La voce, la base, il flow di Ele A sono un tuffo negli Anni '90, impossibile se si pensa che lei quel periodo storico e artistico lo ha vissuto solo nei racconti dei genitori e dei suoi colleghi più grandi, con cui oggi si confronta ogni giorno. Classe 2002, Eleonora Antognini negli ultimi mesi ci ha fatto capire che non ha niente da invidiare a chi calca i palchi dell'hip hop da molto più tempo di lei, da quando, addirittura, il rap in Italia era ancora un genere lontano dal mainstream. Occhiali da sole Y2K, pantaloni over, preferibilmente cargo, felpa in acetato e top corto, Ele A rappresenta tutto ciò che non ha mai vissuto, ma che sembra aver respirato da qualche parte, chissà come. In realtà la risposta c'è ed è nei dischi, nella musica con cui è cresciuta e con cui si è formata, con il rap dell'Est Coast, di cui Biggie è il suo primo riferimento.

E con Gemitaiz invece torna bambina, a quando l'hip hop è entrato nella sua quotidianità, in cuffia, seduta in fondo all'autobus che da Lugano la portava nel paesino in montagna dov'è cresciuta e che oggi, non molto a malincuore, saluta da lontano. Un po' Nas, un po' Mac Miller e Missie Elliot, troviamo tutto questo in Globo, il suo primo EP, con cui entrata a gamba tesa nel panorama musicale italiano. Complice lo stile, anche, fondamentale strumento di espressione e di confidenza per una ragazza che non nasconde quale insicurezza nell'accettarsi per com'è, ancora un po' sconosciuta a se stessa, come qualsiasi giovane donna che si rispetti, o come qualsiasi artista che in ogni canzone, in ogni album, non perde occasione per ritrovarsi. E che usa i suoi stessi abiti per sentirsi libera da giudizi. Come quando canta sul palco.

ele a adidas coverpinterest
Eleonora Sabet
Ele A è il volto della nuova cover digitale di Cosmopolitan. Foto di Eleonora Sabet. Moda di Cecilia Alba Luè, Assistant stylist Mathilde Proietti. Make up e hairstyle di Caterina Fico. La talent indossa top e sneakers adidas; pantaloni, fermas club


Com'è sentire la tua voce, quando ti riascolti?

«C'è un verso di una canzone di Gemitaiz in cui lui canta che quando ha sentito per la prima volta la sua voce in radio, lì ha capito che la musica era la soluzione. Per me è questo, oggi. Ma all'inizio non era così. Sentivo la mia e non mi piacevo, è strano, è come quando ti guardi allo specchio e ti vedi in un modo, ma poi ti fanno una foto e sei diverso. Non ti riconosci nella voce registrata in studio, fa stranissimo, ma poi ci fai l'orecchio (ride, ndr)».

Paranoie da giovane adulta?

«Ne ho tantissime. Farei prima a dirti quali pare non ho, rispetto a quelle che mi vengono fuori tutti i giorni. Sono molto timida, questo influenza la mia vita personale e professionale, non è un tratto di me che riesce a rimanere legato solo a una delle due sfere. Faccio un po' fatica con tutto ciò che è pubbliche relazioni, ma fa parte del mio lavoro, che non è solo scrivere e rappare. Non può esserci sempre e solo Andre (Favrin, suo manager, ndr) al posto mio (ride, ndr)».

Lo sforzo che ti richiede il tuo lavoro non aiuta a superare questi "limiti"?

«Penso che sia sempre una questione di autostima che nel mio caso dipende da come mi vedo, non da quello che faccio, o da quanta gente conosco. Ma se io mi vedo male mi sentirò sempre male, va a periodi. Poi non mi aiuta nemmeno tanto a livello di interazioni perché il palco è diverso. Sul palco mi sento estraniata, quindi lì riesco a fare cose diverse da quelle che farei, sono più spontanea, mi sento più sicura forse. Non mi fa effetto. Invece se devo andare in un bar, tipo, a incontrare persone che già si conoscono, lì è totale sbatti perché ho paura di fare cattiva impressione».

ele a cover digitale adidaspinterest
Eleonora Sabet
Ele A veste top e sneakers adidas, pantaloni ferma club

Cosa fai quando sei sul palco?

«Guardo in fondo, non incrocio mai lo sguardo con il pubblico, forse anche lì è un mio modo per evitare il contatto. A meno che non becchi un mio fan che sa le mie canzoni, allora mi prendo benissimo e cambia il mio modo di approcciarmi al live, mi viene da cantare apposta per lui. C'è stata una data difficile, in cui però ho visto in fondo un ragazzo che ballava e sapeva tutto il testo di "Mikado", allora l'ho guardato tutto il live e c'è stata una bella emozione, mi sono caricata».

