Cesare Cremonini è libero. Di creare, di cantare, di creare progetti sul territorio. Di vivere e amare. A 41 anni pubblica La ragazza del futuro (Virgin Records/Universal Music Italia) per aggiungere un tassello al suo percorso creativo partito ormai vent’anni fa che lo ha portato oggi, per il suo settimo album in studio, a essere un cantautore adulto che affronta un nuovo futuro fatto di sogni già realizzati e forse anche per questo ancora più pieno di possibilità.

Sorride felice per questo, presentando un disco coerente con il suo percorso di cantautore a cui non interessa stare alle regole della discografia, che non guarda alla moda, a quello che può funzionare, che non usa i social per parlarsi addosso, ma che decide di incidere 14 canzoni ricche di sentimenti, approfondimenti, visioni e momenti intimi. Da “La ragazza del futuro” che dà il titolo all’album ma che è soprattutto la canzone da cui tutto è partito e che ha permesso di creare questo puzzle di emozioni, a “MoonWalk”, intenso brano dedicato a suo padre e agli ultimi momenti della sua vita. Da “Stand Up Comedy”, in cui il suo amore per i Queen si imprime nella composizione della canzone, a “Jeky” in cui invece si sentono i Beatles e l’attenzione è rivolta a tutti quei ragazzi che hanno dimostrato la loro forza in questo periodo difficile.

Sentimenti, emozioni, passioni di un ragazzo adulto che da tre anni sta con Margherita Margaret Maggiore, ma che con lei difende strettamente la privacy, preferendo lasciar parlare di sé i suoi brani. E allora capiamo che è felice in “Chimica” dove esplode la gioia del sesso, riflessivo in “Psycho” il lato oscuro dell’essere umano, la sua ossessività. Che c'è tanta voglia di lasciarsi andare in “La fine del mondo”, e la ricerca del significato dell'emozione più importante in “Chiamala felicità”, il brano forse più bello del disco,, a chiusura di un lavoro curato al dettaglio, che si apre verso l’altro.

Un incontro, un abbraccio, la voglia di parlare a tutti. Dopo il grande successo del suo show sul palco di Sanremo che ha provocato un’impennata nella vendita dei biglietti del tour (in programma 7 stadi più un grande evento all’autodromo di Imola, a giugno), Cesare mostra il suo viaggio nelle riflessioni e nei cambiamenti di questi ultimi tre anni, di cui due vissuti, come tutti, in mezzo a una pandemia che lo ha portato a riflettere sul suo ruolo di artista che con questo disco decide quindi di agire anche in modo concreto, andando oltre la musica.

E così con il disco inizia anche il progetto “Io vorrei” che lo porta, in collaborazione con Giulio Rosk, street artist, a promuovere la ricerca della bellezza come valore, intervenendo con opere murarie sul territorio per la sua riqualificazione. Da Palermo a Ostia, Napoli, murales imponenti, accanto alle scuole. Per portare bellezza (ma anche un aiuto concreto grazie a Banca Intesa), per dichiarare che l’arte è la vera strada per poter ricominciare a immaginare un futuro. In mezzo ai bambini, che lo sono. Lo abbiamo incontrato e gli abbiamo chiesto quale sia la sua felicità, dopo aver ascoltato il suo racconto.

Il disco

«Non ha featuring, ha una sola voce, ma è il frutto di tanta collaborazione. È un nuovo modo di lavorare. Nasce da una riflessione molto profonda sul ruolo dell’artista musicale oggi e in particolar modo su quello che io ho pensato del mio ruolo. Ho 41 anni, sono nel pieno delle mie energie e di desideri artistici, e guardo all’oggi e al mercato del live con entusiasmo. Mi sono posto sfide importanti e ho lavorato con grande desiderio dando l’immagine di me stesso attraverso le canzoni. Ma se è vero che oggi il disco, l’album ha cambiato il suo significato, la reazione mia come artista, persona e professionista è quella di dargli un significato importante. Ho più ricordi da cantante che da non cantante nella vita. Che cos’è oggi un cantante in Italia? Cosa può fare oltre a scrivere sui social?»

Le tracce

«Il disco è composto da tracce molto ingombranti. È un album, non una playlist. È uno spartiacque. Il collante sono i pezzi strumentali. Grezzi ruvidi, fatti attraverso un lavoro in studio con musicisti straordinari. Solitamente io sono chiuso in camera notte e giorno, con la mia ragazza che se ne lamenta. Invece questo album, in un momento in cui eravamo tutti chiusi, mi ha spinto a muovermi. Napoli, Bologna, la Romagna, Reggio Emilia, Londra, Copenaghen, New York, Los Angeles. È un disco aperto verso il mondo. Alla ricerca di sentimenti e musica che parlino il linguaggio del mondo. “La ragazza del futuro” è venuta a salvarmi con la sua femminilità, gioventù, con il suo sguardo verso il futuro. Ho dovuto scegliere a chi parlare, a chi tendere la mano, ho cercato un album visionario che mi trascinasse nel futuro. Quando ho trovato quella canzone ho trovato l’album».

