'estero per abbinare voglia di cambiamento e ricerca della produttività perduta non è poi così fantascientifico.
Workation: istruzioni per l'uso
Per capire il come, il dove, il quando ma soprattutto il perché trascorrere qualche settimana o addirittura mesi con una scrivania dislocata in qualche angolo di mondo lontano abbiamo chiesto a Giulia, professione content editor per una casa editrice nel settore viaggi, come sta vivendo la sua esperienza di lavoratrice all'estero ad Atene.
Perché partire: quando quattro mura non bastano più
«Il primo anno di pandemia» racconta Giulia «l’ho passato in un monolocale torinese in cui prima stavo così poco che non sapevo neppure che il mio balcone non prendesse mai la luce diretta del sole. Ho lavorato sempre, costantemente attaccata allo schermo. Poi ho iniziato a viaggiare per lavoro e ho realizzato che era da molto prima del covid che ero bloccata e in attesa di un cambiamento. Così ho lasciato la mia casa e mi sono concessa di essere più instabile e contemporaneamente più libera. Ora continuo a lavorare e a restare attaccata allo schermo, ma la mia mente non è più immobile tra quelle quattro mura. Poter prendere un traghetto nel weekend e vedere un’isola sconosciuta della Grecia fa sì che per i mesi successivi il vento del mare continui a scompigliarti un po’ i pensieri, a portare aria nuova».
Come per ogni grande decisione che si rispetti, merita fare un piccolo passaggio sui motivi che ci spingono a cambiare. Certo, potrebbe bastare un semplice: "Mi piace viaggiare". Oppure: "Che sogno bere un mojito da una spiaggia di Tenerife mentre rispondo alle mail". Ma non sempre è sufficiente. Giulia ha avuto una reazione alla pandemia comune a molti: si è ritrovata chiusa tra quattro mura e non le ha riconosciute. La sua risposta è stata evolutiva, perché ha trovato una soluzione per stare meglio e immagazzinare buone vibrazioni per i periodi di magra in cui il vento del mare sarà solo un ricordo.
Come scegliere il paese
Poi arriva la parte più divertente, ovvero la scelta della destinazione. Dove si va? In questo caso, oltre la generica voglia di fare un'esperienza di workation, entrano in ballo gusti e preferenze personali. Giulia ad Atene ci è arrivata incrociando diversi fattori, pur ammettendo che di solito è una viaggiatrice che non pianifica nulla.
«Di solito scelgo la destinazione in modo abbastanza istintivo, poi inizio a leggere di tutto e a organizzare in liste tematiche su tutto quello che non voglio perdermi. Le mie necessità per questo mese di lavoro all'estero erano in particolare quella di un organizzare un viaggio "facile", dunque andarmene il prima possibile; restare in Europa per essere sicura di non avere problemi con il green pass, non spendere troppo e non andare in un luogo freddo. Da qui la mente è andata dritta alla Grecia». Se all’inizio pensava al relax delle isole, presto ha capito che la stagione prescelta per il suo mese di lavoro da expat non era adatta a questo sogno estivo. «Alla fine, ho puntato la bussola su Atene, una metropoli spesso sottovalutata. Ho iniziato a leggere e mi sono innamorata delle sue contraddizioni, della malinconia del Pireo, dell’attivismo di Exarcheia, dell’incredibile scena di arte contemporanea di Metaxourgeio. E avevo ragione, è stato un ottimo match».
Quindi, mai dire mai: oltre a cercare temperature miti, panorami incredibili e fusi orari compatibili con l'Italia, a volte anche l'inaspettato può regalare soprese.
Smartworking all'estero: e al capo chi lo dice?
