Le biografie sono per definizione cose pettegole, e quindi bellissime. «Chi è amato dai genitori è un conquistador»: l’ho letto ieri sera verso le undici, pescato dalla biografia di Philip Roth pubblicata per Einaudi, primissimo capitolo. È uscita da poco, è un tomo lungo dieci anni di ricerca, Roth scelse Blake Bailey, chiedendogli non opere di bene (riabilitarlo) ma solo di renderlo interessante.
Si comincia dal Philip bambino. Non te lo aspetti così. Ovvero: voluto bene sotto un tetto sereno. «Chi è amato dai genitori è un conquistador», sintetico ed efficace, lo racconta proprio lui, il grande vecchio. E quasi ti verrebbe da fermarti lì e non sapere altro. Le prime pagine sono quelle che davvero interessano delle biografie, è dove si va a grufolare con più lena. Perché pensiamo sia il timbro, la genesi, il germe dell’adulto è sotto quel microscopio che si vede. O si dovrebbe vedere.
L’equazione è a prova di scemo: tutta la psicologia dice la stessa cosa, no? L’infanzia felice genera adulti allegri e risolti. Infanzia travagliata: sono gran cazzi tuoi.
Pare non ci piova. Invece ci piove, e parecchio pure. Pensavo. Ultimamente, parlo di quando è stata inventata l’infanzia felice, ovvero il secolo scorso, abbiamo semplificato forse con troppa disinvoltura.
Hai un guaio ricorrente che t’affligge? Sei un adulto che ce la fa a stento? Non ti piglia nessuno? La colpa sarebbe sempre loro, dei genitori, che a quanto pare ti avrebbero annaffiato troppo l’ego da piccolo, oppure trascurato in favore di fratello. Torniamo sempre lì: madri e padri troppo assenti o asfissianti o troppo o poco attenti. Tutti i genitori si somigliano, ogni genitore è incapace a modo suo.
Il contentino che veniva dato ai disgraziati figli di genitori inattrezzati era questo: avere qualcuno che t’esasperi la sensibilità da subito può portare discreti frutti. Superiorità accreditata in materie scolastiche o extrascolastiche. Carriera. Altro sotto forma di eccellenza. Ricordati che devi soffrire. È il dazio che chiede la vita per concederti un angolo di gloria.
Quindi ogni storia dell’arte comincia così? C’era una volta e c’è sempre un bambino triste? Pare di sì. Questa è sempre stata una verità universalmente riconosciuta.
«Qualcosa però finisce in corto circuito, se ammettiamo che un’infanzia felice può generare un Philip Roth e un’infanzia disperata genera Marina Abramovic. Breve sintesi dell’altra storia, tagliando con l’accetta». (da Attraversare i Muri, M. Abramovic, Bompiani).
I guai cominciano presto, all’anagrafe. Il padre la chiamò Marina in ricordo della ragazza di cui s’era innamorato. Non la moglie, un’altra. Marina era bellissima, l’aveva conosciuta in trincea. La signora Abramovic non gradì la commemorazione, col prevedibile risultato che le venne invisa la sua stessa bambina. L’alta tensione matrimoniale finisce su quello che è più vicino: i figli sono una bella qualità di gomma. Docili, minuscoli, disponibili a far finta di scordarsi tutto. L’amore vuole bersagli complicati, l’odio preferisce quelli facili. Marina cresce poco e a stento, si vendica anche lei come può: non mangia più.
Gli Abramovic si vorrebbero morti ma decidono di passarci sopra. Racconta Marina che in uno dei rari giorni di pace, la madre chiese dolcemente al marito “Vuoi la minestra?”. Lo sventurato rispose (sì), lei arrivò alle sue spalle rovesciandogli la pentola bollente in testa. E insomma questo era l'humus domestico, come lo chiamerebbero i giudici.
A Marina viene un disturbo psicosomatico: inizia a sanguinare, all’inizio solo dai denti, senza motivi. Ma non era una malattia, era autodifesa. Cominciò, dice lei, il migliore periodo della sua vita: un anno in ospedale. Pareva una vacanza.
Roth e Abramovic. Mi ripassavo nella testa questo pensiero.
Che dalle infanzie infelici vengono persone infelici o magari no, piene di paura, grandi artisti, umani apprezzabili o disprezzabili. E dalle infanzie felici vengono persone infelici o magari no, piene di paura, grandi artisti, umani apprezzabili o disprezzabili. Non è bello quando va tutto grandemente a caso? E se la vita fosse molto più potente dei genitori? E se davvero la migliore coppia del mondo fosse ininfluente sul futuro degli eredi?
Che liberazione: per tutti, figli dolenti e genitori incapaci ammazzati dai sensi di colpa. Per non parlare di come si sentirebbe meglio chi è cresciuto in famiglie scarrupate. Non fa niente, non conta niente: sei uguale a quell’altro amato e lisciato, avrete le stesse possibilità. L’unica schwa che mi piacerebbe è quella per far diventare identici i figli di ogni famiglia: riprendete ogni speranza, o voi che avete sofferto da piccini.











