Ha il disincanto di Evan Rachel Wood quando in Basta che funzioni guarda Larry David e gli dice: «Niente è più veloce della luce, quindi tanto vale rilassarsi». Valentina Ferragni è un’influencer da 4 milioni di follower, imprenditrice. Quando Chiara inizia a farsi le prime foto in cameretta a Cremona, è lei a scattare, cinque anni in meno, terzogenita nata prematura e quindi costantemente protetta, timida di fronte all’alleanza delle due sorelle maggiori. Poi arrivano le ali. E sono quelle che compra online per Carnevale dopo aver visto al cinema Romeo+Giulietta, ma anche quelle di un piccolo aereo che decide di tatuarsi a 19 anni sul polso destro. Attratta costantemente tra due poli opposti: la voglia ostinata di lanciarsi, la paura di cadere. «Mi piace avere tutto sotto controllo – ammette - ma spesso quando non mi sento all’altezza, mi guardo e mi dico: tu provaci». È nato così il suo brand di gioielleria e la sua nuova vita da imprenditrice, immaginata su un post-it e diventata poi la scelta professionale presa proprio due anni fa con più consapevolezza.
Una società composta di sole under 30, che tiene al made in Italy e all'artigianalità̀: il futuro di tua sorella ha finito per condizionare il tuo?
«In parte sì, in parte no. Sicuramente vedere il suo percorso è stato bellissimo, vedere da dove è partita e dov’è arrivata è stata una scarica di adrenalina enorme. Io facevo il tifo per lei ma quando è toccato a me, quando tutt’ora ogni tanto non mi sento all’altezza o mi sento insicura, Chiara mi restituisce la stessa fiducia che tanti anni fa le ho dato anche io. Anche lei ogni tanto prova timore, anche lei ogni tanto si sente un pesce fuor d’acqua. Tutti abbiamo l'ansia dei cambiamenti e delle cose nuove, è piuttosto umano».
Quando guardiamo tutti questi profili social fatti di piscine e vite stupende però, sembra più che altro di essere in un romanzo di Emanuel Carrere, Vite che non sono la mia.
«Io so di essere fortunata ma tanti dei miei coetanei, anche amici, che hanno studiato, si sono impegnati per le loro carriere, non sanno cosa sarà del loro futuro. Cercare di cambiare le cose è quello che ci accomuna, fare di tutto per migliorare. La spinta dei nostri sogni è la forza propulsiva che ci unisce, nonostante tutto».
Per il New York Times siete le Kardashian italiane.
«Ho provato onore, perché quando sono partita con la mia azienda ho in- vestito tutti i miei risparmi, non era un periodo semplice perché eravamo in lockdown. Il primo disegno di Uali, il mio orecchino, l’abbiamo fatto su un post-it in un locale che poi abbiamo incorniciato. E ora, l’idea che i miei prodotti siano scelti da tante ragazze mi fa effetto. Mi rendo con- to di tutto quello che ho fatto, riguardando le foto sul telefono, mi aiutano a ricordare e ad apprezzare i traguardi raggiunti».
Tempo di utilizzo dello smartphone?
«Una media di nove ore al giorno ma lo uso soprattutto per lavoro, ho un rapporto abbastanza sano con il cellulare. Ci sono giorni in cui scambio solo messaggi su WhatsApp».
Che bambina era Valentina?
«Molto diversa da quello che è oggi. Ero timidissima, molto impaurita dalla vita. Vedevo le mie sorelle molto grandi che facevano alcuni sport assieme, andavano in piscina, condividevano molto, io cercavo ostinatamente di imitarle. Sicuramente mi sentivo più sola, poi durante un viaggio in Egitto è cambiato tutto. Da adolescente ho avuto la fortuna di frequentare una compagnia che mi faceva sentire sempre al posto giusto al momento giusto. C’è stata la classica fase di ribellione nei confronti dei miei genitori e delle mie sorelle, che mi prendevano sempre in giro. Ma ho vis- suto in provincia, una scuola tutta al femminile, vivevo con ansia solo la performance scolastica».
E oggi come vivi la società della performance?
«In passato ho sofferto molto questo voler sempre fare di più, essere di più, ambire al meglio. Poi ho imparato anche ad accettare me stessa e i miei limiti e a darmi una pacca sulla spalla per dirmi che quello che faccio è abbastanza. Funziona. Va bene. Da questo punto di vista sono forse solo maturata. Io ho cinque anni meno di Chiara, abbiamo due vite diverse e quello che è lei non sarò io, quello che sono io non sarà lei ma in passato le persone tendevano spesso a paragonarci e io ci stavo male. Il punto è che non bisogna paragonarsi a nessuno se non a sé stessi. E per quello che mi riguarda, sicuramente devo imparare ancora a godermi i risultati raggiunti».













