Nostra signora della moda, Miranda Priestly, è tornata. Per restare, com’è sua consuetudine. A vent’anni dalle peripezie de Il diavolo veste Prada, arriva oggi 29 aprile il secondo capitolo ispirato a un'iconica direttrice di fashion magazine, interpretata sempre squisitamente da Meryl Streep. È una certezza, come le feste comandate e la prova costume, e non delude. Peccato che non basti da sola a reggere il confronto con il primo film.
Miranda Priestly è tornata (ma non basta a replicare la magia)
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Il confronto con il primo film è inevitabile
Il paragone è inevitabile (e impietoso) perché, con le aspettative alle stelle e quasi tutti i look mozzafiato già paparazzati da mesi, resta ben poco all’immaginazione. Il pubblico si precipiterà in sala con l’hype alle stelle? Assolutamente sì. Rimarrà assolutamente conquistato? Nì, perché non bastano stile, location e strizzatine d’occhio alle battute del 2006 a ripetere la stessa formula del progetto originale.
Tra cameo, moda e nostalgia: cosa funziona davvero
Proprio perché, appunto, di “originale” resta poco. Un tempo c’era il dietro le quinte della sfilata di Valentino, qui c’è la prima fila della passerella Dolce & Gabbana. Torna il tormentone “Vogue” di Madonna, certo, e si vuole alzare il tiro con il cameo di Lady Gaga. Non mancano le it-girl, né i cameo illustri (grazie, Donatella Versace) e restano onnipresenti le tacchettine di un tempo, oltre alle assistenti posh: la viscontessa di Bridgerton Simone Ashley, Amari, prende il posto della capostipite “Emily” (Emily Blunt).
Nuovi personaggi e vecchie dinamiche (quasi) intatte
I tasselli sembrano tutti al posto giusto: al posto della Fashion Week di Parigi troviamo Milano (con tanto di gita sul Lago di Como), il rebranding di Andy (Anne Hathaway) passa sempre dal guru dell’alta moda Nigel (Stanley Tucci) e non mancano le new entry, da Kenneth Branagh a Lucy Liu.
È sufficiente? Forse, ma non abbastanza.
Una storia più attuale, ma meno incisiva
La storia parte dalla crisi del settore editoriale e il magazine Runway si ritrova, di nuovo, nell’occhio della bufera. In un’epoca in cui i giornalisti veri scrivono biografie dei cani di Paris Hilton, anche la stampa specializzata nel lusso inizia a scricchiolare. L’autorevolezza di Miranda non viene messa in discussione, sia chiaro, ma la nuova generazione avanza e, a causa di uno scandalo, torna a lavorare per la rivista proprio Andy.
«Adoro i glow up», dice, e non possiamo darle torto. Ma non siamo proprio sicure che Il diavolo veste Prada avesse bisogno di una versione 2.0, più attenta al politically correct e quindi prevedibile.
Le battute cult resistono (per fortuna)
Il «ceruleo» di Andy è diventato una sfumatura «tulipano sussurrato» (una delle battute più riuscite del film), intanto continuano le stroncature di Miranda (per fortuna) alle riunioni di redazione. Nessuno si azzarda a proporle più il floreale in primavera, l’avanguardia pura di cui inorridiva nel primo capitolo, ma qualcosa di altrettanto discutibile sì. «Un marsupio? – chiede loro con il solito tono monocorde – Che il mio suicidio sia rapido e indolore».
Un sequel necessario o solo nostalgia ben confezionata?
Il Sacro Graal stavolta non è il manoscritto inedito di Harry Potter (e nemmeno lontanamente ci si avvicina), ma tutto sommato questa storyline sembra il frutto dei nostri tempi. Ci si accontenta di un guilty pleasure, insomma, un po’ come si fa quando si scrollano i balletti di TikTok ideati dai content creator.
«Runway è un’istituzione», sentenzia Emily, e ha ragione. Poteva essere lasciata lì, a troneggiare sull’Olimpo dell’Haute Couture, invece no, è stata rispolverata e modernizzata per catturare l’attenzione di una nuova generazione. Impresa non facile, quando la parte più glamour viene spoilerata e tutto il resto sembra prevedibile. È come un buffet di finger food presentato in maniera sofisticata ed esclusiva, che però poi lascia una fame tale da correre al primo fast food sulla strada verso casa. O come un uovo di Pasqua gourmet senza sorpresa.
E invece di una premiere italiana con il cast del film è arrivata un’anteprima milanese popolata da influencer. Cosa direbbe Miranda? Ecco, la differenza sta tutta lì.















