«La mia vita è una continua epifania», dice Margaret Qualley, mentre mi accompagna per la sua “passeggiata del cuore” sulla sua “spiaggia del cuore”, lungo il piccolo stabile costiero dove ha sposato suo marito, produttore musicale e frontman dei Bleachers, Jack Antonoff. Ci siamo incontrate un’ora fa nel suo “bar del cuore”, e mentre il sole comincia a calare sulla costa del New Jersey, d’istinto, prende in braccio il suo cane, Smokey, per proteggerlo da un’onda.

È difficile far conciliare questa versione di Margaret – spirituale e innamorata di questa zona della East Coast che pare quasi assopita – con la ragazza che, già da tempo, è una delle attrici più impegnate di Hollywood. La mattina stessa della nostra intervista, è stato annunciato che il suo film Honey Don’t!, il secondo capitolo della trilogia Drive-Away Dolls di Ethan Coen e Tricia Cooke, sarebbe stato presentato in anteprima al Festival di Cannes. Blue Moon, il film di Richard Linklater in cui recita come protagonista, uscirà invece in autunno. Ha terminato da poco anche le riprese di Huntington, una commedia dark-thriller di cui è protagonista insieme a Glen Powell, e attualmente sta registrando Un Tipo Imprevedibile 2, l’atteso sequel della nota commedia di Adam Sandler incentrata sul golf.

Tutti e quattro i ruoli da protagonista si aggiungono a più di dieci anni di progetti in cui Margaret esplora le difficoltà e le contraddizioni dell’essere donna. È un insieme di lavori che, se analizzato nel suo complesso, denota l’attenzione con cui Margaret ha curato il suo portfolio, tra comicità e tratti caratteristici – c’è un’intera fandom dedicata al suo gesto iconico di mordersi il labbro. Di recente, si è trovata a strisciare fuori dalla spina dorsale di Demi Moore in The Substance, ma ci sono stati anche Maid, C’era una volta a...Hollywood, e Povere Creature, tutti film che sono valsi a Margaret la candidatura a prestigiosi premi cinematografici.

Nonostante i traguardi raggiunti – o forse proprio grazie a questi – Margaret si presenta come una ragazza molto alla mano durante questa passeggiata. È concentrata su come la nostra conversazione (e questo magazine) possano aiutare gli altri a sentirsi più a loro agio nel proprio corpo e, di conseguenza, nelle proprie relazioni. «Capisco qualcosa in più di me ogni singolo giorno», spiega. «Il tipo di amore che dedichiamo a noi stessi e alle nostre relazioni con gli altri è la cosa più profonda del mondo».

È un dono quando un’intervista sembra più una conversazione naturale che una campagna promozionale – doppiamente, visto che sia io che Margaret abbiamo missioni importanti da compiere. Per lei si tratta dei suoi quattro nuovi film, per me, da caporedattrice di Cosmopolitan US, è il numero di anniversario che segna sei decadi da quando la leggendaria caporedattrice Helen Gurley Brown ha rinnovato la testata per mettere al centro conversazioni oneste sull’amore e sul sesso. Io e Margaret siamo d’accordo sul fatto che, sebbene nel 2025 non sia più rivoluzionario promuovere questi discorsi, il tipo di storie che raccontiamo aiutano le persone a formare le proprie opinioni. In modo tale che tutti noi possiamo avere un’epifania di tanto intanto, e scoprire cose che sentiamo unicamente nostre.

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Alana O'Herlihy
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Oggi sei un’attrice molto popolare, ma come è cominciato tutto?

«Mi sono trasferita a New York City a 16 anni, quando sono entrata in un programma estivo all’American Ballet Theatre. Anche se non ho mai visto Dance Moms, quello era praticamente il mondo in cui sono cresciuta. Ma lì ho realizzato che non ero abbastanza brava per diventare una ballerina, non sarei mai stata perfetta. E se non potevo essere la migliore, allora ho pensato non ne sarebbe valsa la pena. Così ho trovato lavoro come modella, per pagarmi l’affitto. Mi sono detta: “Potrei semplicemente provare a restare”. Ho mandato a mia mamma una lunga e-mail che in sostanza diceva: “Ho trovato una scuola. Ho un lavoro. Cosa ne pensi?”».

