Nel primo episodio di House of the Dragon, pur senza che lo spettatore se ne rendesse pienamente conto, gli sceneggiatori avevano affidato alla mamma di Rhaenyra, la regina Aemma (Sian Brooke), il senso di questa prima stagione, che è stata fortunata in termini di ascolti, controversa rispetto ai temi affrontati e apprezzatissima nella sua riuscita finale. Prima di subire un cesareo senza anestesia e morire di parto dando alla luce un figlio maschio - il primo, l'erede del regno - che a sua volta sarebbe morto da lì a poco, Aemma informava con cupa rassegnazione la figlia adolescente che «il letto in cui si partorisce è il campo di battaglia delle donne» e che sarebbe stato inutile andare a cercare avventure altrove, perché il destino di una donna è strettamente intrecciato all'essere umano che porta in grembo e alle battaglie che derivano dalla sua venuta al mondo.

Culminata con un bellissimo episodio finale lo scorso 23 ottobre su HBO (e, in Italia, su Sky), la prima stagione di House of The Dragon, che è già stata confermata per una seconda in uscita presumibilmente nel 2024, ha rimesso ancora una volta al centro il tema della battaglia della maternità, rappresentandola in modo crudele, brutale e orrorifica. Alla vigilia della messa in onda di questo spin-off che appartiene all'universo di Game of Thrones, e che del suo predecessore televisivo porta i segni in diversi riferimenti della sceneggiatura, nel parterre di autori (in cui campeggia George R.R. Martin, padre della saga letteraria) e non ultimo, negli opening credits, ci chiedevamo se House of The Dragon sarebbe stato più gentile con le donne, più indulgente nei confronti dei loro dolori e bisogni. La risposta (attenzione, da qui in poi ci sono spoiler del finale di stagione) non è netta: nell'ultimo episodio Rhaenyra, interpretata da una strepitosa Emma D'Arcy, si strappa letteralmente dal corpo la figlia già morta nel suo grembo, decidendo attivamente di non subire un parto probabilmente fatale, come invece era stato per sua madre anni prima, vittima della decisione di uomini che avevano pieno potere del suo corpo.

La scena è volutamente colma di orrore e gli spettatori, a leggere le recensioni all'indomani dell'episodio, hanno accusato il colpo di una narrazione del parto che, quando non è morte, può essere solo violenza: non c'è tempo per il riposo e per la cura (come si vede nel quinto episodio, il primo dopo il salto temporale che ci ha fatto ritrovare Rhaenyra e Alicent, interpretate da D'Arcy e Olivia Cooke, già adulte e madri), per l'autocompatimento (e questo ce lo racconta il personaggio di Laena Velaryon, seconda moglie di Daemon Targaryen, che pur di non soccombere al parto si fa bruciare viva dal suo drago) e neanche per il lutto, come mostra Rhaenyra nel finale della prima stagione, quando, usurpata del suo diritto al trono dal figlio di Alicent, circondata da uomini che vogliono decidere per lei, prostrata dal peso di una promessa fatta al padre che sente di dover mantenere, decide di far uscire il figlio dal proprio corpo per poter andare avanti con gli affari di stato, e non soccombere su quello stesso campo di battaglia in cui era morta la madre.

Rhaenyra e le altre madri di House of the Dragon

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Sky
Una scena di House of The Dragon

In un'intervista a GQ, Emma D'Arcy ha detto che il personaggio, nelle sue battute finali, «ha scelto autonomamente di controllare il suo corpo» e che la scena del parto nel decimo episodio, ultima di quattro momenti simili nella sola prima stagione (il parto di Aemma, poi di Laena e il doppio parto di Rhaenyra) «è stata brutale, un trauma, ma necessaria». Ma non tutti sono d'accordo con questa presa di posizione.

Il 26 settembre scorso, Vulture titolava un articolo: «House of the Dragon’s Brutal Birth Obsession Isn’t Realism. It’s Cruelty», confermando che l'accanimento contro le donne degli sceneggiatori era un mero esercizio stilistico di crudeltà, con nessuna volontà di denuncia. Dopo la messa in onda del season finale, sempre Vulture si è chiesto se «l'intero primo capitolo non sia un enorme arringa simbolica contro la procreazione», visto che mettere al mondo dei figli, nell'universo di House of The Dragon, è sinonimo solo di sofferenza. Il New York Times ha denunciato, dal canto suo, «le tante violazioni delle scene di parto» in un articolo molto discusso; The Conversation invece ha puntualizzato che «in uno show che è interessato a esplorare le dinamiche di genere e potere attraverso la lente della fantasia medievale, il conflitto non è solo sulle ambizioni, ma anche sul fatto che una donna possa essere altro oltre il suo ventre»

Dentro la mente delle donne

Uno dei meriti che bisogna dare ad House of The Dragon e che il suo predecessore illustre invece non aveva è la capacità di entrare nella mente dei suoi personaggi, mostrandoci dilemmi e pensieri, traumi e tormenti tramite un simbolismo sottile e una prossemica non invadente. Se la maternità, nello show, è sempre un'esperienza traumatizzante, se il frutto del parto sono figli che, nella migliore delle ipotesi, vengono alla luce per diventare pedine dei giochi del trono e nella peggiore sono esseri mostruosi, cadaveri o assassini involontari delle loro stesse madri, è pur vero che gli sceneggiatori sono stati sempre ben attenti a spiegare e anticipare il perché di quelle scene: ad esempio Rhaenyra, che partorisce da sola nell'ultimo episodio per liberarsi di quello che ormai è solo un fardello e poter scendere sul campo di battaglia (quello degli uomini, non delle donne), è perfettamente coerente con la Rhaenyra che guarda morire, inerme, sua madre Aemma. Il personaggio vuole uscire dal circolo vizioso iniziato con quel primo parto e si fa carico di una decisione drastica di cui è parte attiva, costi quel che costi.

Alicent, che viene usata come grembo fertile per fornire eredi al regno, è vittima perenne del suo essere accomodante e servizievole, e trova solo nell'ombra la forza di tramare contro gli uomini che la usano. Rhaenys Targaryen (una sublime Eve Best) non viene mostrata mentre partorisce, ma perde entrambi i suoi figli senza una spiegazione: all'inizio del suo percorso subisce il lutto senza che le sia data possibilità di protestare, poi diventa protagonista del suo stesso destino. Questa volontà di tratteggiare l'universo emotivo dei personaggi, soprattutto quelli femminili, non alleggerisce mai il peso della visione ma gli dà certamente un senso.

Non c'è tregua e non c'è indulgenza, per le madri della prima stagione di House of The Dragon. Più che una lotta per il potere, quella delle donne dello show è stata, e sarà ancora nei prossimi capitoli, una lotta per il sollievo.