Denise Capezza è una che ferma non sa stare. Al telefono, durante la nostra intervista, mi conferma che in effetti questa irrequietezza creativa la accompagna sin da ragazzina e che se l'è portata dietro quando ha esordito come attrice - aveva 20 anni, oggi ne ha 34 - perché, mi dice, «ho bisogno di stimoli sempre nuovi», le piace cambiare e plasmare corpo e voce su quelli dei suoi personaggi, indole innata perché «il trasformismo fa parte di me».
Quando capisce che deve mollare la presa, mi confessa, «però divento pigra e smetto di fare tutto», perché col tempo ha capito che mettere un confine tra chi sei sul set e chi sei nella vita vera, a volte, ti salva. Attualmente su Netflix nella viralissima miniserie Inganno con Monica Guerritore e Giacomo Gianniotti, Capezza il 6 febbraio prossimo arriverà in sala con la sua ultima fatica cinematografica Diva Futura, film diretto da Giulia Steigerwalt e presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2024 che torna a scavare nell'animo controverso e fascinoso di Moana Pozzi. «Ha fatto dell’erotismo il suo inno ma allo stesso tempo voleva essere accettata per la sua intelligenza. Ho letto libri e visto documentari su di lei, ma poi mi sono affidata alla mia intuizione e al volere della regista. E quindi sì, c’è stata una grande immedesimazione estetica ed esteriore, ma per raccontarla serviva entrare dentro la sua testa», mi dice di questo lavoro che l'ha trasfigurata nella pornostar più famosa della storia del nostro costume.
Cresciuta a Portici a pochi passi da Napoli, Denise ha alle spalle un passato da ballerina; a 20 anni inizia la gavetta in Turchia, poi, qualche anno dopo, debutta in Italia con Gomorra. Arriveranno, tra le altre, Natalia in Baby su Netflix, Giuseppina di Bang Bang Baby, Aurora di Sul più bello (Amazon Prime Video) e i lavori con Paolo Sorrentino e David Cronenberg per il film Crimes of the future nel 2022. Di lui mi dice che è «un intellettuale ma anche una persona che non si prende sul serio: ama questo lavoro e mi ha insegnato che bisogna sempre mantenere vivo il nostro spirito bambino». Nel 2015 a un provino ha incontrato il marito, l'attore Michele Rosiello, che ha sposato nel 2023. «Io sono un disastro vivente, lui è un ordinato che reputa divertente il mio caos», mi racconta di questo amore. Per poi tornare al presente, a Inganno, a Moana.
In Inganno interpreta Marina, una ragazza perturbante. Cosa ti ha lasciato questo ruolo?
«Marina è molto ambigua e questa è la chiave per comprendere il personaggio, che poi è una versione femminile del protagonista Elia: è attraente, abituata a manipolare attraverso la propria avvenenza, non ha una posizione economica stabile ed inganna gli altri per arrivare dove vuole. Nella storia si confronta con un dolore importante: è molto innamorata di Elia che però la rifiuta, per cui da personaggio seducente si trasforma in una donna fragile. Nella storia è l'antagonista di Gabriella - Monica Guerritore, ma la cosa interessante del personaggio è che alla fine si empatizza con lei, la si comprende».
Hai ritrovato dei punti di te, in lei?
«Marina è completamente diversa da me, io non sono una persona che ama sedurre attraverso la manipolazione, non faccio del mio aspetto un punto di forza per colpire l’altro, anzi tutt’altro. Spesso mi offrono questa tipologia di ruoli ma io tutto mi sento tranne che una femme fatale. C’è una scena in cui crolla: io sono molto consapevole della mia forza ma so anche che questa deriva dalla mia fragilità, quindi in quel momento l’ho sentita molto vicina a me. E poi chi non si è confrontata con un rifiuto o una perdita a livello sentimentale? Ecco, forse anche in quel dolore mi sono riconosciuta».
La serie è stata a lungo in cima alle classifiche dei più visti di Netflix. Secondo te quando si tratta di serialità c’è una formula per entrare nel cuore degli spettatori?
«È sempre più difficile riuscirci. Il mercato sta diventando molto competitivo, a volte progetti che sembrano avere tutte le carte in regola per poter sviluppare un hype importante poi non ce la fanno a sfondare. In questo caso Inganno ce l'ha fatta. Il tema secondo me è poco raccontato nel cinema e nella serialità, è un argomento considerato dalla società scabroso, ma lancia un messaggio importante: parla di una donna di 60 anni che si innamora di uno di 30, un amore che per tanti è tabù».
Nel nuovo anno torni al cinema con Diva Futura. Com’è stato essere Moana Pozzi?
«L’aspetto psicologico è quello che voleva indagare la regista e sono stata molto felice di rappresentare la sua visione. Cerca di scardinare gli stereotipi legati a Moana provando ad andare oltre le apparenze. Calarsi a livello fisico, estetico e psicologico in lei è stato difficile, Moana ha avuto grande impatto sulla società ma del suo privato si conosce poco. Lei tendeva e teneva a nascondere le sue fragilità, voleva risultare una donna forte, ma chi l’ha conosciuta dal vivo la ricorda come una donna con delle insicurezze, a volte gentile e a volte distante, altre volte infantile oppure provocante. Dopo tanti anni ancora è un dilemma».
Fragilità è una parola che ricorre spesso nei tuoi racconti.
«Per fortuna oggi abbiamo sdoganato questo dibattito, ci sentiamo più liberi di condividere le nostre vulnerabilità, molte star hanno cominciato a parlare liberamente di questi aspetti della loro vita. Però percepisco una sorta di resistenza a farlo nella comunità, nella vita vera: è come se avessimo bisogno del filtro dei social per poterci aprire, come se ci fossimo tutti isolati e avessimo bisogno di uno schermo per esporci e parlare di noi».
