I trend del lavoro del 2023, nati, come una fenice, dalle ceneri delle abitudini e dei desideri che la pandemia ci ha aiutati a decifrare, raccontano la diffusione di stili di vita professionali più orientati alla ricerca del benessere mentale che non all'incremento di stipendio o all'avanzamento di carriera. Fenomeni come il Quiet Qutting stanno sì prendendo piede, soprattutto tra le nuove generazioni, ma sono anche segnale che qualcosa, nel modo in cui abbiamo sempre affrontato le questioni lavorative, non funziona: sono dinamiche ormai internalizzate, di cui è molto difficile liberarsi. Uno studio della Virginia Tech University pubblicato su El Pais rende bene la misura di questo gap, in cui il divario tra come si vorrebbe lavorare e come, invece, si gestiscono task e giornate in ufficio nella vita vera appaia ancora incolmabile. Lo studio ha analizzato il fenomeno della e-anxiety, ovvero l'ansia da email anche mentre si è tecnicamente fuori dall'orario di lavoro, o, peggio, in ferie.

Si tratta della tensione, scatenata dall'ansia, ad avere sotto controllo tutto ciò che riguarda le questioni professionali, che spinge molti professionisti ad abbandonare il proposito di lasciare lo smartphone aziendale a casa e a portarsi il lavoro in vacanza. Un'abitudine deleteria, che non a caso ha fatto deflagrare le workation, ovvero la dislocazione delle scrivanie in luoghi esotici, trend molto caro nei periodi subito successivi allo scoppio del covid. Se si è in vacanza, si fa solo quello, ovvero nulla che abbia a che fare col lavoro, dicono gli esperti. E se si risponde alla mail del capo arrivata nella casella alle tre del mattino, allora non è solo il boss ad avere un problema, aggiungono i ricercatori. Lo studio, condotto su 400 persone operative in diversi settori, ha individuato un uso eccessivo dello strumento posta elettronica, con uno sfruttamento esagerato nelle ore post-lavorative o nei giorni in cui non si è reperibili.

Secondo il dottor William Becker, che ha condotto lo studio, è quasi sempre una cattiva gestione ai vertici a generare, a ondata, questo flusso di lavoro incontrollato: se il manager, che a sua volta può patire la e-anxiety, si aspetta che una sua risorsa risponda immediatamente alle sue richieste, può crearsi un circolo vizioso per cui il lavoratore si sente in dovere di reagire, senza tempi d'attesa (anche quelli umani, anche oltre l'orario stabilito dal contratto), a quello stimolo. Ed è di questo moto perpetuo fatto di cattive abitudini, ansia e mania del controllo che la e-anxiety, male del nostro tempo, si alimenta.

Come guarire dalla e-anxiety

Uno dei primi consigli degli esperti è imparare a distinguere tra urgente e importante, gerarchizzando le azioni in risposta a uno stimolo che arriva dall'alto, ad esempio da un capo molto esigente. Creare una scaletta di priorità, integrando micro e macro task della giornata in ordine di urgenza e importanza, aiuterà a distinguere tra tutte quelle attività che devono essere evase con una certa premura e quelle che, invece, nonostante la percezione dell'urgenza, possono aspettare. Ciò che sentiamo (ad esempio l'impellenza nel dover rispondere ad una mail anche fuori orario, perché ci sembra di essere in difetto nel non farlo) è molto diverso da come le cose sono davvero: imparare a fare differenza tra questi due piani non solo è funzionale per lavorare meglio, ma a volte può anche essere utile a evitare burnout e attacchi di ansia legati al lavoro.

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Scrivo di Costume, Tv, Attualità, Royals su Gente e Cosmopolitan.
Sono a Torino da 16 anni, ma l'accento calabrese è per sempre.