Solo il cognome in copertina

«Sono alla ricerca di una possibilità, voglio fare una musica più cosmica possibile, più aperta possibile. Un tempo ci si firmava con il cognome. L’identità era un concetto legato alla famiglia, a un concetto più largo dell’io. A un certo punto ho scelto di utilizzare il mio cognome per dare un’identità più larga possibile. Quando faccio musica non sono Cesare. Cerco la famiglia, la mia terra, la mia regione. Cremonini è mio padre. La sua attenzione per il lavoro, l’importanza della costruzione di un percorso. Quando leggo Cremonini sento questi valori. Cesare è mia madre. La sua dolcezza. E forse Cesare protegge la mia sensibilità».

Il padre in "Moonwalk"

«Parlare di un padre che sta morendo negli ultimi mesi di vita è difficilissimo, viveva i suoi ultimi mesi… Non è facile. Ma in quella canzone c’è dignità. Vivere l’esperienza di un padre anziano ti insegna tantissimo. Ho visto cos’è la dignità di un essere umano. Il corpo se ne va, ma il dialogo, la parola, l’attenzione di un padre verso il figlio continuano. La canzone parla di quei dialoghi. Parlo di parole davanti alla televisione, magari guardando insieme “La Domenica Sportiva” come facevamo sempre. “Oggi non ho acceso la tv che giorno è” è una sua frase… Ci sono immagini che sicuramente sono importanti, ma non solo per me. Visioni che possono avvicinare ancora di più un disco che deve parlare al maggior numero di persone».

Libertà

«In un momento in cui il mercato discografico segue un nuovo modo di proporre e di fruire la musica, un artista come me è libero, si libera. Non è più schiavo. Ed è una scelta personale artistica e di coerenza. Non è che la discografia e lo dice che sei libero, ti dice che ci sono nuove regole e che sarebbe meglio seguirle. E allora puoi scegliere: di avere paura, di cavalcare le regole con entusiasmo. Oppure di essere libero».

Social

«Siamo chiusi e tutti parlano di se stessi sui social. Nessuno parla, parla solo il protagonista. Io invece ho bisogno di un dialogo su quello che succede nella musica. Non esiste musica senza scena musicale, senza dialogo».

La felicità

«Sono felice quando comunico, quando scambio con gli altri. In questi mesi ho imprigionato tutta la mia gioia per resistere a un momento di grande difficoltà. Siamo tutti antenne, non solo gli artisti, e per un po’ di tempo cercheremo di rimuovere quello che è successo ma un giorno ci tornerà tra le braccia e in quel momento dovremo saperlo cullare. Ho tenuto dentro la gioia, tutta quella che un artista ha verso i suoi sogni e le sue ambizioni. Un tour significa tutto per me, Sanremo lo ha dimostrato, sono salito su quel palco e quando ho visto il pubblico mi sono dimenticato di dov’ero. Sto aspettando questo scambio che finalmente arriverà quest’estate».

Il progetto "Io vorrei"

«I giovani e i giovanissimi hanno dimostrato una grande maturità. Sono andato nella mia scuola di bambino e ho visto i ragazzini all’intervallo stare a gruppi di tre, a metri di distanza. Ne abbiamo sentito tanto parlare tanto sui media, ma ho la sensazione che abbiamo sentito poco la loro voce. Per questo ho sentito di dover mettere al centro i giovani, nel loro territorio. È un progetto nato mentre stavo realizzando il disco, ho dovuto rendere concreta una riflessione. Ho pensato al linguaggio della street art perché non ha confini ed è sempre attuale. Ho chiamato Giulio Rosk, l’ho trovato su Instagram, gli ho scritto. Abbiamo dato vita a un percorso di valorizzazione urbana, in un percorso sociale dal significato simbolico, usando come tele i nostri palazzi. Abbiamo coinvolto scuole e bambini di territori non semplici. Hanno iniziato a parlare del loro futuro e, se non ci fosse stato questo disco, non saremmo mai arrivati da loro. Al progetto simbolico si è aggiunto un aiuto concreto di Banca Intesa. Nei prossimi mesi vedremo molte cose. Ai giovani appartiene il futuro e per averlo bisogna poterlo immmaginare».