Come ti ha risposto?

«Mi ha capita, ma allora avevo 16 anni, ero sola in una grande città. Era terrorizzata. I miei coetanei erano a casa con i loro genitori a fare ripetizioni, e io ero alla settimana della moda di Parigi con un libro di algebra o chimica per recuperare i corsi in cui andavo male. Non avevo amici. Non conoscevo nessuno. Se un ragazzo entrava in ascensore, io scendevo per paura. Ho vissuto tutti i miei vent’anni con la valigia in mano, senza mobili in casa. Dormivo su un materasso sul pavimento. E sono diventata economicamente indipendente all’età di 18 anni, quindi ho dovuto imparare a essere responsabile».

Cos’hai comprato col tuo primo lavoro importante?

«Una giacca di pelle molto bella, ma non l’ho mai messa perché in realtà non mi piacciono i modelli così rock. Non sono quel tipo di ragazza».

Quando hai iniziato a sentirti a tuo agio nel vivere da sola?

«A metà del terzo anno di liceo. Avevo un fidanzato al tempo, e quella relazione è stata molto trasformativa. Siamo stati insieme per cinque o sei anni, lui aveva un bel gruppo di amici e una famiglia molto presente. Sono finita a vivere con loro, mi hanno dato stabilità. Lui mi ha anche portato a un corso di recitazione. Ci sentiamo ancora oggi. È venuto al mio matrimonio con il suo fratellino».

A proposito del tuo matrimonio, com’è stato innamorarsi di tuo marito Jack?

«Innamorarmi di Jack è stata la sensazione più profonda che abbia mai provato. Ci siamo incontrati proprio mentre il Covid stava finendo, alla prima festa a cui sono andata dopo la pandemia. Su una terrazza, abbiamo iniziato a parlare all’infinito. Quell’estate abbiamo passeggiato per tutta New York».

Chi ha detto “ti amo” per primo?

«Lui, ovviamente. Sono molto vecchio stampo su queste cose. Non mi esporrei mai per prima. Non ho mai scritto io a un ragazzo. Ora che siamo sposati posso mandargli qualsiasi regalo in qualsiasi momento. Parliamo di ogni cosa: lui è come il mio diario umano. Ma prima di stare insieme, all’inizio, seguivo sempre le regole, da brava ragazza del Sud».

Come hai capito che con Jack era amore vero?

«In tutte le altre relazioni che ho avuto, mi sentivo sempre molto sola perché non ero con la mia persona, ed era come se stessi sempre cercando qualcosa. Ora non mi sento più così. Jack mi mette a mio agio. Ho passato tanti anni a cercare di essere la ragazza perfetta per qualcuno, e sono cambiata di continuo. Ma non posso mentire a Jack. Non posso essere diversa con lui, se ne accorgerebbe. Quindi devo solo essere me stessa. È la persona che ho immaginato per tutta la vita. E non lo dico nemmeno in senso metaforico. La mia prima cotta è stata per Adam Sandler in Un Tipo Imprevedibile e Big Daddy - Un papà speciale, così ho cercato quel tipo di persona per tutta la vita. Ripensandoci, quel genere di uomo era proprio Jack».

Vi siete conosciuti in concomitanza con l’uscita di Maid. Interpretavi Alex, una giovane madre in fuga da una relazione tossica. È stato uno degli show Netflix più visti durante la pandemia. Perché secondo te lo show ha toccato così tante persone?

«La maggior parte delle mie amiche e delle donne che conosco, ha vissuto una qualche forma di relazione tossica. Ho messo tutto quello che avevo in Maid, anche la mia vera madre, nello stesso ruolo, ma sullo schermo. Ho frequentato la ragazza che interpretava mia figlia, Rylea, ogni fine settimana per tutte le riprese. Ci credevo davvero e volevo che fosse il più reale possibile. È stato molto intenso. Ho imparato che in momenti come questo, il modo in cui le donne si sostengono silenziosamente l’un l’altra, anche nei modi più semplici, è preziosissimo».

