I vent'anni sono l'età dei desideri. Non dei desideri nella loro forma tangibile, concreti e incanalati in obiettivi e scadenze (la carriera, i figli, lo stipendio, una casa con due bagni, un viaggio, un matrimonio: quelli arrivano tutti verso i trent'anni), ma l'età dei desideri come impulsi, vaghi, impellenti e impossibili da decifrare, o anche semplicemente sbagliati. Si desidera e basta, senza sapere cosa si vuole, come slancio oltre i confini di una direzione conosciuta. Il più delle volte ci si guarda indietro e si pensa che andavamo a tentoni, senza mappa né punti fissi.
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È successo anche a Lena Dunham che, dopo aver raccontato i desideri caotici delle quattro amiche protagoniste di Girls, sta tornando con una nuova serie Netflix, Too Much, che in parte riprende da dove ci aveva lasciate, come a fare il punto tra lei, noi e gli anni che sono passati. Lei che nel frattempo è cresciuta, ha superato il continuo scrutinio sul suo peso e alcune uscite poco felici di cui si è scusata sui media, ha subito un'isterectomia all'età di 31 anni per via dell'endometriosi, si è allontanata dai riflettori e ha trovato la sua «anima gemella», suo marito, il musicista Luis Felber (e Too Much si ispira in parte alla loro storia d'amore). Parlando con la Bbc, l'attrice e sceneggiatrice trentanovenne ha detto che, se pensa ai suoi vent'anni, avrebbe voluto permettersi di capire cosa voleva veramente. «Se mi fossi lasciata andare ai miei desideri», ha ammesso quando le è stato chiesto un consiglio alle ragazze più giovani, «i miei vent'anni sarebbero stati molto diversi dal punto di vista romantico».
Avere vent'anni e non sapere cosa si vuole
Se diventare donne è un conto aperto con il proprio desiderio, in Girls questo emergeva chiaramente. Forse è uno dei motivi per cui la serie ha segnato un'intera generazione e Dunham stessa. «Prima di Girls», ha scritto nel 2016 dicendo addio allo show, «non avevo alcuna identità, nessun amor proprio e un'urgente sensazione di desiderio creativo inespresso che mi teneva sveglia e sudata la notte nei letti altrui, chiedendomi perché una vaga affermazione sessuale non bastasse a farmi sentire umana». Lo stesso vale per Hannah, protagonista ventiquattrenne della serie, che vuole diventare una scrittrice famosa mentre i genitori le tagliano i fondi, che esegue le fantasie sessuali di Adam e intanto scopre cosa le piace, che va da lui e gli dice che lo vuole ma nel cliché non ci si vede, «Non voglio un fidanzato. Voglio solo qualcuno che voglia uscire sempre e fare sesso solo con me». La sua è una continua negoziazione, abita il punto di rottura tra quello che desidera e quello che pensa di dover desiderare.
«Dobbiamo tutti riconoscere le nostre complessità e sensibilità, ma è difficile capirlo quando hai vent'anni», ha commentato Dunham parlando con l'Independent e dicendo che avrebbe voluto concedersi «più tempo e spazio» per smettere di essere forte e lavorare sempre e «lasciare entrare il rumore».
Imparare a desiderare
Nessuno ci insegna a seguire il filo del desiderio per capire dove porta e nemmeno a distinguerlo dalla matassa delle aspettative: come donne siamo spinte a negarlo. Confondiamo il desiderio con la voglia di compiacere, e non solo nel sesso. Lo mescoliamo al voler essere volute, lo ripieghiamo mettendolo a servizio di qualcun altro sfumandone i confini. Oppure speriamo che segua un andamento lineare anche se non accade mai, ci raccontiamo che i nostri desideri combaciano perfettamente con il modello richiesto, di ragazza audace solo nell'assecondare, piacevole allo sguardo esterno ma diversa dalle altre, meritevole di essere scelta ma non di scegliere. O ancora, come scrive Deborah Levy in Cose che non voglio sapere, finiamo per scoprirci in fuga «dalle bugie nascoste nel linguaggio della politica, dai miti sul nostro carattere e sul nostro scopo nella vita». Probabilmente «anche dai nostri desideri» («Come siamo brave a ridere di noi stesse, dei nostri desideri» scrive, «Ci prendiamo in giro, prima che possa farlo qualcun altro. Siamo programmate per uccidere, uccidere noi stesse. È meglio non pensarci»)
Too Much
Nella nuova serie di Dunham la protagonista Jessica (Megan Stalter) si sente ripetere due parole che la sceneggiatrice conosce bene e che compongono il titolo. «Too much», troppo: esondante rispetto allo spazio che ti è concesso. «Succede alle donne», spiega Dunham, «Riguarda il tuo appetito per il cibo, il tuo appetito per la vita, quello che vuoi, i tuoi bisogni, i tuoi desideri, e si presenta in molte forme, che ti venga detto che sei "eccessiva", "caotica", " troppo bisognosa" o semplicemente "too much"». «L'ironia è che dire a qualcuno che è "troppo" è un modo davvero facile per sminuirlo», aggiunge. Desiderare, invece, protegge.












