Se non hai sentito GVESVS, l'album super certificato di Gué, e non hai cantato "Chico" e "Piango sulla Lambo", forse questa intervista non fa per te. Se invece conosci a memoria alcuni dei successi più importanti degli ultimi anni, e vuoi sapere chi si cela dietro un muro di dischi di platino e dischi d'oro, rimani qui. Il suo nome è Andrea Ferrara, in arte Sixpm, sempre al fianco di Gué, ha firmato moltissimi successi di oggi: partito da Milano con il team di produzione 2nd Roof, con cui collabora fino al 2014, si trasferisce a Los Angeles e poi a New York, è il produttore per i più grandi del panorama urban italiano di quegli anni come Club Dogo, Salmo, Marracash e Fedez. Ah, è anche marito di Rose Villain, di cui ha prodotto, tra gli altri, il brano di Sanremo 2024 "Click Boom!". A settembre torna proprio insieme a lei, Ernia e al collettivo partenopeo SLF con il nuovo singolo “MYLOVE!” (Capitol Records Italy), anticipato sul palco dei Future Hits Live 2024 a Verona. Insomma, di cose da dire ne ha tantissime, e noi ce le siamo fatte raccontare qui.
Come nasce l'idea di coinvolgere Ernia, Rose Villain e il collettivo SLF?
«Alla base del mio progetto solista c'è proprio quella di sperimentare con delle combo nuove e inaspettate, unendo mondi veramente lontani tra loro. Volevo un brano bouncy, funky, che è difficile inserire in un album. L'unico con cui avevo parlato una volta di fare una cosa del genere era proprio Ernia, infatti è il primo che ho tirato dentro».
E Rose?
«Avevo voglia di una parte più melodica, e lei era la persona giusta. Poi mi sono trovato a Napoli, per puro caso stavo facendo sentire un po' di roba ai ragazzi di SLF perché ero ancora indeciso su chi mettere come terzo feat e se si sono innamorati del brano».
Com’è lavorare insieme a tua moglie?
«Negli anni abbiamo imparato a gestire meglio questa cosa. All'inizio il lavoro interferiva tanto con la nostra coppia, adesso invece c'è Sixpm e Andrea e ci sono Rosa e Rose, separiamo le cose. Certo, capita ogni tanto che lei si svegli di notte e mi dica il titolo di una canzone che le è venuto in mente da scrivere (ride, nde), poi però la gestiamo bene».
Hai vissuto a Los Angeles e Manhattan, dove il mondo della musica e la figura del produttore hanno pesi diversi che in Italia.
«Quando sono andato a Los Angeles c'era un abisso tra gli Italia e gli Stati Uniti. Tutto il mondo andava a Los Angeles per fare musica, era una factory di canzoni che a me non ha fatto impazzire, soprattutto all'inizio. Era il picco di Drake e Rihanna insieme, era uscito il loro album, c'erano già un sacco di artisti che si univano, facevano session per provare a piazzare roba per il prossimo album di Rihanna che non è mai arrivato. E comunque c'era un abisso tra l'Italia e l'America, a livello di qualità. Io entravo negli studi e vedevo compressori analogici, tastiere, chitarre di un certo tipo, gente che sapeva usare tutto da Dio, in Italia era impensabile. A New York, poi, ho trovato una situazione ancora diversa, un sistema super elitario, cioè lì potevi entrare in studio solo se eri veramente qualcuno, se no avevo degli studi minuscoli, mega pacco, grandi un metro».
E quando sei tornato in Italia cos'hai trovato?
«La situazione è cambiata negli ultimi 4 o 5 anni. I produttori sono diventati figure vere che sanno cosa stanno facendo, ci sono delle direzioni musicali importanti dietro gli album e secondo me il livello artistico di chi viene fuori in Italia è molto più alto e compete tranquillamente con produttori esteri, senza considerare che la scena americana si è veramente appiattita».
Come descriveresti il rapporto tra artista e produttore oggi in Italia?
«Vedo un mondo libero, in cui lo scambio è sempre più fluido. Spesso nasce da un'intesa umana, personale, magari ci si trova anche agli eventi o in giro ci si incrocia con dei colleghi e ci si dice "dovremmo fare qualcosa insieme". Sono collaborazioni organiche».
Qual è l'artista con cui hai avuto più intesa?
«A parte Rose che chiaramente è la più facile, Gué è l'artista con cui ho più intesa e con cui penso di aver fatto un centinaio di canzoni insieme. Senza mai tentare la seconda versione, era sempre buona la prima. Mi succede solo con lui, si fida ciecamente e io di lui, andiamo dritti».
E quello con cui vorresti collaborare adesso?
«Così su due piedi ti dico Okgiorgio, è bravissimo, quando sei con lui in studio il tempo passa velocissimo, fa veramente molto ridere, non ti sembra nemmeno di lavorare e a fine giornata hai la canzone pronta».
Che musica stai ascoltando in questo periodo? Per un produttore quanto è importante ascoltare cose diverse?
«Adesso sto andando verso l’elettronica e la techno, non c’entrano con la mia musica ma assorbo tantissima energia da lì. Penso che sia fondamentale prendere aria per creare cose nuove, così come penso che ogni genere debba evolvere. Per esempio, oggi vediamo la trap, la drill e altre declinazioni dell'hip hop. Io sono sempre a favore della metamorfosi, mantengono vivo il genere, ed ovvio che se la gente vuole quel suono lì l'artista cerchi di rispondere alle richieste del mercato. Non sono un purista, per fare rap non devi per forza fare il boom bap».
Se un giovane producer venisse da te e ti chiedesse un consiglio, cosa gli diresti?
«Che non ci sono scorciatoie, non ci sono strade alternative, ci vuole dedizione totale e costanza, sono le cose che pagano di più. Però a livello creativo, a livello artistico posso dire che più che cercare di fare, di suonare come una cosa che ti piace, è importante cercare di sentire, di far sentire, l'emozione che sentivi magari da ragazzino quando ascoltavi le cose che ti piacevano».
Hai iniziato in cameretta?
«Ho iniziato con la chitarra, suonavo quella e un po’ il pianoforte perché mia sorella suonava il piano. Giocavo con gli strumenti, che giocattoli usavo, io giocavo con gli strumenti da piccolo. La figura del producer l'ho scoperta verso i 17 / 18 anni, mi sono innamorato di Kanye West, Pharrell Williams, Dre. Non mi sentivo come gli artisti ma come loro».
Meglio dietro le quinte?
«Mi piace la visibilità a piccole dosi. Ho dei periodi in cui mi chiudo in studio e non voglio vedere nessuno, penso sia una grande fortuna decidere quando venire fuori e quando no. Gli artisti sono molto legati alla visibilità, non potrei mai. Agli eventi mondani in cui ci invitano entrambi, sia me che Rose, tendo ad andare solo ogni tanto ma non le sto sempre dietro, so che dove c’è lei ci sono telecamere, tv, media, interviste, preferisco stare a casa».