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Le sfumature delle relazioni tossiche possono essere davvero difficili da raccontare. Ma farlo attraverso l’arte è importante perché spinge le persone a riflettere sulle proprie dinamiche relazionali. Lavorare a Maid ti ha aiutata a elaborare le tue relazioni?

«Ho imparato molto da Maid. Hai mai letto Tutto sull’amore di Bell Hooks? Io l’ho comprato dopo aver vissuto una relazione sbagliata e molto intensa. Mi sono detta: “Questa cosa che ci hanno venduto come amore, non è amore”. Una persona che ti ama non cercherebbe di farti del male. E credo che, poiché ci sentiamo soli e costantemente in cerca di qualcosa, ci raccontiamo delle storie che giustifichino le azioni delle persone, mentre la realtà dimostra che il vero amore non è così doloroso».

Come descriveresti una relazione sana?

«Come se ci fosse sempre una rete sotto di te. Non potrai mai cadere troppo lontano, perché verrai sempre salvato. Credo che stare in una relazione sana voglia dire supportarsi, nel bene e nel male. Proteggersi nelle fragilità. Comunque, è un tema difficile. È per questo che mi sento ispirata nel fare film sull’amore, che sia platonico, romantico, o altro. Sono quel genere di cose che sarei orgogliosa di mostrare ai miei figli un giorno».

Vuoi dei figli?

«Sì, voglio dei figli. Non in questo momento – ancora ci sono molte cose che non so – ma ho sempre voluto dei figli. Già da piccola immaginavo di avere dei bambini».

Prima hai citato tua mamma, Andie MacDowell. Anche lei è un’attrice. Ed è stata anche sulla copertina di Cosmopolitan nel settembre del 1982. L’hai mai vista?

«L’ho vista, ed è iconica – lei è stupenda. Da quando sono piccola, Cosmo è l’unica rivista che leggo assiduamente. Ero una ragazzina goffa che desiderava essere una di quelle ricoperte di autoabbronzante e con i capelli biondi che giocavano a hockey su prato. Ho manifestato questa copertina su Cosmo».

Wow, hai manifestato davvero.

«Ricordo che ero su un aereo con mia sorella Rainey e avevamo una copia di Cosmo con noi. Abbiamo letto subito il test, poi siamo passate alle “storie di sesso finite male” e abbiamo commentato i pezzi più piccanti. Io leggevo tutto questo molto prima di fare sesso. Sono sbocciata tardi».

Quello che leggevi ti è stato utile?

«Sono cresciuta al Sud, e Cosmo è stato utile perché ha eliminato lo stigma che deriva dal sesso. Ho capito che c’è un mondo in cui ci si può divertire e che forse non ci si deve vergognare di questo».

Sei legata alla tua famiglia?

«Rainey è la mia migliore amica. Ci sentiamo ogni giorno. Ha appena avuto un bambino, Bluebell. Che adoro. Al momento è in California ma probabilmente si trasferirà in Nord Carolina, dove siamo cresciute, e dove vive mio papà. Ultimamente ci siamo dette più volte che preferiremmo vivere lì, nella natura, piuttosto che stare in città. Per un lungo tempo, ho trovato rassicurante essere in mezzo al caos urbano. Ma ora ho 30 anni, e forse sto iniziando a calmarmi e avere altre esigenze. È bello poter godersi un po’ di pace e mi sta iniziando anche a piacere guidare per andare al supermercato».

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Come hai imparato a conoscere meglio te stessa?

«Sono in terapia da quando avevo 16 anni. Nei miei primi vent’anni soffrivo di una grave insonnia che mi ostacolava spesso. Rimanevo sveglia fino alle nove del mattino implorando di dormire. Uno dei primi film che ho fatto è stato The Nice Guys. È stato presentato in anteprima a Cannes, ma non sono andata perché non dormivo da quattro giorni e sentivo che non sarei sopravvissuta».

Come ti senti sul piano della salute mentale adesso?

«Sto arrivando a un punto in cui sento di poter rimanere nel mio corpo, invece di trasformarmi in quello che gli altri desiderano. Ma sto ancora cercando di consolidare le mie opinioni e stare bene con me stessa. La cosa più importante che ho imparato è che prima accetti quello che provi, meglio è. Ciò che so per certo è che sono più felice che mai, sto facendo passi da gigante. Mi conosco meglio e riesco a godermi la mia vita».

