L'abbiamo conosciuto come uno dei concorrenti dal carattere più forte dell'ultima edizione di Amici, ma ora che è uscito dalla scuola Plasma dovrà dimostrare al suo fandom di essere in grado di affrontare il musicbiz tutto solo, senza il supporto psicologico dei suoi compagni di classe e quello artistico dei docenti che l'hanno seguito in questo percorso.



Venerdì 8 maggio esce in tutte le piattaforme di streaming e negli online store il suo primo EP, intitolato "Perdigiorno", un mini album che mette in luce da un lato le sue potenzialità come rapper - già viste in trasmissione - e al contempo la sua versatilità artistica, caratterizzata da una sensibilità particolare e una capacità di fare autocritica che non siamo abituati a sentire da parte del rapper medio. Cosmopolitan l'ha intervistato, ecco tutto quello che ci ha raccontato su di sé e sul progetto in esclusiva.

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Ho sentito il disco e la prima cosa che volevo chiederti è: non sei un po' troppo duro con te stesso? Te lo chiedo per il titolo, "Perdigiorno", e per i testi. Di solito il rapper medio racconta una vita "smeralda" e chic, tu invece sembri aver fatto un'operazione di introspezione guardando ai tuoi difetti. Mi sbaglio?

«Diciamo che è un ottimo modo di vederla. Penso che per guardarsi dentro ci voglia un certo coraggio e in questo album ho deciso di farlo mettendomi a nudo. La mia scrittura è particolare: non sempre ho in testa dove andrò a parare. A volte capita, come in "Perdigiorno", altre volte no, come in "Blu", dove lascio che sia la penna sul foglio a dirmi di cosa parleremo. Lavoro molto con l'inconscio, senza metterci troppo la testa; è un processo rapido su cui faccio poche revisioni.

Spesso la mia penna ne approfitta per tirare fuori argomenti di cui io, da solo, non parlerei normalmente. Sono i temi meno facili, ma credo che la mia musica abbia soprattutto questo valore: darmi la possibilità di confrontarmi con aspetti intimi e riservati che nella vita sociale non emergono mai. Sono quelle sensazioni che ci fanno sentire soli, ma che in realtà proviamo tutti. Sono felice che il mio rap si stacchi dal mito del superuomo sempre al top. Voglio essere sincero: nella fragilità c'è tanta forza. Raccontare un mondo perfetto che non esiste aumenta solo il divario tra artista e ascoltatore. Preferisco sentirmi vicino alle persone sui sentimenti universali, come l'amore e il dolore».

Me lo chiedevo perché non succede spesso di sentire qualcuno che si dia del "perdigiorno". È un po' come a Belve, quando la Fagnani chiede il peggior difetto: non ti presenti sotto una bella luce.

«Per me "perdigiorno" ha un valore concettuale estremo. La mia generazione è piena di quelli che vengono definiti NEET, una categoria nata per descrivere chi non studia e non lavora. È una tendenza che nasce dalla costante aspettativa su ciò che dobbiamo essere o fare, tra modelli inarrivabili e competizione estrema. Essere un perdigiorno significa distaccare l'attività che stai facendo dal suo valore economico o di status.

Oggi sembra che ogni cosa debba essere finalizzata a uno scopo: perché viaggi? Perché studi? Cosa vuoi fare da grande? Invece nella contemplazione, nel fare arte o semplicemente nel "fare niente", c'è tanto da imparare. Io in realtà sono un tipo stakanovista, scrivo moltissimo — il 99% delle mie canzoni non uscirà mai — ma quando lo faccio non penso mai a dove lo pubblicherò. La bellezza dell'arte, così come dell'amore, è essere connessi al 100% con quello che si sta facendo, senza un fine terzo. È una cosa sempre più rara al giorno d'oggi».

Sfondi una porta aperta: dovremmo fare le cose perché lo vogliamo, non perché devono essere utili. Spesso si pensa che il valore di un amore dipenda da quanto ci dà indietro, mentre io credo dipenda dall'intensità, non dalla reciprocità o dal profitto.

