Arte, veloce, su strada, che sorprende all’improvviso tra le vie delle città, ferma il passo e accende la meraviglia. Greg Goya, che conta su Instagram più di un milione di follower, con le sue opere sa dare forma alle emozioni. Sogna di far l’artista fin da piccolo e mentre disegna i fumetti sui quaderni di scuola mai avrebbe immaginato che quel sogno lo avrebbe portato a impreziosire numerosi luoghi. Così, mentre Milano è nel vortice creativo della Design Week, lui sale su una gru per una nuova collaborazione, quella con QC Spa of Wonders. A 30 metri d’altezza su un’immagine di un bacio sotto l’acqua che scende dolce, scrive: «All the noise disappears». «L’arte è stata l’ossigeno della mia crescita, mi ha dato un senso», ci racconta poco dopo essere sceso dalla gru che lo ha portato in cima alla città. Così, poi, ci trasporta nel suo mondo, fatto di baci, tanti ricordi e atti di rivoluzionaria bellezza urbana.

Qual è stata, secondo te, la tua prima opera artistica?

«La mia prima opera di street art l’ho realizzata tre anni fa quando ho dipinto un grande cuore per terra scrivendo “Kiss here”. Chiedevo alle persone di fermarsi dentro quel cuore e baciarsi. Volevo creare un momento, rendere immobile l’amore per pochi secondi: il secondo di un bacio, appunto. È stato bellissimo guardare un’idea diventare decine di baci e ho capito che avrei voluto fare questo con la mia arte: creare emozioni».

Qual è l’opera a cui sei più legato?

«Forse, la prima esposta in un museo. Un’enorme puzzle bianco, che i visitatori riempivano scrivendo i loro “pezzi mancanti”. Vedere una mia opera in un museo, dopo tutte quelle dipinte per strada, è stato commovente. Ho lasciato l’università per fare arte di strada ed ero pieno di paure e insicurezze. Vedere la mia arte in quelle stanze mi ha fatto sentire capito».

Per definire la tua arte hai coniato il termine “fast art”, come mai?

«La mia arte è “fast” perché crea un’emozione immediata nello spettatore, lo porta in una dimensione sentimentale. A volte è un po’ sdolcinata, ma credo serva questo alla gente. Romanticizza la vita, ne risveglia la poesia. Davanti alle opere di fast art la gente si ama, si bacia, piange e ride. Per me è questa l’arte, quella fa emozionare: tutto il resto è contorno».

Con quali riferimenti artistici sei cresciuto?

«Ho una mia personale trinità: Banksy, che è l’artista che mi ha fatto innamorare della street art, Andy Warhol, che mi ha insegnato a raccontare la mia arte e Jago, un scultore italiano che è stata scoperto su Facebook e mi ha fatto capire che si poteva entrare nel sistema dell’arte anche dalla porta sul retro, solo con la forza dei social media».

E proprio i social sembrano essere essenziali per la tua fast art, non solo per la condivisione, ma anche per il racconto che ne fai, nella sua realizzazione, ad esempio. Lo hai fatto anche con il progetto con QC Spa of Wonders, raccontando al tuo pubblico di aver lavorato alla tua opera più alta. Com’è nata l’idea?

«Mi hanno chiesto di dipingere sulla facciata di un palazzo, su un enorme pannello. A guardarlo da sotto, sembrava una montagna. Per salire sulla gru che mi ha portato lassù, ho dovuto prendere una specie di patente. È molto esotico avere una “patente di gru”, non trovi?».

“All the noise disappears”, si legge. Di che tipo di rumore parliamo?

«È il rumore della città che corre. Perché quando vivi, non ti fermi mai. Ti svegli, vai a lavoro, esci con i tuoi amici, ti addormenti e poi riparti il questo loop apatico che chiami vita. E finisci per esistere senza mai sentirti vivo. La frase che ho dipinto davanti all’immagine di un bacio racconta di quelle persone e quei luoghi che interrompono quel loop, che mettono il muto ai rumori di sottofondo».

E qual è il tuo luogo, quello in cui riesci a mettere il muto ai rumori?

«Non ho un luogo fisico, ma delle persone: la mia famiglia. Quando sono con loro mi sento al sicuro».

Quando e come hai capito che la tua arte piaceva, arrivava al cuore delle persone?

«Forse è stato la prima volta che ho visto un signore piangere davanti ad una mia opera. Avrà avuto sugli 80 anni. Si è avvicinato ad una panchina sulla quale avevo dipinto la domanda “Potendo scegliere, chi vorresti si sedesse accanto a te?”. Teneva stretta la mano della figlia che gli ha sussurrato “Scrivi il nome della mamma”. Lui ha scritto “Ilda”, e poi si è commosso. Che bel momento».

Porti il pubblico a vivere forme d’arte nella quotidianità ponendolo inaspettatamente a degli interrogativi. Sull’amore, sulla vita, sugli incontri… da cosa trai ispirazione per i messaggi che vuoi inviare?

«Sono tutte storie vere, faccio arte che parla di ciò che vivo e che vivono i miei amici».

E quanto le tue emozioni influenzano la tua arte?

«Ogni opera racconta un’emozione. Provo a farti un esempio: quando ho perso nonno ho dipinto su una cabina telefonica la scritta “Chiama i tuoi nonni, non sono per sempre”. Era il mio modo per buttare fuori la tristezza, per dare una forma al dolore che provavo».

Quali sono le emozioni che ti piace di più esplorare?

«Tutte quelle di cui le persone si vergognano. La tristezza, le insicurezze, le delusioni. I fallimenti e i sogni infranti. Quando riesco a tirar fuori quei sentimenti, capisco di aver creato una vera intimità con il pubblico che partecipa alle opere».

Se volessi mandare ora un messaggio, quale sarebbe?

«Mi piacerebbe che le persone cercassero poesia nella propria vita. Che riuscissero a cancellare il grigio e vivere le proprie emozioni. Che sorridessero in metropolitana e si baciassero sotto la pioggia».