Ultimamente, anche per via di questa rubrica, parlo spesso di matrimonio con le persone che incontro. È così che mi sono accorta dell’ansia del «per sempre». Felici e contenti, finché morte non vi separi, se qualcuno ha qualcosa da dire parli adesso. Dopo esserci abituati con fatica alla felicità qui e ora, prima che scada il contratto e scoppi una nuova guerra, ci chiediamo dove sia la fregatura. Vogliono sapere se siamo pronti ad amarci per l’eternità e noi andiamo in iperventilazione. Così ci distraiamo con l’organizzazione della festa e contempliamo solo furtivamente, di sfuggita come una luce troppo forte, la possibilità meravigliosa e terrorizzante che – come ha detto lo sposo a uno degli ultimi matrimoni a cui sono stata, citando una canzone di Guccini – «l’oggi restasse oggi senza domani o domani potesse tendere all’infinito». Ma che succede quando è proprio il per sempre a essere messo a rischio? Non dall’imprevedibilità della vita o dall’impeto dei nostri maremoti interiori, ma dal sistema, che trasforma certe forme d’amore in concessioni. Forse finisce che allora quel per sempre lo si vuole guardare in faccia, ce lo si prova a ritagliare con più forza, più dedizione e a propria misura, valicando confini per poi custodirlo nel posto in cui si tengono le cose preziose. È a questo che ho pensato quando Elsa, 34 anni, e Sylvia, 41 anni, mi hanno raccontato la loro storia.

Elsa

Sono una persona molto razionale, ma un giorno mi sono svegliata e ho pensato di comprare un anello di fidanzamento per Sylvia. Convivevamo, ma non avevo ancora una stabilità lavorativa, in più non avevo mai pensato davvero al matrimonio in rapporto alle relazioni omosessuali. Con lei, però, per la prima volta avevo trovato una certezza così forte da farmi pensare che, proprio perché era un’unione omosessuale, dovevamo sposarci. «Vuoi stare con me tutta la vita?»: era una dichiarazione di intenti che assumeva anche valore politico.

L’idea di sposarsi negli Stati Uniti è arrivata per scherzo, ma abbiamo capito che poteva funzionare. Avevamo in programma un viaggio a New York e siamo finite sul portale online per le nozze in comune (con tanto di logo con Cupido che scaglia le frecce). Ti fanno compilare dei moduli, fornire alcune informazioni personali e fissare l’appuntamento per ritirare la licenza. Dopo 24 ore si può tenere la cerimonia e poi, firmato il certificato di matrimonio, devi andare alla Corte Suprema locale a farti convalidare alcuni documenti da spedire al consolato italiano per il riconoscimento. Sembra surreale, ma la procedura è davvero semplice. La cosa bella è che il nostro matrimonio vale quanto quello di un cittadino americano, anche se in Italia dovessero cancellare le unioni civili.

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Courtesy delle intervistate

Fuori dal municipio abbiamo mandato un po’ di foto a parenti e amici in Italia: solo i più stretti sapevano cosa stavamo facendo. Per la prima volta ho pubblicato un post sui social ed è stato liberatorio. Spesso fatico a raccontare il mio privato, a dire che ho una compagna, ma dopo il matrimonio mi sento più legittimata. Quel giorno siamo andate a mangiare in un ristorante indiano e poi abbiamo fatto un giro in battello fino alla Statua della Libertà. Mi è sembrato un bel simbolo: dopo tutte le volte in cui non mi sono sentita libera, quel giorno è stato come se ci dicessero: «va bene così, il vostro amore va bene così».

Sylvia

Ci sono voluti anni. Sentivamo sempre più la necessità di ottenere dei diritti e ricordo di essermi resa conto, durante il Covid che, senza un riconoscimento sulla carta, il legame della nostra coppia sarebbe stato sempre a discrezione di chi ci saremmo trovate davanti, in un ospedale o in un ufficio. Eppure l’idea dell’unione civile non mi convinceva: volevo che fosse un gesto “normale”, ma nel nostro comune saremmo state l’eccezione, la rarità. Una grande festa non faceva per me: non amo le attenzioni e mi sarei creata un sacco di ansie per far star bene tutti distraendomi dal valore più profondo di ciò che stavamo celebrando. E poi c’era della paura: sentivamo che il clima politico stava cambiando e, dopo il caso dell’annullamento degli atti di nascita dei figli di coppie omosessuali a Padova, temevamo lo stesso per le unioni civili. Volevamo mettere il nostro amore al sicuro, in un luogo dove davvero non potesse essere toccato.

La mattina della cerimonia ci siamo presentate al Municipio di Manhattan con gli amici che ci ospitavano a NY come testimoni. C’erano spose con l’abito bianco che passavano i controlli col metal detector, un negozio di gadget “Just married” e un cartonato della facciata del municipio per farsi le foto. La società americana ha molti eccessi e contraddizioni, ma nello stato di New York c’è il matrimonio egualitario e ci siamo sentite accolte, una coppia normale come tante altre! Firmate le carte pensavamo di aver finito e ci siamo scambiate gli anelli su un divanetto. Invece, a sorpresa, dallo sportello hanno richiamato il nostro numero e c’è stata una piccola cerimonia, un momento più solenne e meno “burocratico”. La celebrante ci ha detto «guardatevi negli occhi, pensate solo a voi, questo è il vostro momento». Non pensavo mi sarei commossa così.

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Courtesy delle intervistate

Se potessi lo rifarei domani. Conservo con grande gioia questo ricordo e avrei voluto conoscere prima questa possibilità. Ti dicono che è il giorno più bello della tua vita e per me lo è stato, perché siamo riuscite a renderlo nostro. Serve coraggio per uscire dai cliché, ma ci sono tanti modi per sposarsi, il nostro evidentemente non lo riuscivamo a trovare, non perché non fossimo convinte, ma perché mancava una formula che ci rispecchiasse. Per qualcuno può essere una spiaggia in Thailandia o il bar sotto casa… Forse tra tanti anni faremo una festa, intanto per l’anniversario ci siamo regalate un viaggio in Norvegia.