Chiudete gli occhi per un istante e provate a rintracciare nella memoria la sensazione di un'estate di provincia senza smartphone, dove tutto sembra essersi fermato. Quella luce calda che filtra tra gli alberi e il rumore in sottofondo dell'acqua che si infrange piano contro un molo di legno. È un'atmosfera che riporta subito a Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino. Un mondo in cui la Gen Z inizia a scoprire il proprio corpo e il percorso di vita, scandagliato da desideri improvvisi e scoperte che cambiano la pelle. È esattamente questo il percorso da seguire per scoprire l'universo visivo e umano di Andrea Negroni (che si sta preparando alle riprese del secondo corto sempre a tema LGBT dal titolo Romance). Cremonese, classe 1995, Negroni è un trentunenne che porta dentro di sé un bagaglio di esperienze e studi non comune. Dopo la laurea in Lettere moderne, il suo percorso creativo si è nutrito dei linguaggi della fotografia e del cinema, trovando una bussola fondamentale durante un anno intero dedicato alla ricerca sociale e antropologica sul campo, condotta tra i vicoli e le storie dei quartieri popolari di Palermo. È stato proprio l'impatto con quella realtà viva e priva di filtri ad aver forgiato in lui uno sguardo visivo capace di cercare la bellezza sobria e sensibile del quotidiano senza mai cadere nella retorica.

man looking out window with reflection in glass, black and white.pinterest
Courtesy of Andrea Negroni

Tutti questi tasselli convergono nel suo debutto da regista, sceneggiatore e produttore: Matèl, un cortometraggio di soli 17 minuti il cui titolo riprende la parola che nel dialetto camuno significa, semplicemente, "ragazzo". Un'opera prima nata sulle sponde silenziose del Lago Moro, un piccolo specchio d'acqua alpino incastonato tra i comuni di Darfo Boario Terme e Angolo Terme, capace di viaggiare ben oltre la provincia fino a conquistare la selezione ufficiale del prestigioso BFI London Film Festival nella sezione LGBTQIA+ del British Film Institute. Al di là delle vetrine internazionali, Matèl è prima di tutto un viaggio emotivo che prende per mano il lettore e lo spettatore, portandoli dentro il cuore pulsante dell'esperienza umana. 



La delicatezza dei gesti e l'imprevedibilità di un incontro

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Accompagnati da un bianco e nero che scandisce ogni secondo del corto, cominciamo da subito a scoprire la vita di Fabio, ventenne della Gen Z interpretato con una spaventosa verità da Jacopo Casalino. Fabio vive la calma piatta della provincia lavorando al molo del noleggio pedalò. La sua non è un'estate di feste sfrenate, ma una stagione solitaria e silenziosa lontano dalla sua Bologna, con una presenza costante e protettiva verso la madre, interpretata da Aglaia Mora. La donna, rimasta sola, sta cercando faticosamente di rimettere insieme i pezzi della propria esistenza, schiacciata dall'ombra velata di una depressione che si intuisce fin dal primo frame. Tra madre e figlio c'è un amore silenzioso: Fabio se ne prende cura pettinandole i capelli e standole vicino senza fare domande. Sullo sfondo appaiono le fotografie di famiglia che ritraggono il ragazzo bambino accanto al padre, a testimoniare un'assenza che pesa nell'aria di casa. In questo equilibrio domestico così fragile, il tempo torna a scorrere all'improvviso per un banale imprevisto al molo. Un gruppo di tre coetanei tarda a riconsegnare un pedalò a noleggio. Fabio li affronta per reclamare la barca, ma preso dalla discussione perde l'equilibrio e si procura una ferita alla fronte. È in quel momento preciso che si compie la magia più intima del corto. Uno dei ragazzi non scappa, non ride, ma si china su di lui con inaspettata premura e comincia a medicargli il taglio. In quel gesto d'attenzione, lo spazio tra i due si annulla. Si azzerano le distanze e sboccia l'intimità travolgente di un primo bacio con un coetaneo. È una scena di una purezza disarmante.

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Courtesy of Andrea Negroni
Matèl

In un'estate vissuta lontano dagli schermi degli smartphone e tutto ciò che ne consegue (se non per un breve riferimento parlato alla ricerca del profilo di una ragazza da invitare) il contatto pelle a pelle torna a essere il centro del mondo. Qui la Gen Z torna ad essere raccontata come rispettosa, anche nel linguaggio. Nella conversazione tra amici non c'è nessun riferimento spinto, nessuna parolaccia. Una certezza (come la torta di mele sul tavolo presente fin dal primo frame) sullo spaccato di ciò che noi giovani possiamo ancora essere.

two shirtless men sitting on tree branches by a river.pinterest
Courtesy of Andrea Negroni

Matèl, la rivoluzione silenziosa dell'accettazione

Fabio torna a casa, ma il suo sguardo non è più lo stesso. La sua memoria torna continuamente a quel bacio. Nel finale, lo ritroviamo in cortile insieme alla madre mentre stende e piega le lenzuola alla luce del sole. I due compiono gli stessi gesti di sempre, muovendosi in quel silenzio familiare troppo pesante, scandito solo dal passaggio della vicina anziana che li saluta. In quella sequenza si avverte che tutto è cambiato per sempre: sotto quelle lenzuola mosse dal vento c'è la nascita di una nuova consapevolezza.

person lying down with someone holding their eye open.pinterest
Courtesy of Andrea Negroni

In un'epoca in cui siamo continuamente attratti dai social e dagli algoritmi, c'è una bellezza rivoluzionaria nel riscoprire la forza del cortometraggio. E se Odissea attira i giovani al cinema (ma fa storcere il naso per le oltre 3 ore di proiezione), la chiave da riscoprire è proprio la breve durata di storie di tutti i giorni (con finali mai chiusi e affatto scontati, al contrario della grande distribuzione). Proprio per questo, al momento, Matèl si può scoprire e vivere da vicino nelle rassegne e nelle sale del circuito dei festival indipendenti. Bastano diciassette minuti, in fondo, per ricordarci che di fronte alla vertigine e alla paura di amare scoprendosi veri, tutti (o quasi) siamo stati un matèl.