Il mio viaggio per Cracovia inizia da Varsavia, dove prendo il treno per spostarmi e scoprire il paesaggio della Polonia. Durante il viaggio leggo Trans Europa Express e scopro che Paolo Rumiz ha ragione: il viaggio è fatto dalle persone che incontri. Ad una stazione intermedia sale Christine, scrittrice in viaggio per il suo nuovo libro, che coinvolge tutto lo scompartimento in un racconto incrociato di vite. Lungo il tragitto conosco anche Helena che studia design a Varsavia, ma è originaria di Cracovia. Helena torna a trovare la famiglia e mi invita a pranzo a casa sua dove l’aspetta un piatto fumante di pierogi ruskie. Sono simili a ravioli, in questo caso alla russa con patate, ricotta e cipolla, i più tradizionali. Ma il pranzo non finisce qui e mi viene servita una zuppa di barbabietole dal magnifico colore fucsia, la zuppa più bella che mi sia mai trovata davanti. E per finire ciasto sliwkowe, torta alle prugne. La madre di Helena mi conquista con le sue doti di cuoca e il suo sorriso e le chiedo quali dolci non perdere: sernik, la cheesecake polacca; jablecznik, torta di mele e rose; paczek, una brioche rotonda farcita con marmellata di rose. Il padre di Helena ha un altro suggerimento per me: mi consiglia di mangiare almeno una volta in un bar mleczny. Sono ristoranti in stile mensa sopravvissuti al regime sovietico e oggi tutelati dove si serve solo cucina polacca popolare. Si mangia bene e tanto spendendo pochissimo in ambienti molto… soviet.
In centro ce n’è uno su ulica Grodzka, ci vado a cena una sera e lì incontro Ilde. In questi locali i tavoli sono condivisi. È spagnolo, fa l’illustratore e dopo 4 anni in Scozia cercava nuove ispirazioni. È arrivato a Cracovia da un mese e intende rimanerci per un po’. Mi raccomanda di ordinare i leniwe pierogi, letteralmente pierogi pigri perché sono senza ripieno. Ma – sorpresa! – conditi con zucchero e cannella. Prima di salutarci mi svela i suoi indirizzi preferiti. Il primo è la residenza dell’artista Josef Mehoffer, oggi casa museo che le guide turistiche ignorano (non c’è neanche sulla mia). Sono sue alcune delle vetrate liberty più belle della Polonia. Si accede da un portone anonimo e dal delirio turistico del centro ci si ritrova nel quieto giardino della casa. Qui si può anche mangiare, un piccolo bar gestisce questo spazio con tavolini e sedie in ferro battuto. Un angolo di pace e di bellezza.
Il secondo indirizzo è un ristorante tradizionale, si chiama U Babci Maliny e dicono serva il miglior bigos della città. È la tipica zuppa di cavolo arricchita con salsiccia polacca e servita in una ciotola di pane. Il locale è arredato con tavoli, sedie e credenze che sembrano venire direttamente della sala da pranzo di nonna. Bizzarro e… da non perdere assolutamente. Ci vado a pranzo per evitare la ressa della sera come mi consiglia Ilde, subito prima di avventurarmi nel quartiere di Kazimierz. È l’antico cimitero ebraico di Remuh che mi interessa. Il custode Jozef mi conduce su per la collina dove nessun altro va, tra le ortiche e la menta, per mostrarmi 13 lapidi appena ritrovate e raccontarmi la storia della sua famiglia perduta. È uno dei pochi ad essere tornato e si prende cura di questo posto. Con i baffi gialli di nicotina, le unghie nere di terra e uno sguardo gentile mi insegna i 6 significati di Shalom e a dire grazie in ebraico: toda raba.














