«Hiding the tears in my eyes, cause boys don’t cry», cantavano i The Cure nel 1979, incolpando un codice culturale profondamente radicato che ancora oggi limita la libertà emotiva maschile. Il progetto della fotografa Xanthe Hutchinson prende in prestito quel titolo simbolico e ne amplifica a sua volta il significato: “Boys Don’t Cry” diventa una riflessione sul genere, sulla vulnerabilità e sulla trasformazione del corpo. Esistono ancora “cose da maschi” e “cose da femmine”? E che cosa accade quando il corpo stesso, nel suo mutare, attraversa e sovverte entrambe le categorie?
Il progetto si muove tra i confini dell’adolescenza e del corpo transgender. E mentre la nostra comprensione collettiva del genere continua a mutare, il corpo trans si erge come simbolo e contraddizione allo stesso tempo, incarnando il cambiamento pur resistendo alla categorizzazione. «La serie ruota attorno a mio figlio trans oggi diciottenne», spiega la fotografa, «queste immagini, scattate nell’arco di cinque anni, parlano tanto della sua evoluzione e del suo senso di sé quanto del mio personale processo di confronto – una meditazione sull’assenza di appartenenza, sull’identità e sul potere mutevole dello sguardo. Alla fine, l’opera invita chi guarda a interrogare il proprio modo di vedere – a riconoscere che lo sguardo non è mai neutro».