Tu che rapporto hai con i social?
«Li uso per parlare del mio lavoro ma cerco sempre di tenere una certa distanza. Provo ammirazione per chi riesce a parlare di sé online nel modo giusto, anche se non credo sia sufficiente per mettere a fuoco argomenti così importanti».
Facciamo rewind ai tuoi inizi. Tu vieni dal mondo della danza, poi dopo un infortunio hai virato sulla recitazione. Cosa ti ha insegnato danzare?
«La danza porta a confrontarsi di continuo col talento altrui: magari c’è qualcuno che è meno bravo di te, ma ci sono anche quelli più bravi che ti fanno capire di non essere il centro del mondo. A me ha insegnato a rapportarmi con il mondo del lavoro, a fare i conti con i limiti del mio corpo, a lavorarci per poterli migliorare. Ho imparato l’arte della modestia e della pazienza, della perseveranza e della disciplina. Sono tutte cose che mi hanno aiutata anche nella recitazione. Nella mia carriera di attrice mi sono sentita dire tanti sì ma anche tanti, tantissimi no: il mio è stato un percorso molto graduale, fatto di alti e di bassi. E questa cosa ti fa rimanere con i piedi per terra».
Se non ci fosse stato l’infortunio avresti continuato a ballare?
«La danza mi piace tantissimo e a differenza della recitazione ti consente di non pensare, è liberatoria. Recitare è diverso, insieme ai personaggi che interpreti devi fare un vero e proprio viaggio psicologico. La danza sotto certi punti di vista è più divertente, anche se complessa e faticosa. Sapevo di essere una brava ballerina, ma non ero un talento eccezionale: una consapevolezza che, unita all’infortunio, mi ha fatto avvicinare alla recitazione. Quando ho iniziato a fare l’attrice mi sono resa conto che quella era la mia strada».
E poi sei finita in Turchia, paradiso della serialità e mercato attivissimo della cinematografia. Hai imparato la lingua in tre mesi, eri giovanissima. Com’è andata?
«A 19 anni ho iniziato a studiare recitazione a Napoli e poi a Roma: uno dei primissimi provini che ho fatto era appunto per una serie televisiva turca. Il primo l’ho sostenuto in inglese, poi ne ho inviato uno anche in turco. Considera che io all’epoca non parlavo né l’una né l’altra lingua! Però mi hanno scelto: dovevo rimanere 4 mesi e sono rimasta 2 anni e mezzo. È stato difficile perché ero giovane, alle prese con una lingua nuova e complessa. Ma è stata una vera palestra: qui lavorano tantissimo, a ritmi velocissimi, sono instancabili».
Il tuo ritorno in Italia è stato segnato dalla storia di Marinella in Gomorra.
«Sono rientrata perché volevo iniziare la mia carriera nel mio paese e Gomorra è stato il punto di svolta. Sul set mi sembrava di stare in vacanza, dopo anni di lavoro in turco parlare in napoletano, la mia lingua, è stata una passeggiata. Il personaggio era secondario ma ha avuto una rilevanza che non mi aspettavo e che mi ha resa orgogliosa».
Ho notato un pattern nei tuoi ruoli: non fai mai la stessa cosa. Come si rimane saldi cambiando pelle così tante volte?
«Cercando, dopo il lavoro, di dedicarsi alla vita, di chiudere il copione e di interessarsi ad altro. Oggi sono una persona molto diversa da quella che ero quando ho iniziato: a 20 anni ero ossessionata da questo lavoro, avevo perso me stessa, passavo da un set all’altro, nient’altro mi interessava. Negli ultimi anni è stato importante ritagliarmi il mio tempo, ascoltare la musica, fare cose che mi piacciono, riconnettermi con la natura. Cucinare, pulire casa: cose normali».
Hai mai percepito dei pregiudizi nei tuoi confronti sul lavoro?
«Dopo Gomorra c’era chi riteneva impossibile che potessi interpretare una donna calabrese (come poi ha fatto in Bang Bang Baby, n.d.r.), romana o genovese. Ma io volevo disancorarmi dal ruolo della donna napoletana avvenente. L’estetica rappresenta una forma di pregiudizio nella società, perché a un certo viso o a un certo corpo tendiamo ad attribuire determinate caratteristiche di default. Per me la bellezza dell’attore però sta nella sua capacità di trasformismo, anche dal punto di vista estetico o vocale. È quello che cerco di fare nel mio lavoro: trasformarmi sempre».
A cosa stai lavorando ora?
«In Italia ho tanti progetti in ballo, tra cui una serie per Disney. Ora sono in Turchia dove sto girando una serie in costume ambientata nel 1912. Una storia bellissima, che parla d’amore e rivalsa sociale».
Nel mezzo ti sei pure sposata! Come si fa a non perdere i pezzi tra vita privata e carriera?
«Non saprei perché sono estremamente caotica, a volte non so nemmeno io come riesco a gestire certe situazioni (ride, n.d.r.). Per le nozze io e Michele abbiamo fatto tutto da soli: mi sono pure disegnata la bomboniera! È stato divertente, mi ha permesso di riconnettermi con le mie passioni infantili come il disegno».
Un regista italiano e uno internazionale con cui vorresti lavorare?
«Valeria Golino. L’Arte della gioia è meraviglioso, un lavoro in cui ha dimostrato di essere una grande regista oltre che una grande attrice. Pietro Marcello. E ovviamente Paolo Sorrentino. A livello internazionale Pedro Almodóvar: mi piace tanto come racconta le donne».















