Per vent'anni le serie tv ci hanno raccontato che il problema più grande dei ventenni fosse trovare l'amore. Not Suitable for Work ribalta completamente questo schema.
Un gruppo di amici, due appartamenti nello stesso condominio e New York a dominare sullo sfondo: l’abbiamo già sentito questo incipit per una serie? Sì (e anche più di una volta). Ma Not suitable for work, serie Hulu da nove episodi disponibile su Disney+, è qualcosa di completamente nuovo. E forse questo era proprio l’obiettivo.
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Quando alla base di un prodotto c’è Mindy Kaling (The Office, The Mindy Project, Never have I ever), possiamo stare sereni: con Not suitable for work, la creatrice ribadisce ancora una volta la sua capacità di racconto nelle commedie corali, specialmente quando si tratta di mettere i giovani al centro della scena.
Di cosa parla la serie?
Composta (per ora) da una sola stagione di nove episodi, Not suitable for work racconta la vita e l’ingresso nel mondo del lavoro di Abby (Avantika Vandanapu) assistente di una fredda celebrity stylist (Constance Wu), AJ (Ella Hunt) e Davis (Will Angus), stagisti assunti come financial analyst nella stessa azienda, Josh (Jack Martin) aspirante giornalista ma al momento assistente in un famoso programma televisivo e figlio di papà, nonché del capo del network (Greg Germann), e Kel (Nicholas Duvernay), aspirante attore che lascia medicina perché si rende conto che non può svenire ogni volta che al tirocinio vede un cadavere sul lettino.
Li iniziamo a conoscere nel vivo dell’ambiente in cui si muovono, mentre già sgomitano per trovare un proprio spazio, portando avanti ambizioni che, capiamo subito, saranno le vere protagoniste della storia.
L’amore sì, ma prima la carriera
Siamo abituati (perché questa è da sempre la prassi) che in questi prodotti il perno centrale siano le relazioni e l’amore: basti pensare a quante volte ancora ci chiediamo se Ross e Rachel fossero davvero in pausa o se il finale di How I met your mother è da dimenticare o celebrare. Qui però, nonostante le premesse apparenti di una Friends 2.0 ci siano e siano tutte comodissime, troviamo altro al centro dei percorsi di questi ragazzi, e di conseguenza anche della serie.
Non mancano certo innamoramenti rischiosi, relazioni discutibili e tormenti sentimentali, ma tutto ciò che accade è sempre posto in relazione alla strada che si stanno costruendo i ragazzi, principalmente in ambito professionale. Perché il vero problema è la precarietà, di cui tutti, anche nella realtà, siamo testimoni ogni giorno.
E nella serie possiamo analizzare tutti gli scenari possibili: AJ e Davis, in cravatta e completo gessato, che lavorano in un settore stabile ma escono dall’ufficio alle 21:30 perché il loro capo workaholic non crede nel riposo, solo nella soddisfazione degli obiettivi raggiunti. Abby e Kel, rappresentanti del maltrattato settore creativo, che spesso garantisce solo porte in faccia a chi prova a lavorarci. Ma loro non possono spegnere quel fuoco dentro, e anche se potessero non lo farebbero. Infine Josh, il portabandiera del privilegio: un cognome importante, che non ha paura di indossare, ma che allo stesso tempo lo taglia fuori dal crudo mondo reale, almeno fino a quando a essere tagliati non sono i fondi del padre per lui, e allora dovrà davvero scoprire quanto guadagna come assistente in TV e se quella retribuzione basterà a una persona per vivere (spoiler, no, men che meno a uno che fino a quel momento aveva un massaggio a settimana al centro benessere di fiducia fissato sul Calendar).
Mentre guardiamo, ci scopriamo più appassionati ai loro sogni che ai loro amori. Vogliamo veramente scoprire se Abby riuscirà a diventare stylist, se Kel mollerà il suo part time come insegnante e avrà la sua occasione per emergere come attore, se Josh capirà che è bravo nel suo lavoro e che aveva idealizzato suo padre, e se AJ e Davis entreranno nelle grazie del loro capo Bill.
Questo perché nel mondo di oggi l’incognita più grande non è: “troverò l’amore?” ma: “riuscirò a costruirmi il futuro dei miei sogni, nonostante il mondo in cui mi trovo?”
Tante guest star, qualche cameo e uno script sul pezzo
Molti sono i volti che ci sorprendono in questa prima stagione: prima su tutti Gigi Hadid, che recita (sì) la parte della fidanzata di Bill, stufa dell’assenza di lui causa lavoro. Abbiamo poi Victor Garber, i già citati Constance Wu e Greg Germann e Laura Bell Bundy, il cui nome forse non dice nulla ai più, ma sappiate che è stata la leggendaria Elle Woods di Broadway in Legally Blonde - The Musical.
Nella parte di loro stesse, troviamo con piacere Hannah Berner e Paige DeSorbo, conosciute anche come Hannah e Paige di Giggly Squad, il loro famoso quanto irriverente podcast senza fronzoli, sulle cui clip social, se avete il mio stesso feed di Tik Tok, vi sarete sicuramente soffermati almeno una volta (e se vi hanno intrigato quanto hanno fatto con me, ora siete anche fan del podcast).
Abbiamo anche un evocato BJ Novak (The Office, Bastardi senza gloria, Il Diavolo veste Prada 2) compagno di lavoro e grande amico di Kaling, che viene tirato in mezzo tramite una divertente battuta. Il classico dispetto affettuoso che, se noi potremmo al massimo fare in chat su Whatsapp, Kaling decide di invece integrarlo allo script della sua ultima serie. Sicuramente lui, vedendo la scena, avrà riso, ma non vi spoilero il divertimento di trovarla.
Anche la sceneggiatura si scopre con piacere attraverso le battute dei personaggi, che ci mostrano di appartenere alla nostra realtà.
Tolta una battuta su un crociato rotto, che - anche se sarebbe meraviglioso - non penso sia riferita al nostro stereotipo di red flag che sa fare la carbonara migliore al mondo, troviamo diversi riferimenti a temi che permeano nella nostra società: l’emotività maschile spesso nascosta, a cui è dedicata un’intera puntata, il burnout, che non è solo per i millennial a quanto pare, la massiccia presenza della cultura pop che esce dai nostri feed e diventa riferimento quotidiano (il vestito della studentessa di Kel ispirato a una delle Jenner e la citazione della pagina Deuxmoi sono giusto due esempi).
Infine, la New York di Not suitable for work è la New York vera. Sì, le panoramiche sui grattacieli per i cambi scena ci fanno e ci faranno sempre sognare, ma la spazzatura sui marciapiedi non manca, i personaggi più o meno eccentrici in metro neanche. E tutta questa voglia di reale ci permette di chiudere un occhio, se non sappiamo come cinque ragazzi alle prime armi nel mondo del lavoro possano permettersi due appartamenti spaziosi e moderni a Manhattan (almeno in Friends sapevamo dell’illegalità dell’affitto di Rachel e Monica), o quando i junior AJ e Davis, con una sfrontatezza poco verosimile, si confrontano (e si scontrano) sul lavoro con il loro, tecnicamente spigoloso, capo Bill.
Not suitable for work arriva forse per sfatare il mito che i giovani non hanno voglia di lavorare, forse per garantire semplicemente una nuova serie comfort. In ogni caso è bella, e a giudicare dal finale di stagione, sembra esserci tutta la volontà di scriverne una seconda. Speriamo di non sbagliarci.