Come ti sei avvicinata al mondo del hip-hop?

«Per me è stata una necessità. Sono nata in un paesino in montagna, vicino a Lugano, 300 abitanti, non c'è niente. Non è sicuramente un posto in cui si sente il rap, per strada, non lo ascoltavo in famiglia. L'età media poi nel mio paese è alta, non è che si ascolti rap all'ordine del giorno. Ma alle elementari un mio compagno di classe ha iniziato ad ascoltare Fabri Fibra, aveva l'iPod con internet e la maglietta con scritto "Io odio Fabri Fibra". In seconda media invece un mio amico di Varese ha iniziato a farmi sentire le prime cose di Gemitaiz, avevo anche io Internet (ride, ndr) e da lì c'è stata una sorta di innamoramento. Per me non esisteva più altro, era attrazione pura. Non ho mai avuto il coraggio di farlo, però, non mi sono mai messa a scrivere e rappare, finché con il Covid, chiusa in casa, ho deciso di provare. Ero molto imparanoiata in quel periodo, ne avevo bisogno. E le mie amiche mi hanno sempre supportato».

Possiamo dire grazie a Gemitaiz?

«Sicuramente è merito suo se sono qui a cantare perché tutti i mixtape li so a memoria, e tutt'ora se li ascolto ancora oggi dopo anni sento che c'è del cuore lì. È un esercizio che faccio anche con i miei lavori: per capire se il mio lavoro merita o meno mi chiedo sempre "Questa cosa la feello?". Poi ho iniziato ad ascoltare anche tanto altro, ma con lui ho un legame affettivo sì. E grazie anche alle mie amiche, che da sotto il palco cantano con me, sono le mie amiche del liceo, troppo carine».

Che legame hai con il tuo paese di origine?

«Il paesino in cui sono nata e cresciuta, dove abitano i miei genitori, è un posto che praticamente non esiste da quanto è piccolo. Ho un legame, sì, ma di angoscia diciamo. Ogni volta che dalla stazione devo prendere l'autobus per salire lì, scendo alla fermata e mi prendo male, mi sale il magone, mi sento ingabbiata. Se hai delle ambizioni anche minime, lì ti senti in gabbia. Con Lugano invece ho un rapporto molto bello».

ele a cover digitale adidaspinterest
Eleonora Sabet
Ele A veste top e sneakers adidas, pantaloni fermas club

Nelle tue canzoni si sente tanto.

«Sì, è il luogo che mi ispira di più, con le persone che ci gravitano attorno e gli amici di sempre, i punti di riferimento, il lago. Io sono cresciuta in quella cosa lì».

Oggi invece vivi a Milano, com'è?

«Mah, io da quando avevo 10 anni che non vedevo l'ora di andarmene via di casa, quel paesino era troppo, quindi sono felicissima di essere andata via. Milano non mi piace, sono abituata ad un altro contesto, ma mi sto dando del tempo per abituarmi».

Giornata tipo di Ele A?

«Mi alzo tardissimo perché la sera prima mi è venuta un'idea e sto tre ore a scriverla di notte pur di non dormire, poi crollo. Mi sveglio tardissimo, prendo il telefono e, ora posso dirlo, non guardo più Instagram. L'ho eliminato, mi faceva stare troppo male, allora apro il lavoro della sera prima per vedere se anche il giorno dopo mi piace (ride, ndr). Inizio la mia giornata in base a quello, quindi o sono a casa o sono in studio. Ma non è facile gestirsi, non è un bene. Allo stesso tempo se avessi cose fisse me la vivrei male».

ele a cover digitale adidaspinterest
Eleonora Sabet
Ele A veste top adidas

Hai mai paura di non riuscire a stare dietro alle aspettative delle case discografiche?

«Se c'è una paura che non ho è quella di rimanere senza idee. Sicuramente è difficile lavorare ad un pezzo che non coincide con il tuo stato d'animo in quel momento, il rischio è sia meno vero di qualcosa scritta e chiusa il giorno stesso. A volte le tempistiche sono un po' strette e bisogna spaccarsi la testa. Ma è un lavoro».

Fra poco sarai alla Milano Music Week in dialogo con Neffa, un mostro sacro del rap italiano Anni '90. Come ti senti?