«Chiaro, poi non ci prendiamo in giro: voglio che questo sia il mio lavoro e mi fa comodo che lo sia. Però l'album si rifà proprio al desiderio di scrivere e fare musica per il piacere di farlo, distaccandosi da quelle logiche di profitto di cui parlavamo».

Tu come lo vivi l'amore? In "Perdere te" dici di non essere certo un esempio. Sei un "malessere" in amore?

«Sì, abbastanza, ma non per scelta! Ho studiato psicologia, quindi mi sono auto-analizzato più volte. È possibile che io abbia un attaccamento un po' evitante: quando il gioco si fa duro, a volte tiro i remi in barca e me ne vado. Ci sto lavorando, però, e sono sicuro che con la persona giusta questa cosa si risolverà. Ho avuto anche relazioni lunghe e bellissime; le relazioni sono complesse e sto ancora crescendo e scoprendo me stesso».

Nell'EP c'è "Colore", che è una canzone nuova. Raccontami a chi dedichi i brani d'amore di questo disco.

«Anche "Colore" non racconta un amore idilliaco, è un sentimento un po' decadentista. Come ti dicevo, lascio che le canzoni si raccontino da sole e solo a posteriori capisco a chi sono dedicate. Spesso sono un mix di esperienze. "Colore" credo sia dedicata alla mia prima fidanzata: quell'amore adolescenziale molto intenso. Prendo tantissimo materiale dall'adolescenza perché in quella fase le emozioni hanno un'intensità che non torna più. Si dice sempre di guardare il mondo con gli occhi di un bambino, ma io dico che dovremmo farlo anche col cuore di un adolescente: a quell'età si ama, si odia e si sente davvero. Tutto è estremo perché non hai ancora fatto pace con come gira il mondo. Da adulto ci fai pace, ma nell'adolescenza c'è l'onestà di dire: "No, questo non mi va bene"».

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Courtesy of Press Office
All’interno di Perdigiorno di Plasma ci sono anche la title track, "Perdere te" e "Segreto", già presentate ad Amici 25


Tempo fa avevi scritto "Rondine", che però non è nell'EP. In "Luna storta" fai riferimento a qualcosa di cui avevi già parlato proprio in quel brano e con Rudy Zerbi. Ti va di raccontarmi quel momento?

«Quell'esperienza torna spesso perché è al centro di tutto. Quando avevo 15 anni sono stato ricoverato per una malattia e lì ho scritto la mia prima canzone, "Rondine". Lì ho capito che la scrittura aveva un valore terapeutico; mi ha aiutato a uscire da quella situazione e a stare bene. È un'esperienza che mi ha formato e che, per assurdo, rifarei, perché mi ha portato a conoscere me stesso».

Come mai non l'hai mai pubblicata? Ce la farai mai sentire, magari dal vivo?

«La so a memoria e ogni tanto la riascolto. Mi fa venire il sorriso e un po' di commozione perché ero un ragazzino che stava male, ma nella canzone c'era tantissima forza. Dicevo: "Io non mi lamento, non verso lacrime, sono più forte di questa roba". Lì è nato Plasma: è stato il momento in cui la musica mi ha preso per mano. Sono legatissimo a quel pezzo e non escludo di rivisitarlo con le mie conoscenze attuali per inserirlo in un prossimo album. Non l'ho pubblicata finora perché è un lavoro "primigenio", ancora un po' immaturo tecnicamente. Voglio dare al pubblico un lavoro che sia non solo vero, ma anche piacevole da ascoltare.

C'è un aneddoto: mia madre mandò quella canzone a un'amica di famiglia che stava affrontando la stessa malattia. Quando uscii dal ricovero, lei volle incontrarmi, mi abbracciò piangendo e mi disse che quel pezzo l'aveva aiutata tantissimo. In quel momento ho capito che volevo fare questo per sempre: scrivere canzoni per aiutare gli altri».