«La mia strategia è stata partire molto in anticipo, non con la richiesta in sé, ma con il far passare l’idea che fosse una cosa bella e arricchente per tutti». Lavorando nel settore travel, Giulia ha spinto sull'esigenza di allontanarsi da casa per un po', in un periodo di smartworking suo e dei suoi colleghi e sulla flessibilità che il suo lavoro di creatrice di contenuti le regala. «Sapevo che in realtà, potendo garantire una connessione internet stabile e degli orari di lavoro compatibili, sarebbe stato molto difficile ricevere un no, se non altro per coerenza». In questo caso serve fortuna, perché sarebbe inutile negare che, a due anni dallo scoppio della pandemia, ci sono ancora aziende in cui lo smartworking (nello stesso comune in cui si trova ufficio!) è percepito come produttivamente inferiore al lavoro in presenza. Figuriamoci farlo da un altro paese. Servono però anche proattività per individuare una situazione favorevole e capacità di negoziazione per ottenere il massimo, anche accettando dei compromessi.
Il nomadismo digitale ovviamente ben si adatta a tipologie di lavoro come quelle di Giulia, che non hanno bisogno di scrivanie o luoghi fisici per essere portati avanti nel miglior modo possibile. Ma non è detto che lavori artigiani o manuali, soprattutto se si ha una partita IVA, non possano adattarsi a questo sogno del mese agile dislocato all'estero.
Se le condizioni ci sono, il capo è propenso si passa agli aspetti burocratici. Meglio non sottovalutarli: per chi ha un contratto di lavoro dipendente, una volta individuato il paese di atterraggio, meglio fare un passaggio con i referenti amministrativi della propria azienda per capire le normative del paese ospitante, le regole fiscali e contributive e come comportarsi ad esempio in caso di infortunio mentre si è all'estero. Si può valutare un'assicurazione extra che copra gli imprevisti, oppure trovare una soluzione che sia poco nebulosa: essendo una modalità di lavoro in divenire, non ci sono ancora indicazioni chiare. Qui c'è un riassuntone per chi vuole saperne di più. I freelance invece hanno maggiore adattabilità e i settori malleabili in questo senso sono tantissimi, non soltanto quelli in ambito digitale.
Questione di budget
Parliamo di soldi: come ci si organizza per stare un mese fuori casa senza andare in rosso sullo stipendio, magari mantenendo un affitto primario o una rata del mutuo sulla casa nella città in cui si vive e poi, a un certo punto, si deve tornare?
La strategia di Giulia è stata quella di scegliere una destinazione dove il costo della vita fosse leggermente più basso rispetto a quello della sua città d'origine, approfittando di voli dal costo irrisorio per spostarsi. «Questo mi ha permesso di vivere senza dovermi privare del piacere della scoperta: sono sicuramente andata più spesso a cena fuori e nei musei e mi sono concessa delle uscite nei weekend. In compenso ho utilizzato Airbnb sia per affittare che per mettere in affitto il mio alloggio, cosa che ha riequilibrato un po’ le spese».
L'impatto della workation su produttività e benessere mentale
Il mese di lavoro all'estero di Giulia sta per terminare, quindi può tirare le somme di questa esperienza ateniese con maggiore sicurezza.
«Dal punto di vista della produttività, mi è successa una di quelle cose che sembrano impossibili: ho iniziato a svegliarmi prestissimo al mattino! In questo modo ho potuto dedicare tutte le mie prime energie al lavoro e passare il tempo restante a scoprire la città». Abbinare il concetto di vacanza a quello di lavoro in particolar modo nel weekend è stato il boost delle sue settimane ad Atene: «Spegnere il computer il venerdì con la prospettiva di partire per il Peloponneso da lì a poche ore è una cosa che dà veramente tanta energia». Fondamentale è saper bilanciare entrambe le cose, per non togliere tempo al lavoro ma neanche mangiarsi quello libero rimanendo al pc.
Per Giulia in particolare è stato un modo per fare il pieno di nuove storie, spunti e immagini che userà per il suo lavoro nei mesi a venire. Quindi lo considera un investimento sul futuro, un ritorno a quella promessa fatta al suo capo: andrò all'estero solo io ma tornerò più ricca per tutti. Non male come accordo: se le condizioni per proporre questo scambio ci sono, questo è il momento giusto per firmarlo.