«Io come ho detto anche a lui, non mi sono interfacciata subito con l'hip hop italiano perché mi mancavano proprio i collegamenti, non potevo conoscerlo. Ho iniziato con Gemitaiz ma poi non sono andata subito indietro, sono passata ad ascoltare artisti internazionali, e quindi gli italiani li ho recuperati tutti dopo. Invece il mio produttore, Disse, è cresciuto con rapper come Neffa. Poi è assurdo perché mi dicono "Si vede un sacco che ti ispiri a Neffa", ma penso sia casuale, visto che le prime canzoni sono più ispirate all'hip hop americano. Forse ci siamo ispirati entrambi a quel mondo lì e sono venute fuori cose simili (ride, ndr). Disse, poi, mi ha messo in mano Guerra e pace di Neffa e mi sono intrippata un sacco, mi ci sono ritrovata tanto. E se lo avessi sentito quando ero più piccola, a 12 o 13 anni, l'avrei ascoltato di brutto perché era quello che stavo cercando, ma che non sapevo come cercare».

Il rap è tornato in hype tra i più giovani, è un genere che è rinato e tu ne sei la dimostrazione.

«Secondo me stiamo vedendo un cambiamento che è frutto di una saturazione di un altro tipo. È sempre così, in ogni ambito. Magari il fatto dell'eccessivo pop pettinato ha portato a una necessità di tornare alla verità, meno filtri. Con noi si torna indietro, che è strano, perché dovremmo essere i più contemporanei di tutti, ma forse non c'è cosa più moderna della musica di quegli anni, che aveva un messaggio forte. Quando il testo è buono, quando è aderente alla realtà, diventa immortale. E quindi eccoci qui a ispirarci a quei versi».

Cosa pensi della Gen Z a cui appartieni? Gli adulti dicono tante cose su di loro.

«È un grande no. Sto vedendo oggi tutti gli effetti collaterali dei social, tanto da averne eliminati la maggior parte. Siamo continuamente in bolla perché dobbiamo sempre dimostrare qualcosa e questo è deleterio. Certo, l'algoritmo ci aiuta a trovare la nostra nicchia di appartenenza, è un modo per trovare la propria identità e legare con persone simili a noi, così come abbiamo sicuramente più forme di espressione rispetto a generazioni passate. Però io ho cancellato i social proprio perché mi sentivo soffocare».

ele a cover digitale adidaspinterest
Eleonora Sabet
Ele A veste top e sneakers adidas

Cosa ti faceva stare male? Lo canti anche in "Record deals": Insta non è la realtà, non voglio fama, voglio l'immortalità.

«Pff, troppa roba, mille stronzate. Non mi piace essere controllata da una cosa che non mi dà nulla, vedo solo cavolate e perdevo tanto tempo. E la cosa più grave è che condizionava tantissimo il mio umore, leggevo i commenti e mi prendevo male. Non voglio che siano i social a determinare il mio stato d'animo».

Ogni generazione ha la sua estetica. Quale importanza dai al look che indossi?

«Il look street è quello che preferisco oggi, ed era un mio modo di esperimermi già quando ero più piccolina. I miei erano stati giovani negli Anni '90, quindi avevano quella cosa dei pantaloni a palazzo. Poi c'è stata una bruttissima fase in cui andavano di moda gli skinny jeans e se ci ripenso mi sento male, che schifo. Sembravamo tutti insaccati, schiacciati in quella roba lì, non so come ho fatto. Brutti, scomodi. Una mia amica l'altro giorno mi ha detto: "È assurdo come tu assomigli di più alla te di quando avevi 8 anni rispetto a quando ne avevi 16". L'adolescenza fa schifo anche per questo, mi vestivo come non mi piaceva, mi sentivo spesso a disagio. Pantaloni orrendi e giacche che mi facevano schifo che indossavo solo perché andavano di moda. Quindi sì, è di sicuro un discorso di sentirsi a proprio agio, che cambia tantissimo, ti da un boost di confidence che è determinante. Mi piace dipingere anche con con i look».

Quali sono le tue icone di stile?

«I rapper degli Anni '90. Biggie, in particolare. Ma anche icone femminili, perché mi piace mettermi magliette corte, vestirmi troppo maschile non mi fa sentire bene. Mi piace mischiare le mie due anime e mostrarle insieme, magari con dei cargo e sopra un top corto, sneakers sempre e comunque».


Ele A sarà ospite insieme a Neffa della Milano Music Week, di cui Cosmopolitan è media partner, del talk "Il gioco delle parole: Neffa in conversazione con Ele A". L'ingresso è gratuito, su prenotazione. Appuntamento quindi, il 23 novembre alle 19.15 in Torneria Tortona.

Il 24 novembre, poi, Ele A sarà ospite di NEW ATTITUDE il format ideato da adidas Originals in collaborazione con Santeria durante la Milano Music Week, quest'anno alla sua settima edizione, dove saliranno sul palco i nuovi talenti del panorama musicale italiano. Focus sulla Gen Z.

- LINE UP DAY 1, LIVE: Ele A, Fluente, Bluem, D’Amore, Centomilacarie, Teseghella
- PARTY BY: MOAB, CC:NN

Potete registrarvi qui.