Sei genovese DOC. Cosa c'è di speciale a Genova? Negli ultimi anni c'è stato un boom di grandi artisti, con Alfa, Olly... ma andando indietro pensiamo a De André, Paoli o Montale. Cosa ti dà questa città?

«Genova ti dà vibrazioni e una sensibilità che ti permettono di fare il cantautore. È una città con cui hai un rapporto non sempre lineare; io sono andato via tante volte ma poi torno sempre. Forse c'è qualcosa di "marinaio" in questo, un po' come il discorso del "malessere" e delle promesse da marinaio!

Scherzi a parte, dipende dal fatto che abbiamo tantissimi esempi illustri intorno a noi. Inoltre, se fai musica qui con passione e cultura, la città ti approva. Non è come in altri posti dove fare il rapper può sembrare "cringe": qui c'è rispetto per l'arte. Io fin da ragazzino facevo freestyle per i vicoli e suonavo nei centri sociali. Genova è un melting pot: io vivo tra via della Maddalena e via Garibaldi. Da una parte lo spaccio e la strada, dall'altra i palazzi nobiliari e la signora col cane che ti guarda male. Questi due mondi vivono a un vicolo di distanza. Se sei ricettivo, questa scacchiera disordinata ti arricchisce tantissimo».

Hai iniziato collaborando anche con Olly e Alfa. Hai qualche aneddoto inedito su Olly? Siete ancora in contatto?

«Siamo di due gruppi comunicanti a Genova, ci siamo visti tanto quando eravamo pischelli. Lui è un ragazzo super genuino con una sensibilità molto simile alla mia. Ci siamo sentiti dopo Amici e ci siamo incrociati a Natale nella piazza dove ci becchiamo tutti a Genova. Dobbiamo vederci per un caffè: lui ha avuto un percorso magnifico e io sono tutto orecchi quando parla dell'ambiente musicale. C'è molta stima reciproca».

Ad Amici hai mostrato un carattere forte e sei stato al centro di diverse dinamiche. Tornando indietro, c'è qualcosa di cui ti penti o che faresti diversamente?

«A volte nelle discussioni sono sulla difensiva, altre volte sono tenero... sono tante cose insieme. Ma guardandomi da fuori rifarei tutto, perché nel bene e nel male quello ero io. Non ho mai recitato una parte e questo per me è un valore. Non ho mentito e sono contento di non averlo fatto, quindi no, non mi pento di nulla».

Programmi per l'estate? "Segreto" potrebbe essere il pezzo giusto?

«Assolutamente sì, "Segreto" è nata l'estate scorsa e ha proprio quelle vibes, l'ho fatta uscire in primavera con quell'ottica. Per il resto, stiamo lavorando alle date dei live oltre agli in-store. Ho anche altri pezzi pronti e penso di far uscire qualcos'altro per l'estate, poi mi metterò a lavorare all'album. Non mi fermo mai.

Un'ultima domanda: oggi si parla spesso di "one-hit wonder" di TikTok, artisti che faticano a durare. Tu hai l'ansia per il futuro? Come lavori per non perdere la "wave"?

Io faccio la stessa cosa da dieci anni, migliorandola costantemente. Non ho mai seguito la scia di ciò che funziona al momento. Quello che faccio è così viscerale che non riesco a strumentalizzarlo per raggiungere uno scopo. Il valore è in quello che faccio, non nel risultato. Il fatto che la mia onda ora viaggi insieme a quella del mondo mi dà gioia, ma continuerò a lavorare con il cuore e con la testa come ho sempre fatto.

Non mi vedrai mai cercare l'escamotage per stare sulla "wave". Sono stato nell'anonimato per dieci anni facendo musica ed ero felicissimo; lo sono anche ora che posso farlo per le persone. Più saranno, più sarò contento, ma la mia energia rimane tutta nel processo creativo».