Il nostro lavoro spesso è complicato. Ci sono notizie di cui non vorremmo mai scrivere o che, peggio ancora, ci sembra di aver già scritto in un lasso di tempo non troppo lontano. E questi articoli, del resto, non si possono leggere solo con gli occhi della cronaca nera. Bisogna fermarsi e guardare dentro l'abisso che si è aperto a Pieve di Camaiore. Il duplice omicidio di Mirko Moriconi, 24 anni, e di sua madre Kety Andreoni, 52 anni, uccisi a colpi di fucile dal padre del ragazzo, non è l'ennesimo "dramma familiare" da archiviare sotto la voce della "follia" (strada che probabilmente percorreranno gli avvocati per evitare l'aggravante della premeditazione). Eppure, per la legge italiana, questo non sarà un caso di omotrasfobia perché non ancora riconosciuto dalla legislazione. Mettiamocelo in testa una volta per tutte: Mirko è stato giustiziato perché era gay e voleva solo essere se stesso. Sua madre Kety invece è stata assassinata al suo fianco perché ha commesso l'errore più bello e imperdonabile per un uomo violento: ha amato suo figlio senza condizioni difendendolo. Gli ha fatto da scudo, disobbedendo alla legge della vergogna (quale, poi?). I genitori dovrebbero essere il nostro primo rifugio, le fondamenta su cui poter camminare quando fuori tutto crolla. Ci donano la vita per vederci fiorire. In quella casa, invece, la vita è stata spenta come un interruttore da chi l'aveva cercata e generata, con la freddezza di un padrone che distrugge un oggetto non conforme alle sue aspettative. Quel grido agghiacciante che ha fatto l'uomo (sarebbe sbagliato anche in questo articolo definirlo "padre") dicendo «Mi sono liberato di loro» subito dopo gli spari, è la rivendicazione lucida di un sistema di pensiero. Per questo a pochi giorni dal massacro, mentre le piazze si riempiono di candele, questa strage viene gridata a gran voce come un omicidio di Stato. Troppo comoda, così. Lo Stato siamo noi quando ci giriamo dall'altra parte, quando tolleriamo i discorsi d'odio, quando trasformiamo nei nostri discorsi da bar l'omotransfobia definendola "libertà di opinione". Libertà, per l'appunto, che a Mirko e Kety è stata tolta prima della vita.



Kety, l'alleanza segreta delle madri coraggio

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Oggi alle ore 17 ci sarà il funerale di entrambi. Ci saranno due bare vicine, come nell'ultimo istante di quel tragico delitto. Se proviamo a chiudere gli occhi e a immaginare quella casa prima degli spari, possiamo immaginare che la morte di Mirko e Kety sia l'epilogo di un (troppo) lungo, logorante isolamento. Kety sapeva. Ha visto suo figlio soffrire, ha sentito il peso delle minacce, fatto ragionare il marito inutilmente e ha scelto deliberatamente da che parte stare. Il patriarcato non perdona le donne che disobbediscono, e perdona ancora meno le madri che proteggono i figli che la società vorrebbe "normalizzare" o nascondere. Le fiaccolate delle istituzioni e delle associazioni sono un abbraccio necessario, ma non possono togliere un peso dalla nostra coscienza. Cosa potevamo fare in aggiunta? Già nel 2022 Mirko scriveva sui social: «Ragazzi, è brutto pensare che un padre ti preferisca morto che gay». Quella non era una frase social, era un testamento preventivo. Un grido d'aiuto lanciato nel caos di questa società indifferente. Quanti altri Mirko ci sono adesso in Italia, seduti a tavola con padri che li odiano? Quante volte abbiamo chiesto l'educazione affettiva nelle scuole? Eppure non basta: sono in primis i genitori a dover trasmettere affettività e i giusti valori.

«Mi chiamo Mirko»: il grido del Pride contro la finta tolleranza

Questo dolore immenso è salito sul palco del Milano Pride attraverso la voce di Aiello. Il suo monologo ci ha ricordato che la violenza fisica è solo l'ultimo atto di una catena di violenze quotidiane:

«Mi chiamo Mirko, quando qualcuno mi dice che non ha niente contro quelli come me, purché non esageriamo. Mi chiamo Mirko, mi interrogo seduto al banco in classe mentre fuori mi aspettano per menarmi. Mi chiamo Mirko, anche se ho avuto un padre più umano e comprensivo. Mi chiamo Mirko e dentro implodo mentre in televisione un mostro dice che quelli come me possono guidare e se vanno in ospedale vengono addirittura a curarti (il riferimento di Aiello è alle dichiarazioni di Roberto Vannacci, ndr). Mi chiamo Mirko e ho paura, perché i diritti che parevano conquistati sono quotidianamente minacciati da politici e persone pubbliche che diffondono odio e rabbia. Mi chiamo Mirko e mi dispiace che mamma soffra per colpa mia e viva tutti i giorni con papà. Mi chiamo Mirko quando mi spiegano che non devo offendermi, che "froc*o" era solo una battuta, così, per ridere. Mi chiamo Mirko quando sento dire che la famiglia che desidero è contro natura. Mi chiamo Mirko e sto tutti i giorni per presentare ai miei genitori il mio ragazzo, ma ancora non ci riesco e lo chiamo il mio migliore amico. Mi chiamo Mirko mentre scrivo le parole che dirò sul palco del Pride e so già che qualcuno mi dirà di pensare a cantare. In ogni classe c'è un Mirko, in ogni famiglia e in ogni città, in ogni tavola dove si cambia discorso, in ogni fotografia dove qualcuno sorride più di quanto stia bene. Mi chiamo Mirko. Tu come ti chiami?».

La morte di Mirko e Kety è avvenuta a giugno, nel mese del Pride. Ed è una coincidenza che fa venire ancora di più i brividi. A tutti coloro che in queste settimane hanno scritto sui social che il Pride è "inutile", "una carnevalata vecchia", "un circo" e "un'esagerazione perché ormai i gay hanno i diritti", questa tragedia risponde con il rumore di un fucile da caccia. Il Pride non è solo una festa (forse a volte troppo le righe, potrebbe pure essere vero) ma, ripetiamolo insieme, è un grido di sopravvivenza. È il momento in cui chi si nasconde scopre di non essere più solo. Mirko e sua madre oggi non ci sono più, ma le loro due bare ci costringono a guardare l'Italia per quella che è: un Paese dove amare, a volte, richiede ancora il coraggio di morire. E noi non possiamo più permettercelo. Ancora una volta.