Alert: Miranda è arrivata a Milano. Preparate il transfer, la tazza di caffè (nel sequel super brandizzata, con Starbucks e tanti altri brand), correte a ritirare le shopper con gli abiti per il fitting e fate l'ultimo ritocco ai modelli. Sì, lo ammetto: ieri sera a Milano, mentre i flash illuminavano l'anteprima, ho sentito un nodo allo stomaco che non provavo da anni.
I social sono stati letteralmente presi d'assalto con gli scatti dal carpet, con talent (troppi, forse extra target alcuni) pronti a posare per la copertina di Runway (che arriva nelle edicole di Milano dal 27 aprile!). Sono vent’anni di vita che mi e ci passano davanti. Per noi millennial, Il Diavolo veste Prada non è mai stato "solo un film sulla moda". È stata la nostra educazione sentimentale al fallimento, all'ambizione, al "ce la posso e devo fare" e a quel maglione azzurro (scusate, ceruleo) che portiamo ancora nel cuore. Il 29 aprile io sinceramente non vedo l'ora di godermi per la prima volta questo film in sala (il primo lo avevo recuperato in televisione). La magia della condivisione per un mondo artificiale che, diciamocelo, non è poi così tanto cambiato in questi 20 anni di bolla (neanche gli attori e le attrici, tra l'altro!).
Il Diavolo veste Prada 2 è più di un film: è un manifesto di 2 o forse già 3 generazioni che addirittura non hanno visto l'originale (sacrilegio!). Forse tutti abbiamo potuto toccare da vicino il mondo della moda ma, lo ammetto, mi fa un certo effetto pensare a questo film in questo ultimo periodo della mia vita. Va bene, lo ammetto. A settembre dello scorso anno, tra le altre cose, mi sono sentito anche io Emily. Immaginatemi nel delirio fashion week, nel backstage del runway di Alberto Zambelli, pronto ad aiutare per i fitting e le uscite dei modelli e le modelle (sì, l'ho fatto!!). Tempi strettissimi, tensione, attesa (tanta, troppa) ma con una magia irresistibile quando l'occhio di bue (la luce che in gergo illumina sul palco) ampia verso l'orizzonte il suo fascio di luce. Come posso non pensare a Emily e la gavetta che ha fatto? Noi vediamo scatti di carpet quotidianamente e (seppur ormai ci abbiamo fatto l'abitudine) restiamo sempre wow quando riceviamo gli scatti. E oggi siamo arrivati qui, quasi al 29 aprile, senza accorgercene. In questi due decenni non solo abbiamo attraversato deserti lavorativi ma abbiamo visto le nostre ambizioni cambiare forma e i nostri "posti fissi" diventare sogni sbiaditi.
Ingenui noi che credevamo che se avessimo corso abbastanza veloce, avremmo ottenuto quel cenno d'approvazione capace di dare un senso a tutto.
- A New York la prima mondiale de Il Diavolo Veste Prada 2 diventa un'elegantissima festa: «Aspettatevi musica, divertimento, serietà e follia»
- Il cameo di Sydney Sweeney ne Il Diavolo veste Prada 2 è stato tagliato? Cosa sappiamo
- La coda alta di Anne Hathaway, un'opera d'arte elegante e versatile
Alt, cosa è accaduto mentre aspettavamo il sequel?
Iscriviti al canale WhatsApp di Cosmopolitan Italia
Cosa è successo in questi vent’anni? Non saprei dirlo in una sola frase, lo ammetto. Tra guerre e intelligenza artificiale potremmo dire che il mondo è diventato più veloce, ma forse meno magico. Quando abbiamo conosciuto Miranda, l’eccellenza era un tempio inaccessibile. Oggi viviamo nell'era del fast fashion, dove chiunque può avere un capo e un pubblico. La nota di merito, forse, è che potremmo uscire di casa anche in pigiama senza avere il timore di essere costantemente giudicati. Da ragazzo millennial quale sono, attendo questo sequel con un super hype, pur facendo una riflessione amara. Siamo la generazione cresciuta con l’idea del sacrificio come unica via per la gloria. Abbiamo passato anni a cercare di essere Andy, a cercare di compiacere capi che non ci vedevano, per poi svegliarci in un mondo dove le riviste chiudono e la moda è diventata un contenuto da consumare in tre secondi. Forse, voglio pensare, siamo stati solo gli ultimi romantici di un sistema che stava già crollando.
Spoiler: tutti siamo Miranda
Sì, avete letto bene. Miranda non è mai stata un cattivo cinematografico ma al contrario è stata il nostro primo, vero specchio. C’è chi il film originale lo rivede come me ogni volta che si sente perso, quasi a voler ritrovare la bussola in quel "È tutto" che metteva fine a ogni discussione. E poi abbiamo la Gen Z che, molto probabilmente, sarà incredula (o forse abituata), davanti a una donna che non chiede scusa per la sua intelligenza. L’hype dell'anteprima milanese sui social ci ha dimostrato che non siamo stanchi di Miranda, ma della mediocrità. Vogliamo rivedere Andy e chiederle se alla fine è felice, vogliamo vedere se Emily ha smesso di contare i cubetti di formaggio, vedere il futuro di Runway (ok, siamo di parte) ma soprattutto vogliamo vedere come Miranda sopravvive in un'epoca che non sa più cos'è il silenzio e parla solo attraverso i social (chissà se Miranda si è evoluta, sono super curioso!). Il 29 aprile so già che saremo lì con gli occhi lucidi di chi è consapevole che non si può tornare indietro, ma al tempo stesso per un paio d'ore (fortunatamente) potrà ancora sognare. E mentre i titoli di coda scorreranno, forse capirò finalmente se quel ragazzo di vent'anni fa è ancora lì, da qualche parte, a cercare il suo posto nel mondo con la stessa, instancabile ambizione.