È fantastico. Fai meditazione?

«Medito tutti i giorni, due volte al giorno, e mi sento molto in contatto con la me di quando avevo cinque o nove anni, sai? Ma come donna, mi chiedo: “Quanto di questo sono veramente io?”. Il 98% è quello che il mondo ti mette addosso – il bagaglio di tutti gli altri proiettato su di te».

Questo mi ricorda la scena di The Substance in cui emergi dalla colonna vertebrale di Demi Moore come Sue, una versione più giovane del personaggio di Demi. Che cosa ti ha insegnato Sue sulla femminilità?

«The Substance è stato come entrare nell’occhio del ciclone. È stato come affrontare tutti i miei problemi, quelli di mia madre, generazioni di traumi. Interpretare questa idilliaca, giovane fembot, è stato un incubo, perché nessuno pensa a sé stesso in questo modo. Il film non è un buon punto di riferimento per capire cos’è la femminilità– stressa piuttosto lo sguardo maschilista attraverso cui la società dice cosa deve o non deve essere una donna. Porterò sempre nel mio cuore, di sicuro, Demi Moore. È una persona così speciale. È forte e saggia, ma è anche incredibilmente tenera e ricettiva».

Ho notato che, su Reddit, alcuni commentavano di come la gelosia reciproca tra te e Demi sullo schermo abbia un aspetto sessuale. C’è stata qualche tensione sessuale durante le riprese?

«Oddio! Amo Demi, ma non credo che tra noi ci sia tensione sessuale. Ho imparato così tanto da lei. È diventata una delle mie amiche più care».

Quando questo articolo uscirà, sarai nel pieno del tour promozionale di Honey Don’t! con la tua co-protagonista Aubrey Plaza. Tu interpreti una detective queer. Sapevi di avere una grande fan base queer?

«Amo le persone gay, e li ringrazio».

Come ti sei calata nel personaggio?

«Onestamente, mi fiderei di qualsiasi ragazza in grado di risolvere un omicidio attraverso dei dati raccolti su Instagram. Il mio personaggio è molto loquace e sicuro di sé. Non è una donna di poche parole. Credo, a volte, di essermi abituata a buttarmi giù. Lei è l’opposto. Interiorizza il suo potere, è intelligente e sexy. È un po’ come un cattivo ragazzo, ma affascinante. Non so perché, ma per qualche ragione, ho reso la mia fisicità simile a quella di Matty Healy. Ho cercato di essere come lui. Ho potuto sperimentare cosa vuol dire essere un ragazzo che ci prova con una ragazza».

A proposito di Instagram, ho notato che non hai mai controllato il telefono da quando siamo insieme.

«I cellulari sono come le sigarette. Sono una grande fan della modalità aereo. Perché aprire il telefono è un po’ come andare al lavoro, sai? Non ho nessuna app sul mio cellulare, tranne Uber, i messaggi e Maps. Ed è bello, perché se sono al supermercato, non tiro fuori il telefono. Sono solo lì, ad ascoltare le conversazioni delle persone, e mi sento più immersa nella mia vita. A casa ho un altro telefono che non ha il servizio di telefonia cellulare – ma solo il Wi-Fi, così posso guardare Instagram. Penso che siamo sicuramente tutti troppo connessi».

Vorrei concludere con una domanda molto Cosmo: qual è il tuo miglior consiglio sul sesso?

«Il sesso più bello nasce dalla sicurezza che si prova quando ci si conosce, quando si conosce il proprio corpo, e dall’assicurarsi che il proprio partner lo comprenda a sua volta – solo così ci si diverte».

MAKE-UP ARTIST, Romy Soleimani. HAIR STYLIST, Evanie Frausto per Pravana. NAIL ARTIST, Yukie Miyakawa per Dior. SET DESIGNER, Nicholas Des Jardins. PRODUCER, Dana Brockman. LOCATION, The Penthouse (1 East 62nd Street), Classic Harbor Line.